• Italia
  • martedì 7 dicembre 2010

Immigrati accusati ingiustamente

La storia di Mohammed Fikri a Brembate non è che l'ultima di una lunghissima serie

di Francesco Costa

Patrick Lumumba a Perugia
Meredith Kercher viene uccisa la notte tra l’1 e il 2 novembre del 2007, nell’appartamento che divideva con altre tre ragazze. I primi sospetti si dirigono sull’americana Amanda Knox, poi condannata in primo grado, e su Patrick Lumumba, un uomo congolese proprietario del locale dove lavorava la stessa Knox. È lei ad accusarlo e dire di averlo visto sul luogo del delitto. Gli inquirenti considerano attendibile la testimonianza a causa della traduzione errata di un SMS di Lumumba, che scrive a Knox “see you later”. Gli inquirenti lo traducono come “ci vediamo dopo”, sostenendo che quella frase prova che i due si sono già incontrati. In realtà si trattava di un generico “ci vediamo”. Lumumba rimane in carcere per quattordici giorni, al termine dei quali viene rilasciato e sollevato da ogni accusa. Lo Stato lo ha risarcito con otto mila euro, lui ha fatto ricorso.

Adel Ben Slimen a Sanremo
Adel Ben Slimen ha 34 anni, si è diplomato in Tunisia in economia aziendale ed è arrivato clandestinamente in Italia nel 2002. Tra il 2003 e il 2004 la polizia arresta un frequentatore della moschea di Sanremo, la stessa di Ben Slimen, sospettato di collaborare con organizzazioni estremiste e violente. Gli inquirenti decidono di indagare su altri frequentatori della moschea e mettono sotto controllo, tra gli altri, anche il telefono cellulare di Adel Ben Slimen. Una sua intercettazione però viene tradotta male. Lui chiede ai suoi familiari «se la sua carta d’identità è pronta», chiede se «gli possono inviare anche dolci locali» e poi, tornando sulla carta d’identità, dice la parola “Vergina” e fa un verso, tipo un brooom. Secondo gli inquirenti sta chiedendo di avere delle carte di identità vergini, da compilare. Il 20 novembre 2007, due anni dopo la telefonata incriminata, Adel viene arrestato e portato in carcere, in attesa del processo. Solo per quella parola, “Vergina”, e il rumore fatto al telefono: gli inquirenti non troveranno nient’altro. Resterà in carcere per due anni, otto mesi e due giorni. Insieme all’arresto gli viene notificata l’espulsione. Durante il processo l’accusa per terrorismo svanisce, mostrandosi del tutto inconsistente. La parola “Vergina” in arabo non esiste. Adel Ben Slimen faceva riferimento a una nota bevanda locale, una specie di gassosa, e faceva il verso brooom perché aveva visto la pubblicità sulle macchine della formula uno. Rimane il decreto ingiuntivo di espulsione per clandestinità. Dall’8 luglio di quest’anno Adel Ben Slimen è tornato a essere prigioniero, non della prigione ma del CIE di Torino. Se dovesse essere rimpatriato, potrebbe toccargli una sorte ancora peggiore: le persone accusate di reati connessi al terrorismo in Tunisia vengono sottoposte a torture e a lunghe carcerazioni.

Kelum Da Silva a Rignano Flaminio, Roma
È la storia dei presunti abusi sessuali delle maestre di un asilo sui propri alunni. La racconta direttamente Claudio Cerasa, che sul tema ha scritto un libro.

Questo Da Silva finì in una cella del carcere romano di Rebibbia in seguito ad un paio di testimonianze di alcuni genitori di Rignano Flaminio. Da Silva venne iscritto nel registro degli indagati per essere l’uomo che guidava la macchina che avrebbe trasportato i bambini della Olga Rovere fino alle case degli orchi. E le testimonianze chiave riportate ai Carabinieri di Bracciano si riferiscono a due incontri in particolare: nel primo un genitore, avvicinandosi alla pompa di benzina dell’Agip, avrebbe riconosciuto “l’uomo nero” quando il bambino, da dentro la macchina, si sarebbe rivolto al cingalese di colore dicendo: “Cattivo, cattivo, uomo nero”. La seconda testimonianza riguardava le affermazioni di un genitore che aveva notato che “la sua bambina salutava Maurizio con sorrisetti e occhiate da fidanzatina”. Più avanti, dopo che il benzinaio uscì di galera, si scoprì che, nonostante fosse piuttosto nero, Da Silva non si chiamava Maurizio, non aveva il codino, non aveva la patente e soprattutto non c’entrava niente con quell’indagine.

Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz a Roma
I loro nomi oggi forse non vi dicono nulla, ma l’espressione “stupro della Caffarella” dovrebbe invece dirvi qualcosa di più. Il 14 febbraio del 2009 una ragazzina viene stuprata nel parco della Caffarella, a Roma. Pochi giorni dopo vengono arrestati Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, due cittadini romeni. Uno viene soprannominato dalla stampa “faccia da pugile”. Un mese dopo, il test del DNA dimostrerà l’innocenza dei due. Qualche tempo dopo saranno arrestati i due responsabili, poi condannati: i romeni Oltean Gavrila e Jean Jonut Alexandru.

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