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  • venerdì 3 Dicembre 2010

La riforma universitaria, spiegata bene bene

Undici punti critici commentati, per sapere finalmente di cosa stiamo parlando

di filippomaria pontani

Risaliamo ancora più a monte: la persona che in Italia ha studiato più da vicino la realtà numerica e gestionale dell’Università è Giuseppe Catalano, che insegna al Politecnico di Milano: ebbene, proprio da lui – in un dibattito svoltosi qualche giorno fa presso la Scuola Normale, all’ombra della Torre occupata – ho appreso che il modello di gestione dell’Università è tecnicamente definibile come “cooperativa di produzione”, in quanto il “management” è eletto dai dipendenti stessi. Non ho competenze in materia, ma alla luce del fatto che i finanziamenti sono (e senz’altro resteranno) prevalentemente di fonte pubblica, e alla luce della speciale natura dell’università come “impresa” produttrice di sapere e non di beni, non posso che condividere la convinzione di Catalano che quello della “cooperativa di produzione” sia un modello di gestione certo imperfetto, ma assai meno imperfetto di tutti gli altri.

Nel concreto, l’unica università italiana con il CdA composto per statuto interamente di membri esterni (Ca’ Foscari di Venezia) non è andata esente, proprio nel 2009, da un grosso buco di bilancio, mostrando che questa strada non è una panacea. Chi voglia capire nel dettaglio le ragioni per cui il modello cooperativo si raccomanda, dovrà leggere quella che a mio parere rimane l’analisi più lucida della realtà presente dell’Università italiana (fatta peraltro da due fisici, dunque non da paludati umanisti), ovvero l’aureo libretto di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, I ricercatori non crescono sugli alberi, Roma-Bari 2010.

Per finire parlando di spirito, di indirizzi a lungo termine: non stupirebbe (è chiaramente tra i massimi desideri dell’ispiratore Giavazzi, ed è anche tra gli auspici di Raffaele Simone, ne L’università dei tre tradimenti, Roma-Bari 2000, 4a ed.) se il prossimo passo, deciso centralmente o più probabilmente indotto come scelta ineludibile a livello locale, fosse un sensibile innalzamento delle tasse universitarie, cosicché finalmente possa esserci giustizia anche da noi, il figlio dell’idraulico evasore possa ottenere la borsa preclusa al figlio del bidello (le mie scuse preventive alle categorie: sono esempi, purtroppo non troppo ficta), e cosicché anche gli studenti italiani possano finalmente sentirsi parte di una comunità, sfoggiare con fierezza le felpe, le spille e le cravatte del loro ateneo, cui finiranno magari di pagare il mutuo tra dieci o vent’anni. Siamo noi la California.

2. Si vuole riorganizzare il sistema universitario sia nel piccolo, diminuendo il numero delle Facoltà o abolendole a vantaggio dei Dipartimenti (cui vengono trasferite in blocco le competenze didattiche, scientifiche e amministrative), sia nel grande, favorendo la fusione e la federazione di Università per fermare il proliferare delle sedi periferiche.

Per anni, in passato, la sostituzione delle Facoltà con i Dipartimenti fu vista come una possibile panacea alla sclerotizzazione del sistema accademico (anche da “estremisti” come O. Cecchi, La laurea del proletario, Milano 1971), finché questo cambiamento fu in parte sancito con la (per altro verso sciagurata) legge 382/1980, la quale però rimase in larga misura inapplicata. Chi vive dentro l’Università sa quali faide e quali giochi di potere si siano scatenati negli ultimi mesi in occasione della riorganizzazione dei Dipartimenti (che è ancora in fieri), e quanto raramente sia stato tenuto presente il criterio della congruità dei singoli progetti scientifici a vantaggio di considerazioni affatto difformi (riusciamo a raggiungere la quota minima di 45 docenti incardinati? quanti rappresentanti ci conviene avere in Senato Accademico? come faremo a mantenere un potere d’indirizzo nella ripartizione delle risorse?).

