• Cultura
  • lunedì 27 Settembre 2010

«La critica della tecnologia non va lasciata ai luddisti»

Esce domani in Italia "Tu non sei un gadget" di Jaron Lanier, che di recente aveva rilanciato un'autocritica sui cambiamenti indotti dalle nuove tecnologie

«La cosa più importante in una tecnologia è come cambia le persone»

di Jaron Lanier

E tuttavia va notato come l’umanesimo nell’informatica non appaia collegato ad alcuna particolare corrente culturale. Ted Nelson, per esempio, è un figlio degli anni Sessanta, autore di quello che è forse il primo musical rock (Anything & Everything), a suo modo un vagabondo e certo un personaggio emblematico della controcultura. Al contrario, David Gelernter è un conservatore in ambito politico e culturale, autore di articoli per giornali quali «commentary» e professore a Yale. Eppure io ho trovato ispirazione nell’opera di entrambi.

Trappola per una tribù

La tribù dei sostenitori del totalitarismo cibernetico è benintenzionata. Essi si limitano a percorrere una strada tracciata in passato da altrettanto benintenzionati freudiani e marxisti, termini questi che non uso in senso negativo. Penso per esempio al marxismo delle sue prime incarnazioni, prima che lo stalinismo e il maoismo uccidessero milioni di persone.

I movimenti associati a Freud e a Marx sostenevano entrambi di fondarsi sulla razionalità e sulla comprensione scientifica del mondo. Entrambi si sentivano in conflitto con le fantasticherie bizzarre e manipolatorie della religione. Eppure entrambi generarono fantasticherie non meno bizzarre di quelle.

Oggi stiamo assistendo allo stesso fenomeno. Un movimento che si autodefinisce materialista e che tenta di porre i suoi fondamenti nella scienza comincia ad assomigliare a una religione piuttosto in fretta. Poco dopo presenta una propria escatologia e una propria rivelazione su quanto sta veramente succedendo: eventi portentosi, comprensibili solo agli iniziati. La Singolarità e la noosfera, l’idea cioè che da tutti gli utenti del Web emerga una coscienza collettiva,

Echeggiano il determinismo sociale marxista e il calcolo delle perversioni di freud. Ignoriamo lo scetticismo dell’indagine scientifica a nostro rischio e pericolo, proprio come i marxisti e i freudiani.

Pensano di poter risolvere ogni mistero in quattro e quattr’otto, ma sono lacerati al loro interno da scismi, proprio com’è sempre successo a marxisti e freudiani. Per loro è incredibile che io riconosca dei tratti comuni fra gli appartenenti alla tribù. Per loro Linux e unix sono due cose completamente diverse, per esempio, mentre io li vedo come punti sovrapposti sulla grande tela della possibilità (gran parte della quale, a dire il vero, oggi è già dimenticata).

A ogni modo, il futuro della religione sarà determinato dalle idiosincrasie del software che andrà incontro al lock-in nei prossimi decenni, esattamente come il futuro delle note musicali e della personalità individuale.

A che punto siamo del viaggio

È il momento di fare un bilancio. Con l’introduzione del World Wide Web si è verificata una cosa sorprendente. La fede nella bontà umana ha trovato una conferma quando uno strumento informativo straordinariamente aperto e non strutturato è stato reso disponibile per un gran numero di persone. Tale apertura, a questo punto, può essere dichiarata «locked-in» in misura significativa. Evviva!

Allo stesso tempo, sono locked-in anche alcune idee mediocri sulla vita e sul significato, come la nozione di suono musicale senza sfumature del Midi e l’incapacità di Unix di dar conto del tempo quale lo esperiscono gli esseri umani.

Si tratta di costi accettabili, quelle che io definirei perdite estetiche. Esse tuttavia sono controbilanciate da alcune vittorie estetiche. L’aspetto visivo del mondo digitale è migliore di quello sonoro, perché una comunità di attivisti digitali, fra cui gente dello Xerox parc (soprattutto Alan Kay), di Apple, Adobe e del mondo accademico (in particolare Don Knuth della Stanford University), ha condotto una sacrosanta battaglia per salvarci da font irrimediabilmente brutte e da altri elementi visivi che altrimenti ci saremmo trascinati dietro.

Poi ci sono gli elementi del futuro dell’esperienza umana di recente concezione, come l’idea già locked-in di file, e il fatto che siano necessari quanto l’aria che respiriamo. D’ora in avanti il file sarà uno degli elementi fondanti della storia umana, al pari dei geni. Non sapremo mai che cosa questo significhi, o che cosa avrebbero potuto significare le alternative.

Tutto sommato, ce la siamo cavata splendidamente! Ma la sfida che è sul tappeto adesso non assomiglia a nessuna delle precedenti. I nuovi design sul punto di essere lockedin, quelli del Web 2.0, chiedono a gran voce che le persone si definiscano al ribasso. Ora, una cosa è lanciare una concezione limitata della musica o del tempo nella competizione per quali idee filosofiche saranno locked-in. Tutt’altra cosa è farlo con l’idea stessa di quel che significa essere una persona.

Esce domani, per Mondadori, Tu non sei un gadget, di Jaron Lanier, che ha fatto molto discutere per le sue tesi critiche nei confronti degli esegeti delle nuove tecnologie, provenienti da un frequentatore esperto e di lunga data delle suddette nuove tecnologie (qui ne aveva scritto Luca Sofri). Alcuni vi hanno superficialmente letto una denuncia contro “l’odio e la violenza che prosperano in rete” e contro “il monopolio di Google”, e lo hanno tirato molto per la giacchetta: Lanier cerca piuttosto, come spiega in questa parte del primo capitolo che anticipiamo, di aprire una discussione anche autocritica tra i sostenitori della modernità. Una delle idee principali è quella secondo cui nelle tecnologie non ci possono essere un’intelligenza ed un sapere diffuso indipendenti e separabili dall’individualità e dalla creatività umana.

Lanier è uno sviluppatore americano, ha elaborato la definizione virtual reality. Scrive per Edge e Discover, e insegna alla UC Berkeley.

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