La scuola è di tutti

Girolamo De Michele si rivolge al ministro Gelmini nell'introduzione del suo nuovo libro

di Girolamo De Michele

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Con i concorsi, se sei arrivato tra i primi, puoi sperare di avere subito il ruolo: altrimenti entri in una graduatoria degli abilitati, e metti su punti anno dopo anno, più o meno come nelle classifiche dei campioni di tennis, finché hai la sospirata assunzione.

Nei concorsi che ho fatto dovevo rispondere sui programmi delle materie che avrei, eventualmente, insegnato: nel mio caso, storia e filosofia, più l’educazione civica e la normativa scolastica. In uno dei tre concorsi la prima domanda era sempre sulla normativa, e chi non rispondeva era bocciato. Nel concorso del 2000 il mio programma d’esame orale prevedeva: tutta la filosofia del triennio superiore, tutta la storia del quinquennio (anche se storia nel primo biennio non posso insegnarla), dieci classici di filosofia con relativa bibliografia, più un percorso triennale, dieci unità didattiche di storia. Per arrivare all’orale avevo sostenuto due scritti, nei quali ero tenuto ad avere un punteggio minimo di 28/40 senza insufficienze: la media del 7, insomma, non la semplice sufficienza. Regione per regione, le percentuali degli ammessi all’orale furono del 15-20%; in alcune regioni il numero degli ammessi all’orale era addirittura inferiore al numero di posti liberi. E all’orale la media dei promossi era più o meno del 60%. Insomma, per ogni 100 partecipanti solo 10-12 arrivarono in fondo.

C’erano altri tipi di concorsi, come quelli riservati a precari che avevano una certa anzianità di servizio: ma, di nuovo, la «sanatoria» consisteva nel poter fare un concorso, non nell’essere promosso d’ufficio. E se le percentuali dei promossi, nel caso dei riservati, erano più alte di quelle dei concorsi ordinari, era perché si trattava di concorsi in cui degli insegnanti dovevano dimostrare di saper fare quello che già facevano: gli insegnanti, appunto.

E niente insegna il mestiere come la pratica in classe: non c’è corso universitario o para-universitario che tenga. È nell’acqua alta che si impara a nuotare, non sui manuali di nuoto: e l’acqua alta è l’immersione in classe.

E così, dopo anni in cui sono rimbalzato da una scuola all’altra, a seconda dei posti a disposizione, sono entrato. Ma su base regionale: arrivai terzo, e il terzo posto corrispondeva a una cattedra a Reggio Emilia. Ogni mattina, partendo da Ferrara alle 5 andavo in macchina a prendere la corriera, con la quale arrivavo a Bologna in tempo per un caffè al volo prima di saltare sul treno che mi portava a Reggio per l’autobus delle 8. Al ritorno, grazie al buon cuore degli autisti del tram che mi tiravano su quando mi vedevano correre dietro l’autobus appena partito, potevo sperare di prendere un treno al volo per arrivare, verso le 16.30-17, a casa. Ferrovie permettendo, ovviamente. Del resto non era la prima volta che avevo orari di questo tipo: il precario va dove lo chiamano, e spesso i primi anni di ruolo sono anni di precariato di fatto. Soprattutto dal punto di vista del salario.

Ma almeno, dicevano, ero arrivato al termine del calvario: macché! Per un neo-assunto nella scuola, il primo anno è un anno di prova, al termine del quale c’è un esame. E se l’esame va male, l’immissione in ruolo decade. Lo so che Lei, ministro, ha detto (o lo ha detto il suo collega Brunetta?) che non si può accedere a un posto di lavoro così delicato solo per aver vinto un concorso, e ha istituito una commissione presieduta dal professor Israel, che si vanta di aver introdotto, tra gli studi e l’immissione in ruolo, l’anno di apprendistato.

Le do una notizia: l’anno di apprendistato esiste già.

Quanto alla frase sugli insegnanti che vanno in cattedra solo per aver vinto un concorso, non è originale: l’aveva già detta il presidente Cossiga a proposito di un giovane magistrato meridionale, Rosario Livatino (brutalmente ucciso qualche tempo dopo da due sicari della mafia).

Insomma, dopo un corso in cui hanno insegnato a un insegnante che faceva da anni l’insegnante a fare l’insegnante, ho dovuto sostenere un esame per dimostrare di essere (diventato?) un insegnante: una lezione davanti a una commissione presieduta dalla preside. La lezione che avevo scelto era sulla filosofia scolastica, e un’anziana collega che mi aveva valutato mi disse, in separata sede, che s’era commossa ad ascoltarmi. Qualche giorno dopo ho saputo che era sorella del cardinale Ruini.

(c) girolamo de michele, 2010 – by arrangement with agenzia letteraria roberto santachiara  – (c) minimum fax, 2010

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(dall’introduzione di “La scuola è di tutti“, minimum fax, 2010)

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