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  • venerdì 3 Dicembre 2010

La riforma universitaria, spiegata bene bene

Undici punti critici commentati, per sapere finalmente di cosa stiamo parlando

di filippomaria pontani

7. Gli incentivi al rientro dei cervelli dall’estero.
Si tratta di una norma in vigore, sotto varie forme, da molti anni ormai, e non c’è dubbio che la recente istituzione di un programma “Levi Montalcini” per favorire il rientro di una trentina di giovani meritevoli sia stata un successo, anche in grazia delle modalità di valutazione scelte, assolutamente trasparenti.

Non voglio insistere – sarebbe puerile – sul fatto che si tratta di una goccia nel mare. Il vero problema è duplice: da un lato bisogna stabilire se siamo assolutamente sicuri che un ricercatore che è stato all’estero (e qui le equivalenze di posizione sono sempre molto tricky) è sempre e comunque migliore di uno che è rimasto in Italia, al punto da meritare corsie preferenziali in ogni caso; dall’altro bisogna capire cosa vogliamo fare di chi torna, perché questi ricercatori arrivano (giustamente) con contratti a termine, e al termine del termine si trovano dinanzi ai medesimi muri che riguardano tutti gli altri, e sono spesso indotti a tornare all’estero da dove sono venuti.

8. La riduzione dei settori scientifico-disciplinari.
Questa tendenza, anch’essa avviata da Mussi, ha il sacrosanto obiettivo di sanare uno spezzettamento delle discipline che non ha riscontro in altri Paesi, e che ha chiaramente rappresentato uno strumento del clientelismo e della proliferazione insensata di cui sopra. Ma siamo alle solite: uno sguardo ai nuovi cosiddetti “macrosettori” elaborati dal Consiglio Universitario Nazionale (di nuovo dunque a livello centrale) in parte su parere delle varie Consulte, mostra come le nuove aggregazioni disciplinari rechino in più d’un caso le tracce di segmentazioni condotte sulla base dei potentati baronali anziché di precisi progetti. Ciò beninteso potrebbe cambiare negli anni, ma un vero beneficio non si avrà prima di un serio mutamento nell’etica individuale di chi lavora all’interno del sistema.

Infine nel ddl Gelmini, o meglio nella propaganda collegata, ci sono alcune falsità più o meno evidenti:
9. Si parla di un sistema meritocratico.
Che la meritocrazia finisca per prevalere nel processo di reclutamento (di cui sopra al punto 2) è tutto da dimostrare nella prassi, ma di assodato per ora ci sono soltanto drastici tagli ai fondi per le borse di studio destinate ai capaci e meritevoli; tagli la cui realtà nessuno ha potuto contestare, e che si propagheranno esponenzialmente negli anni a venire. Per onestà di cronaca, va detto che questo dato contraddice la prassi seguita fin qui dalla stessa Gelmini, la quale viceversa nel 2009 aveva aumentato i fondi per il diritto allo studio perfino più di quanto non avessero fatto Mussi e Prodi.

10. Si parla di un rafforzamento dell’autonomia delle singole Università.
Qualunque sia il giudizio che si dà dell’autonomia fin qui realizzata, è certo che non vanno in questa direzione né la messe di regolamenti ministeriali (oltre 100) cui – posto che vengano mai scritti – tutte le sedi dovranno uniformarsi, né il saldo controllo dei finanziamenti da parte del Ministero dell’Economia (il quale, non fosse intervenuto un emendamento in limine, avrebbe avuto addirittura la possibilità di commissariare gli Atenei disastrati).

11) Si parla di un miliardo di euro come “denaro fresco” investito nell’Università.
In realtà gli 800 milioni sganciati da Tremonti serviranno esclusivamente a ripianare una parte dei tagli previsti per il Fondo di Finanziamento Ordinario di quest’anno; l’anno prossimo i tagli messi in bilancio dalla legge del 2009 saranno ben più sostanziosi (circa un 20%), e nessuno sa se o come verranno compensati.
Pertanto, pare assai difficile che questi fondi vengano destinati a nuovi investimenti nella ricerca oppure alla promozione (tramite concorso riservato) di un certo numero di ricercatori ad associati (si parla di 1500 posti, ma in realtà già si sa che manca la copertura): un provvedimento, questo del concorso riservato, che sarebbe peraltro comunque sciagurato, fonte sicura di nuove corruttele, e destinato in realtà primariamente a incrinare il fronte fin qui alquanto compatto dei ricercatori a tempo indeterminato (la Rete 29 Aprile), la gran parte dei quali è impegnata in una protesta non corporativa contro il ddl che sancisce de facto la loro fine giuridica.

Questi sono solo alcuni dei punti critici di questa riforma: altre osservazioni le avevo messe in campo in un articolo di due settimane fa. Ma tutte queste parole non bastano a dare la vera misura del problema, perché è chiaro a tutti che l’Università si inserisce (a monte) in un sistema produttivo sempre più bloccato e in un settore pubblico che, nonostante i proclami brunettiani, non dà né riceve fiducia alcuna; ed è altrettanto palese che l’Università si inserisce (a valle) in un sistema dell’istruzione che ha comportato la progressiva perdita di ruolo e di autorità – per colpa di diverse maggioranze e di diversi governi – della scuola secondaria superiore, la quale fornisce all’Università gli studenti e dovrebbe in teoria assorbire tra i propri ranghi docenti non pochi dei laureati che l’Università produce. Ma di questo problema, che tanto compromette il futuro del nostro Paese, bisognerà parlare un’altra volta, con più calma.

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