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  • giovedì 18 Novembre 2010

A che punto è la Grecia

Non buono, ma ha passato momenti peggiori, e sempre con gli studenti vittime e protagonisti

Il governo socialista si trova a dover infliggere al Paese la terapia economica più severa della sua storia

di FilippoMaria Pontani

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Non è un caso che il «Financial Times» abbia riconosciuto a Papandreu il merito di aver «detto ciò che tutti gli altri pensano», ovvero che l’azione politica della Germania, inficiando la credibilità dei Paesi più in difficoltà nell’ambito europeo e dunque concorrendo all’innalzamento dei loro tassi d’interesse sul debito, potrebbe avere l’effetto di corrodere dall’interno il fondamento della coesione dell’Unione Europea (un rischio concreto, apertamente evocato anche dal presidente dell’Unione van Rompuy). E non è un caso che lo stesso premier greco, con la visita a Sarkozy, con il supporto incassato da parte di Dominique Strauss-Kahn (l’asse franco-tedesco scricchiola da tempo), e con le esplicite dichiarazioni esposte in occasione del summit della Sinistra europea, stia di fatto tentando di creare un fronte opposto a quello della cancelliera. L’intervista di ieri sera nell'”Hard Talk” della BBC (un programma di tarda serata che non ha alcun omologo nella televisione italiana) mostrava un Papandreu convinto, fiero degli sforzi del suo Paese, e apparentemente determinato a non cavalcare il malcontento dei suoi concittadini, bensì a gestirlo con saggezza.

Ma in realtà il problema che si delinea con sempre maggiore chiarezza è di ordine politico, e trova nella Grecia una provetta perfetta (sarà un caso che l’Irlanda faccia del tutto per sottrarsi alle grinfie di questo destino?). Siamo infatti in un momento in cui la Grecia si trova ad essere de facto un Paese a sovranità limitata, costretta a ristrutturazioni del debito impreviste, anzi negate nella recentissima e vittoriosa campagna elettorale per le comunali: proprio ieri il ministro delle Finanze Papakonstandinu ha concordato con la trojka un ulteriore taglio di spesa di 3,5 – 4 miliardi di euro che si aggiungono ai 9,15 già previsti. Ed è palese che la leadership socialista, nel medio periodo, corre seri rischi di essere scavalcata da ogni parte: se ciò non è avvenuto finora sul piano politico, la spiegazione sta nella debolezza sostanziale dell’opposizione di destra, ovvero del partito Nea Dimokratìa, che ha di fatto contribuito in modo decisivo ad aprire l’ultima, consistente parte della voragine del debito ellenico fino alle sue dimissioni nel 2009. Ma quei 3-4 miliardi in più ora dove si troveranno? Si parla già di forti tagli alle imprese pubbliche di servizi, di 1 miliardo in meno per gli ospedali e 1 altro miliardo in meno per l’assistenza sanitaria: indubbiamente persistono in Grecia dei privilegi che possono essere sforbiciati, ma di certo si andrà a pescare da qualche parte oltre la “linea rossa” che lo stesso Papandreu aveva tracciato nei giorni scorsi, sostenendo che erano finiti i tagli stipendiali, i licenziamenti e le nuove tasse che da mesi imperversano sulla società del suo Paese.

Scavalcare quella linea (e soprattutto impegnarsi implicitamente a scavalcarla ancora ogniqualvolta altri vorrà), in una situazione come la presente, potrebbe voler dire tendere una corda già tesa, e lasciare l’eredità del messaggio degli studenti del ’73 nelle mani sbagliate: molti ricorderanno che “17 novembre” è stato anche il nome del gruppo terroristico più rilevante e sanguinario della Grecia contemporanea (è stato debellato solo al principio degli anni Duemila), e chiunque abbia visitato a piedi la zona del Politecnico (che è, fra parentesi, contiguo al Museo Nazionale) sa quanto sia massiccia laggiù la presenza degli anarchici: è da quel quartiere che sono partiti gli scontri del dicembre 2008 e del maggio di quest’anno.

“Qui il Politecnico! Qui il Politecnico! Popolo di Grecia, il Politecnico è l’alfiere della nostra lotta, della vostra lotta, della nostra comune lotta contro la dittatura e per la democrazia”. Se i valori rappresentati da queste leggendarie parole, diffuse dalla radio degli studenti di 37 anni fa fino al momento della sua chiusura, verranno lasciati agli estremisti e consegnati alla retorica dell’antagonismo violento, gli scossoni potrebbero presto diventare ingovernabili a largo raggio: forse le pur legittime preoccupazioni nazionalistiche degli Stati membri dell’Unione (e specie di quelli più forti) dovrebbero tener conto, oltre che della sussistenza dell’edificio comune (cui in molti sembrano tenere sempre meno), anche di questo processo di causa ed effetto, o meglio di questo rischio di spirale viziosa che non può facilmente essere confinato a un solo Paese. Colpisce in particolare un fatto linguistico: il nome greco del memorandum, quel documento d’intesa cui molti ormai – anche nel Pasok – si proclamano ostili, è “mnimonio”, e reca ovviamente in sé la stessa radice della “mnimi” (memoria) o del “mnimòsino” (commemorazione) che ieri 17 novembre erano particolarmente attuali, con i mille garofani rossi davanti al monumento agli studenti che pare scolpito da Mitoraj. Forse far collidere in modo irreversibile il memorandum con la memoria potrebbe non essere una mossa avveduta.

Oppure conveniamo che ci sentiamo davvero – come gli studenti del ’73 – dei “liberi assediati” all’interno della società neo-capitalistica globalizzata, o almeno all’interno di un’Unione europea che ha preso una brutta piega; e conveniamo che non c’è altra strada per l’Acropoli (o meglio, per l’agorà) se non l’instaurazione di una nuova utopia.

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