Ma anche nei casi (e ce ne sono) in cui si è operato sensatamente, fondando i nuovi Dipartimenti su solide basi ideali e scientifiche, rimane il piccolo particolare che nessuno sa come verrà gestito il nuovo assetto della didattica nel momento in cui le vituperate Facoltà non svolgeranno più il loro indispensabile ruolo di coordinamento e raccordo tra settori anche lontani (ciò vale specialmente per le lauree triennali, durante le quali gli studenti affrontano un gran numero di discipline “di base”, talvolta alquanto eterogenee tra loro).
Si dice che si “taglieranno” corsi di laurea improduttivi: ben venga questa razionalizzazione a vantaggio dei corsi fondamentali, ben venga questo ripensamento, dopo che in seguito alla riforma Berlinguer (allegramente ripresa e implementata anche da Moratti e soci) si è assistito per anni alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, alla progressiva “licealizzazione” del triennio e allo spezzettamento del sapere in discipline spesso variopinte (si vedano i saggi di Beccaria, Magris, Segre, Firpo in: G. L. Beccaria, Tre + due = zero, Milano 2004; e poi ci si stupisce se Luigi Berlinguer, candidato in Veneto alle Europee da un lungimirante PD, non prende nemmeno i voti dei dipendenti del MIUR). Ma la cosa certa è che questo ennesimo riassetto durerà altri anni, provocherà un nuovo terremoto della didattica dopo i 3 o 4 che già hanno afflitto il sistema negli anni 2000, vesserà gli studenti che dovranno districarsi fra norme transitorie e ingarbugliate equivalenze, ed obbligherà molti docenti ad occuparsi in interminabili riunioni e concistori di queste insulse questioni amministrative invece di dedicarsi ai propri studi: è questo che vogliamo?
Infine: accorpiamo, federiamo università. Nulla da eccepire, se si intende razionalizzare. Ma nel disegno Gelmini c’è anche dell’altro: a fronte dell’auspicato sfoltimento delle università pubbliche si equiparano il CEPU e le università telematiche alle Università private riconosciute (come la Bocconi), consentendo loro di accedere a finanziamenti pubblici; si mantengono le Università private sostanzialmente al riparo dai tagli lineari; si continua a foraggiare ampiamente il neonato IIT di Genova (creatura di Tremonti, che ha riempito il CdA di rappresentanti dell’industria e della finanza), mentre non si interviene per rianimare un moribondo CNR (Centro Nazionale delle Ricerche), che è la bruttissima copia del CNRS francese o perfino del CSIC spagnolo, e che negli anni passati è stato ossificato, e ha fagocitato per improvvida scelta una delle punte di eccellenza della fisica italiana (l’Istituto Nazionale per la Fisica della Materia). Insomma si procede in direzione opposta alla prassi che invale in Germania, dove si premiano le realtà esistenti più valide invece di crearne di nuove inficiando così quelle ben funzionanti. Per non parlare del fatto che da noi le università private si occupano per lo più di diritto ed economia e (con l’eccezione del San Raffaele) non fanno ricerca di base, talché anche questo mito, più volte ribadito in alto loco, dell’università privata linda pinta ed efficiente potrebbe essere ampiamente sottoposto a critica.

Infine un punto importante: circa l’idea che la chiusura dei corsi di laurea con pochi iscritti porti a cospicui risparmi, chiunque lavori nell’Università sa che non è così: risparmi potrebbero venire bensì dalla soppressione di intere sedi, ma sia concesso il beneficio del dubbio sulla reale intenzione del governo (in tempo di federalismo imperante) di contravvenire alla raccomandazione di Aldo Moro, il quale nel 1957 caldeggiava la proliferazione di sedi decentrate, alla luce di “motivi storici e psicologici” (si veda F. Froio, Università e classe politica, Milano 1968).

3. Si vuole creare un nuovo sistema di reclutamento: mantenendo la distinzione fra professori ordinari e professori associati, si mette a esaurimento il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato e lo si rimpiazza con contratti di ricerca a tempo determinato della durata di complessivi 7-8 anni, al termine dei quali il ricercatore potrà sottomettersi a un giudizio di idoneità per accedere a un “listone” nazionale di professori atti al ruolo di associato. Analogo “listone” nazionale di idoneità servirà per chi aspira al ruolo di ordinario. Da questi listoni le singole Università (meglio, i singoli Rettori) potranno poi liberamente scegliere.

