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  • domenica 31 Ottobre 2010

La guerra all’oppio di Stati Uniti e Russia

La Russia conferma il suo impegno contro la droga in Afghanistan a fianco degli Stati Uniti

Secondo l'ONU, l'Afghanistan produce la quasi totalità dell'oppio immesso illegalmente nel mercato

di Elena Favilli


Gli stessi centri di riabilitazione presenti in Russia sono considerati quasi del tutto inefficaci. Il mese scorso aveva destato molto scalpore la notizia della condanna a trentuno anni di carcere di Yegor Bychkov, un giovane di 23 anni accusato di sequestro di persona ai danni di alcuni tossicodipendenti. Bychkov era cresciuto a Nizhny Tagil, una delle città russe con il tasso più alto di consumatori di oppiacei. Quando aveva diciotto anni aveva iniziato a lavorare per il centro di recupero locale City Without Drugs, gestito da Yevgeny Roizman.

Bychkov, che era cresciuto in mezzo agli spacciatori della città, iniziò ad aiutare la polizia locale, che sulla base delle sue indicazioni riuscì anche a compiere qualche arresto. Poi a un certo punto la polizia decise di arrestarlo per sequestro di persona: Bychkov fu accusato di avere costretto alcuni tossicodipendenti a restare nel centro di recupero contro la loro volontà. Come spiega Yevgeny Roizman l’arresto destò molti sospetti: «la polizia di Nizhny Tagil è famosa per essere estremamente corrotta, qui i trafficanti possono vendere la droga alla luce del sole: vuol dire che c’è qualcuno che glielo consente».

Il centro di disintossicazione era stato aperto all’interno di una chiesa ortodossa e veniva gestito in condizioni limite da persone scarsamente preparate. I tossicodipendenti venivano spesso portati lì direttamente dalle loro famiglie, che non sapevano a chi altri rivolgersi. Prima di lasciarli firmavano un documento in cui accettavano che i loro figli seguissero un rigido programma di preghiera alternata a cicli di semi-digiuno in cui potevano nutrirsi solo di pane, tè, acqua, aglio e cipolla.

Poi, circa un anno e mezzo fa, alcuni dei tossicodipendenti hanno denunciato maltrattamenti e dichiarato che venivano trattenuti nel centro contro la loro volontà. Subito dopo però, come sottolinea l’avvocato di Bychkov, quelle stesse persone che avevano formulato le accuse sono scomparse nel nulla. «Durante le udienze preliminari del processo avevano ammesso che quelle dichiarazioni le avevano fatte perché sotto pressione e sotto l’influenza di droghe», ha spiegato l’avvocato Anastasia Uderevskaya «dissero anche che non avevano nessuna prova di quelle accuse, ma i giudici continuarono a credere a quello che avevano detto all’inizio». Anche il direttore del programma antidroga russo Viktor Ivanov ha detto di credere che Bychkov, per quanto impreparato a gestire un programma di riabilitazione per tossicodipendenti, fosse mosso da buone intenzioni. Secondo il direttore di una fondazione contro la droga e l’alcolismo di Mosca, Sergey Poliatykin, Bychkov sarebbe solo la vittima di qualcosa di molto più grande di lui.

La settimana scorsa Ivanov si è incontrato a Washington con il direttore del programma antidroga americano, Gil Kerlikowske, per definire nuove strategie d’intervento congiunto in Afghanistan. Il programma antidroga delle Nazioni Unite sta infatti cercando di mettere in piedi un network internazionale per la lotta alla droga, a cui la Russia ha già deciso di aderire insieme ad Azerbaijan e ad altre cinque repubbliche dell’Asia Centrale. «Se entrambi diventiamo operativi», ha detto Jean-Luc Lemahie, rappresentante del programma antidroga dell’ONU in Afghanistan, «il nostro network d’intelligence potrebbe diffondersi in tutto l’Afghanistan e nei territori che lo circondano, cambiando profondamente le regole del gioco».

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