«Ho buttato via tutto»

Il racconto di Giorgio Loré, che ha un padre che soffre di disposofobia, da decenni

di Giorgio Loré

Da allora (mezza vita fa) ho ridotto al minimo le visite a casa di mio padre e quando mi sono fidanzato con la mia attuale moglie, nel 1990, e sono iniziate le cene a casa dei suoceri. A lei spiegai subito la situazione presente: i suoceri lo hanno poi saputo quando è stato evidente che c’era qualcosa di strano. Mille cene di natale da loro e dall’altra parte il silenzio totale. La cosa che mi mandava su tutte le furie era che mio padre veniva ospitato in case eleganti e ben curate, nelle quali si sentiva pienamente a suo agio, per poi tornare in 145 mq saturi d’immondizia e lerciume, come se niente fosse.

Io stesso lo invitavo a cena solo ogni 10 o 15 giorni ed ogni volta finiva in una lite a senso unico (ero solo io che urlavo e cercavo di farlo vergognare), in cui il risultato era solo quello di essere rimproverato il giorno successivo: si era resettato notte tempo sui termini della discussione.

Dopo la morte di mia madre, sei anni fa, mia sorella ha cominciato a volerlo vicino per poterlo accudire – incomprensibilmente per me, ma per fortuna di mio padre – ma vivendo a Bologna (la città in cui lui era nato e vissuto per oltre 40 anni) non riusciva a trattenerlo per più di un mese: ogni volta, con le scuse più diverse, voleva tornarsene nel truogolo a risolvere problemi che sembravano improrogabili (assicurazione della macchina, 740, e pretestuose urgenze varie). Mia sorella ne soffre molto ma non demorde.

Le cose precipitano quattro mesi fa: la mattina del 24 maggio mia sorella mi chiama da Bologna dicendomi che il papà non risponde al telefono: fosse per me lo chiamerei una volta ogni sei mesi, lei lo aveva sentito la sera prima e quindi le sembrava strano che alle 10 del mattino non rispondesse. Io le dico di pazientare ma nelle ore successive non cambia niente. Alle quattro del pomeriggio chiamiamo i vigili del fuoco, io li raggiungo e mentre tagliano le inferriate alle finestre capisco che è morto: dall’interno della casa non arriva nessun cenno di vita. Mi metto a piangere.

Invece lo trovo nella mia vecchia camera sdraiato a terra dopo un mancamento della sera prima: non era più riuscito ad alzarsi. È in uno stato penoso e ancora una volta mi sono vergognato di vederlo così, in mezzo a pile di giornali e cianfrusaglie, con i ragazzi dei vigili del fuoco e quelli dell’autoambulanza che lo hanno trovato lì per terra, in quello spazio vuoto sul pavimento vicino al telefono che non era riuscito a raggiungere: che cosa dire se non lo si vede con i propri occhi?

Lo abbiamo portato in ospedale dove è stato operato pochi giorni dopo con l’inserimento di un pace maker: quando è uscito è andato da mia sorella a fare la convalescenza.

Mentre non c’era ho scattato queste foto ho iniziato a pensare.

E un giorno ho portato un amico che ha una ditta di traslochi a vedere la casa.

Il 2 agosto siamo arrivati con quattro ragazzi, due camion da 35 quintali e un autoscala. Ci abbiamo messo tre giorni di duro lavoro, eravamo sei persone che imballavano e buttavano, selezionavano e mettevano da parte, tirando fuori oggetti dimenticati (i miei giocattolini di quando avevo 10 anni più o meno), radio rotte, bauli pieni di vestiti di 40 anni fa e di tutto ancora.

I giornali hanno riempito un camion e mezzo, quasi cinque tonnellate. Il più vecchio era del 1973 fino ad arrivare ai giorni nostri, 37 anni di quotidiani impilati per tutta casa. Altrettanto materiale è stato portato a discarica, mentre ho trovato decine di confezioni nuove ed ancora imballate di piatti e bicchieri, posate, stoviglie che comprava e non utilizzava, ma anche una cyclette. Ho trovato i nostri regali di natale ancora imballati e mai utilizzati. Non mi ha fatto piacere ma nemmeno sorpreso.

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