• Italia
  • venerdì 3 Dicembre 2010

La riforma universitaria, spiegata bene bene

Undici punti critici commentati, per sapere finalmente di cosa stiamo parlando

di filippomaria pontani

4. Infine, si vuole porre un freno al nepotismo e alla corruttela del sistema, eliminando la possibilità di parentele (fino al quarto grado) tra i concorrenti a un posto e i membri del Dipartimento che lo bandisce.

Su questa norma non si può che essere d’accordo, infatti si constata l’unanimità fra le forze politiche. Che essa risolva il problema del nepotismo, come il ministro e i suoi scherani sbandierano ai quattro venti, è però tutt’altro che probabile: nel momento in cui la cooptazione avverrà tramite “listone”, sarà assai semplice (e perfettamente legale) per uno zio di Bari assumere un figlio di Milano e per un amante di Milano assumere in cambio un nipote di Bari.
E poi c’è da dire che il nepotismo è solo uno dei mali del reclutamento: ben più importante è l’operato dei baroni in favore dei loro allievi, a loro non legati da vincoli di parentela bensì da imperituri sentimenti di gratitudine e devozione da “uomo ligio”: è su questo meccanismo che s’impernia la mafia dell’Università, la guerra per bande cui in molti settori disciplinari (non in tutti, a onor del vero) abbiamo assistito da anni, e che ha chiuso le porte a tanti studiosi meritevoli, o ha rallentato la loro carriera in maniera inaccettabile. Come mostrano tante denunce e tanti libri recenti, in questa pratica si sono distinti intellettuali di ogni schieramento, docenti illustri e mezze calze, senza differenze di colore politico o di prestigio: è proprio questo fatto, se vogliamo, che rende la situazione particolarmente grigia, poiché non si sa da dove cominciare.
In sintesi: la norma proposta è senz’altro sensata, ma chi si illude che dei semplici meccanismi legislativi come questo pongano un freno alla corruzione del sistema universitario s’illude: “intra animum medendum”, come diceva Concetto Marchesi.

Poi nel disegno Gelmini ci sono le mezze novità, ovvero dei provvedimenti che si limitano a riprendere orientamenti o norme già partoriti da precedenti ministri, e ora spacciati per avanzamenti rivoluzionari.

5. La valutazione dei docenti.
Questo è un tema importante, non tanto nell’accezione demagogica degli “studenti che giudicano i docenti” (simili valutazioni esistono già oggi in ogni università, e sono tenute in gran conto anche se – ragionevolmente – non entrano in ballo per la fissazione del livello stipendiale né hanno potere vincolante per lo sviluppo dei curricula), quanto perché solo tramite la valutazione (ama ripeterlo il succitato Giuseppe Catalano, che a questi temi ha dedicato molti studi) si riuscirà forse a far partire quel quid che manca nei nostri atenei: la competizione. Partiamo da qui: si può legittimamente sostenere che l’autonomia delle università non abbia molto senso se non si instaura una dinamica di competizione fra i diversi atenei, nell’ambito della capacità di gestire le risorse, del potenziale di attrazione di studenti, e dell’eccellenza dei risultati raggiunti; sulla base di questo tipo di parametri si dovrebbe poi attribuire o non attribuire anno dopo anno una quota sempre crescente delle risorse pubbliche (anche quelle del Fondo di Finanziamento Ordinario), in modo da premiare il merito con dobloni sonanti.

Non è un caso che la valutazione sia diventata una sorta di “mantra”, spesso in concomitanza con una serie di mots d’ordre di ingegneria gestionale espressi in lingua inglese con il sicuro effetto di renderli più oscuri (si veda A. Paletta, Il governo dell’Università. Tra competizione e accountability, Bologna 2004). E non è un caso che una nuova agenzia per la valutazione universitaria (di nome ANVUR) sia stata varata già dal ministro Mussi, e venga ora rilanciata dalla Gelmini dopo una serie di problemi burocratici che ne hanno procrastinato l’avvio.
Ma quali problemi? Anzitutto il problema (essenziale, a pensarci bene) di scegliere i valutatori: le procedure per le nomine del consiglio direttivo dell’ANVUR (destinato a rimanere in carica per 4 anni) sono state molto complicate – per dare un’idea, le prime designazioni dei membri del collegio ristretto spettano tra gli altri ai segretari generali dell’OCSE e dello European Research Council, nonché al Presidente dell’Accademia dei Lincei. Il problema è infatti che i valutatori devono essere a un tempo competenti e non compromessi in senso positivo o negativo con i valutati o con i loro progetti; e questo in un Paese come il nostro, dove la mafia accademica ha raggiunto vertici mondiali, è difficilissimo. Prova ne sia che il ministro della Salute ha recentemente affidato la valutazione dei progetti di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità al National Institute of Health degli Stati Uniti.