Nel concreto per i giovani si sancisce istituzionalmente un precariato di una decina d’anni (gli artifici aggiuntivi possono essere vari: per esempio nella mia università ormai chi si laurea “in tempo” a giugno o a ottobre del quinto anno è costretto ad aspettare per i concorsi di dottorato il marzo dell’anno dopo, cosicché di fatto 3 + 2 = 6). In questi anni la sottomissione del ricercatore a colui che avrà diritto di vita o di morte sulla sua carriera sarà totale. Va infatti ribadito che nella stragrande maggioranza dei casi le carriere – a differenza di quanto avviene in Germania, dove sussiste un esplicito divieto – saranno tutte “interne”, cioè il neo-dottorato verrà assunto “a tempo” nella sua stessa sede, e – giunto ormai verso i 35 anni o più – aspetterà il nutus del suo ordinario di riferimento e le disponibilità finanziarie della sede. Dico “disponibilità finanziarie” perché – a differenza di quanto avviene negli USA, dove si parla di tenure track – l’Università non accantonerà in partenza una quota corrispondente allo stipendio che il ricercatore percepirebbe in caso di idoneità, ma alla fine dei conti sarà libera di dire al sullodato 35enne che lui è tanto bravo e sarebbe anche utile e gradito all’interno del Dipartimento, ma purtroppo i soldi non ci sono. E tanti saluti.Per non parlare di chi ha già servito l’Università come precario negli ultimi 7-8 anni: allo stato (mi segnala Fabio Sabatini da Trento) l’art. 19 del ddl, fissando un limite retroattivo di 10 anni di servizio come dottorando / assegnista / contrattista, impedisce de facto a chi ha lavorato negli atenei, spesso con ottimi risultati, di concorrere ai suddetti posti di ricercatore a tempo determinato (che questi medesimi precari, non godendo ovviamente di quote riservate, possano essere assunti direttamente come associati pare un’eventualità quanto mai remota): il tradimento delle speranze di una generazione.

Si sancirà così il ritorno a una situazione forse ancor più lamentevole della presente, quella cioè di un’università con pochi professori (non più “sacralizzati”, come all’epoca, ma sottoposti all’obbligo del cartellino e all’alea dello stipendio centralizzato) e molti precari (eredi di quelle antiche figure che furono i “professori incaricati”, gli “assistenti volontari”, i “liberi docenti”): chi voglia avere un panorama di questo buon tempo antico (e nel contempo constatare la perennità di tanti malanni del sistema) può leggere lo sconsolato pamphlet di A. Sensini, Il professore d’università, Firenze 1963, riferito peraltro a un’epoca in cui Pisa aveva 10mila studenti e Roma 50mila (circa 1/4 rispetto ad oggi). Va da sé che, come già Sensini osservava, nelle materie che si prestano a carriere d’altro tipo, gli studenti più brillanti ben presto abbandoneranno la ricerca per dedicarsi a ben più profittevoli e stabili impieghi nel settore privato; mentre i più motivati e vocati al sapere continueranno a scappare dall’Italia ancor più di quanto già non facciano.

È singolare che un provvedimento siffatto venga presentato come un’insidia al potere dei baroni; tanto più che proprio grazie all’intervento del ministro Gelmini ormai nei concorsi hanno voce in capitolo i soli ordinari (niente più associati né ricercatori: sono ricattabili, si dice), e nella benemerita prassi del listone si configura addirittura la libertà assoluta per le singole università (cioè per i Rettori e i loro consigliori e grandi elettori) di scegliere (o non scegliere) da un elenco indifferenziato, ovvero privo di obbligo di graduatoria: a quali abusi si esponga un tale sistema – senza nemmeno bisogno di truccare le carte, ché di fatto i concorsi scompaiono e dopo un semplice giudizio di idoneità ognuno si prende chi gli pare – è fin troppo chiaro per meritare ulteriore commento.
È altresì singolare che nel dibattito politico non abbia più cittadinanza un tema che negli anni ’50 e ’60 echeggiò più volte nell’aula di Montecitorio (divenne un’acuta proposta di legge ad opera del ministro Fiorentino Sullo nel 1969, prima che oscure vicende irpine lo costringessero alle dimissioni: cfr. F. Froio, Università: mafia e potere, Firenze 1973): il ruolo del docente unico (o “ruolo unico della docenza”), che eliminando i gradi e i concorsi intermedi, eliminerebbe anche alla radice i rapporti di soggezione e dipendenza reciproca; ecco un’idea (da discutere e perfezionare, per carità) per inficiare sul serio il potere dei “baroni”.

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