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  • mercoledì 17 Novembre 2010

La storia della strage di piazza della Loggia

Perché, nonostante trentasei anni e tre processi, non sapremo mai chi mise la bomba il 28 maggio 1974

Ieri tutti gli imputati sono stati assolti in primo grado, per insufficienza di prove

di Francesco Costa

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Il terzo processo
È quello il cui primo grado si è concluso ieri con l’assoluzione per tutti gli imputati: questo vuol dire che comunque non è ancora finita, e ci sarà il ricorso in appello. Gli imputati stavolta sono Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi. Di Maurizio Tramonte abbiamo detto: insieme a Maggi e Zorzi facevano parte di Ordine Nuovo, di cui Rauti era il fondatore. Delfino è un ex generale dei carabinieri, responsabile del nucleo investigativo ai tempi della strage. Giovanni Maifredi all’epoca della strage era un collaboratore dell’allora ministro degli interni Paolo Emilio Taviani. I procuratori avevano chiesto l’ergastolo per tutti gli imputati, con l’accusa di concorso in strage, eccetto che per Pino Rauti, per il quale era stata chiesta l’assoluzione per insufficienza di prove. Sono stati assolti tutti con formula dubitativa, una volta si diceva “insufficienza di prove”. L’impianto accusatorio salta anche perché quattro anni fa uno dei tre pentiti su cui si basava l’indagine, Carlo Digilio, muore a causa di un ictus. E perché l’altro, il Maurizio Tramonte di cui sopra, si rimangia tutto. Nelle veline che lui girava ai servizi segreti si parlava del coinvolgimento di Ordine Nuovo e dei militanti di estrema destra del Veneto, nella strage di Brescia. Il terzo pentito, Maurizio Siciliano, dirà cose molto contraddittorie.

Delfo Zorzi e il bonifico da Finivest
Uno degli imputati, Delfo Zorzi, non vive più in Italia proprio dal 1974, poco dopo la strage di Brescia. Vive in Giappone, fa l’imprenditore, nel 1989 ha ottenuto la cittadinanza e ha cambiato nome. Oggi si chiama Hagen Roi e in ragione della sua cittadinanza giapponese non è estradabile. Durante i processi il suo avvocato è stato Gaetano Pecorella, giurista, deputato, consigliere e noto alleato di Silvio Berlusconi. Nel 2002 Gaetano Pecorella è accusato dalla procura di Brescia di aver pagato Maurizio Siciliano per ottenere una sua ritrattazione. A un certo punto, nel 2005, durante un’indagine che non ha niente a che fare con la strage di Brescia ma riguarda invece la compravendita dei diritti televisivi di Fininvest, i pm di Milano trovano tracce del pagamento di una piccola somma, eseguito da una società riconducibile a Fininvest e diretto a Martino Siciliano. Alla fine, però, i pm non riusciranno a provare l’esistenza di un tentativo di corruzione da parte di Pecorella, che nel 2009 sarà prosciolto dall’accusa.

E quindi
Ci sarà il processo d’appello. Trentasei anni sono già moltissimi, ma bisognerà aspettare ancora prima di chiudere definitivamente il capitolo giudiziario sulla strage di Brescia. Meglio non farsi illusioni, però. La chiave, come molti ripetono sui giornali di oggi, è la nota formula per cui si può condannare un imputato solo se si può dire di ritenerlo colpevole di un dato reato “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Ora, a fronte di una tale impressionante sequenza di depistaggi, cambi di direzione, svolte, testimonianze, sentenze, moltissime di queste contraddittorie tra loro, è molto improbabile che una qualsiasi giuria possa sostenere che gli imputati sono colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio. Resta la verità storica, certo: e la strage di Bresciasi inserisce inequivocabilmente nella lista delle stragi perpetrate dall’estrema destra in Italia negli anni Settanta. Come ha detto ieri Manlio Milani però, presidente dell’Associazione familiari dei caduti di piazza della Loggia, «senza una verità giudiziaria anche quella storica si indebolisce».

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