Questa difficoltà, almeno in queste proporzioni, è tutta italiana, e si somma alla difficoltà strutturale che concerne l’inevitabile differenza fra i processi valutativi delle discipline scientifiche e di quelle umanistiche (strumenti come l'”indice H” servono benissimo per fisici o medici, ma rischiano di essere assai distorsivi per giuristi o letterati); e all’altra questione strutturale dell’unità che si vuole misurare: tutti gli studi mostrano che è più sensato valutare comparativamente i Dipartimenti invece che le Facoltà o gli Atenei: ma come paragonare un dipartimento di 120 studiosi a uno di 45? Come paragonare un Dipartimento di “Studi Umanistici” a un dipartimento di “Storia e archeologia”?
Come ognun vede, quanta più importanza si assegna ai processi di valutazione (perfino, come si ventila nel disegno di legge Gelmini, per quanto riguarda l’attribuzione degli scatti stipendiali di ricercatori e docenti), tanto più elevato diventa il rischio che questi ultimi vengano gestiti male, o peggio branditi come armi improprie per consumare vendette o ricatti. Si badi: questo non è affatto un buon motivo per rifiutare la valutazione en bloc, ma vorrebbe rappresentare un caveat contro gli entusiasmi (sinceri o pelosi) nei confronti di questo strumento come panacea automatica dei mali del sistema. Adelante, Pedro, con juicio. E, soprattutto, con risorse, perché una valutazione che non porta a premi o incentivi (con denaro fresco) non ha ragion d’essere.

6. La quiescenza obbligatoria dei professori a 70 anni (68 per gli associati), due in meno di ora.
Questa strada, lodevolissima, era stata imboccata già da Fabio Mussi, che nel precedente governo aveva abolito il fuori ruolo (oltre i 72 anni), ed è stata meritoriamente proseguita dalla Gelmini che ha già consentito (e ora impone) agli atenei di non concedere il consueto prolungamento di due anni oltre i 70. Nell’un caso come nell’altro le norme anti-aging si sono scontrate con ricorsi, opposizioni legali e stracciamento di vesti da parte di docenti anziani abbarbicati al loro seggio.
La direzione è certamente quella giusta (in Germania i docenti vanno in pensione a 65 anni, e nessuno si scandalizza), ma anche prima di aspettarne i risultati si dovrebbe mettere l’accento su altre questioni correlate: per esempio si potrebbe impedire ai docenti negli ultimi 5 anni del loro servizio di aver parola sulle assunzioni dei nuovi; o per esempio si potrebbe impedire alle Facoltà di richiamare alla docenza tramite appositi contratti (gratuiti o poco pagati: la differenza è quasi irrilevante, anche se non sul piano simbolico) i professori appena andati in pensione – che è poi quello che avviene regolarmente in molte Facoltà, con tanti saluti alle prospettive di arruolamento dei giovani (del resto, se non si ricorresse a questo artificio molti corsi sparirebbero tout court).

Del resto, se non si ricorresse a questo artificio molti corsi sparirebbero tout court.
Qui viene il punto: che questo provvedimento si inserisca in un coerente programma di svecchiamento del sistema universitario è sicuramente falso: già nel ’94 Raffaele Simone scriveva che “il ricambio naturale sarà molto lento per i prossimi 20 anni [dal 1980, NdR] e sarà seguito da un brusco svuotamento degli effettivi verso il 2010”. Ci siamo: l’esodo sta avvenendo, e il picco dell’età media di chi lavora in università si sta spostando sempre più verso i 55 (!); il vincolo di bilancio che impone di sostituire solo il 20% degli uscenti impedisce di alterare sensibilmente questa media, e si traduce in una riduzione cospicua dell’offerta didattica (non solo di quella superflua, ahimè), e nella mortificazione della mia generazione e di molte altre a venire.

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