Chi ha capito Inception?

Il film di Nolan ha scatenato una guerra di interpretazioni: riportiamo le più note, cercando di capirci qualcosa in più

È scontato, ma ve lo diciamo lo stesso: se non avete visto il film, non leggete questo articolo


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2. Il quinto livello
L’oggetto dell’inception è Cobb, e anche le parti che ci vengono mostrate come realtà fanno parte del suo sogno. Uno degli altri personaggi vuole aiutarlo a liberarsi del senso di colpa per il suicidio di Mal, e l’idea che cercano di innestargli è la conseguenza logica della frase che si scambiano più volte lui e Saito: “Vuoi diventare un vecchio, pieno di rimpianti, in attesa di morire solo?”. Il significato “nascosto” sarebbe: torna a casa dai tuoi figli, non lasciare che i sensi di colpa rovinino la tua vita. Secondo questa teoria gli uomini che lo inseguono a Mombasa sarebbero proiezioni del suo subconscio e non reali sicari. I livelli narrativi non sarebbero quattro, ma cinque: e quello reale non sarebbe mostrato mai. La teoria non convince Dileep Rao, che nel film interpreta il chimico Yusuf:

«È come dire che abbiamo assistito ad una specie di folle sessione di psicoterapia, il cui complesso costrutto narrativo esiste solo per distrarre Cobb che riuscirà così a liberarsi dei sensi di colpa. Certo, si può dire che è così. Del resto, è un po’ ciò che facciamo a Fischer, quindi la teoria non è infondata. Il problema è che state usando indizi in negativo per sostenere una storia che non esiste. Non possiamo sapere cos’è successo al personaggio prima del film, o cosa gli succede dopo.»

3. “Era tutto un sogno”
Nulla di ciò che vediamo esiste davvero, è tutto un sogno di Cobb: nessuna squadra, nessuna innovativa tecnologia per estrarre o innestare idee alle persone durante il sonno, potrebbe essere solo il subconscio di Cobb che si manifesta in un sogno particolarmente intricato per espiare il senso di colpa derivato dal suicidio della moglie. Una teoria come un’altra, ma che invaliderebbe le premesse di un film costruito fin nel minimo dettaglio: parlare di sogni va bene, il finale aperto lo accettiamo, ma “era tutto un sogno” non è più una soluzione valida dai tempi di Dallas.

4. Il film come metafora dei film
Il film è una grande metafora della creazione cinematografica. Il regista è l’architetto, le sceneggiature popolano gli ambienti e lo spettatore è portato a vivere per un periodo di tempo (che l’immaginazione, però, dilata) nell’immaginario di qualcun altro. Una volta finito il film, quando si riaccendono le luci in sala, si torna al mondo reale. La teoria è sommabile a qualunque altra delle tre proposte e non chiarisce nulla della trama, ma vale comunque la pena di citarla.

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