• Cultura
  • lunedì 27 Settembre 2010

«La critica della tecnologia non va lasciata ai luddisti»

Esce domani in Italia "Tu non sei un gadget" di Jaron Lanier, che di recente aveva rilanciato un'autocritica sui cambiamenti indotti dalle nuove tecnologie

«La cosa più importante in una tecnologia è come cambia le persone»

di Jaron Lanier

In parte, ciò è successo perché il volontariato si è dimostrato una forza potentissima nella prima versione del Web. Quando il mondo del business si affrettò a capitalizzare quanto era accaduto, sorse una difficoltà, nel senso che l’aspetto contenutistico del Web, il lato culturale, funzionava piuttosto bene anche senza un business plan.

Poi arrivò Google con l’idea di abbinare pubblicità e ricerca, anche se quel business non influenzava direttamente ciò che le persone facevano davvero on line. Ebbe sì degli effetti, ma solo indiretti. Le prime attività sul Web possedevano un’energia notevole e avevano un’impronta personale. La gente creava «homepage» personali tutte diverse le une dalle altre, spesso bizzarre. Sapeva di qualcosa, il Web.

Naturalmente gli imprenditori cercarono di escogitare prodotti in grado di creare una domanda (o almeno ipotetiche opportunità pubblicitarie che potessero in futuro far concorrenza a Google) in un contesto in cui non c’erano vuoti da riempire né bisogni da soddisfare, a parte l’avidità pura e semplice. Google aveva scoperto una nuova nicchia, praticamente inespugnabile per l’eternità e resa possibile dalla natura della tecnologia digitale. Si scopre che il sistema digitale in grado di rappresentare persone e pubblicità in modo che possano essere abbinate è analogo al Midi. È un esempio di come la tecnologia digitale possa determinare una

Crescita esplosiva dell’importanza dell’«effetto network». Ogni elemento del sistema – ogni computer, persona, bit – finisce col dipendere dall’adesione assoluta, senza scampo, a uno standard comune, a un comune punto di scambio.

A differenza del Midi, il software segreto standard di Google si trova nascosto nella sua computing cloud anziché replicato nelle vostre tasche (Il termine cloud, nuvola, indica un’ampia risorsa computazionale disponibile su internet. È impossibile sapere dove essa risieda fisicamente. Google, Microsoft, ibm e diverse agenzie governative sono alcuni dei proprietari di computing cloud). Chiunque voglia fare pubblicità è costretto a usare quello standard o a restare emarginato, confinato in una sottocultura esigua e irrilevante, proprio come i musicisti digitali sono costretti a usare il Midi per lavorare insieme agli altri nel regno digitale. Nel caso di Google, il monopolio è opaco e proprietario. (A volte le nicchie digitali soggette a lock-in sono proprietarie, altre volte no. Le dinamiche sono le stesse in entrambi i casi, sebbene le implicazioni commerciali possano essere diversissime.)

La nicchia inespugnabile di Google ha spazio per un solo attore, il che spiega perché la maggior parte delle strategie concorrenziali che si sono succedute si siano rivelate un fallimento. Leviatani come facebook hanno modificato la cultura con intento commerciale, ma, fino al momento in cui scriviamo, senza esiti commerciali.

Per come la vedo io, si sarebbero potuti ottenere nuovi successi commerciali in tantissimi modi, ma la fede degli smanettoni ha condotto gli imprenditori lungo una strada ben precisa. La produttività volontaria deve diventare una commodity, un bene di consumo, perché il genere di fede che sto criticando prospera quando si può fingere che i computer facciano tutto, e le persone non facciano niente.

Una serie infinita di strategie sostenute da investimenti giganteschi ha incoraggiato i giovani a entrare per la prima volta nel mondo on line per creare presenze standardizzate su siti come Facebook. Sono interessi commerciali ad aver promosso l’adozione generalizzata di modelli standardizzati come il blog, e questi modelli hanno incoraggiato – almeno in alcuni aspetti della progettazione, per esempio i commenti – lo pseudonimato al posto della baldanzosa estroversione caratteristica della prima ondata della cultura web.

Anziché trattare le persone come sorgenti della propria creatività, i siti di aggregazione e di astrazione commerciale hanno presentato dei frammenti di creatività resi anonimi come prodotti che, per quanto se ne sa, potrebbero essere caduti dal cielo o spuntati dal terreno, oscurando in tal modo la loro autentica origine.

Ascesa di una tribù

Siamo arrivati a questo punto a causa del fatto che di recente una sottocultura di tecnologi è diventata più influente delle altre. La sottocultura vincente non ha un nome ufficiale, ma talvolta io ho definito i suoi esponenti sostenitori del totalitarismo cibernetico o «maoisti digitali».

La tribù in ascesa è composta da gente che proviene dal mondo dei creative commons, dalla cultura dell’«open», la comunità di Linux, gente che, nei confronti dell’informatica, è legata all’approccio dell’intelligenza artificiale, sostenitori del Web 2.0, del file sharing e di ogni possibile contaminazione contro il sistema, e di svariati altri. La loro capitale è la Silicon Valley, ma hanno basi in tutto il mondo, dovunque si crei cultura digitale. Fra i loro blog preferiti: Boing Boing, Techcrunch e Slashdot; la loro ambasciata in Europa, «Wired».

Ovviamente quello che sto dipingendo è un quadro a grandi linee: non tutti i membri dei gruppi che ho nominato sottoscrivono in blocco le convinzioni che critico. Anzi, il problema del pensiero condiviso che mi preoccupa non sta tanto nella mente dei tecnologi stessi, quanto in quella di chi usa gli strumenti promossi dai sostenitori del totalitarismo cibernetico.

Il principale errore della cultura digitale più recente è stato quello di spezzettare una rete di individui fino a ritrovarsi alla fine con una specie di poltiglia. A quel punto, inizi a preoccuparti dell’astrazione della rete invece delle persone reali che in rete sono collegate, anche se la rete come tale è priva di significato. Le sole cose che abbiano mai avuto un significato sono le persone.

Quando parlo di tribù, non intendo riferirmi a un «loro» distante e alieno. I membri della tribù sono miei amici di lunghissima data, miei mentori, miei studenti, miei colleghi e miei compagni di viaggio. Molti dei miei amici non sono d’accordo con me. Va a loro onore che io mi senta libero di dire come la penso, sapendo che continueranno ad accettarmi.

D’altra parte, sono consapevole dell’esistenza di una tradizione informatica d’impronta umanistica. Alcune delle sue figure più note sono Joseph Weizenbaum, oggi scomparso, Ted Nelson, Terry Winograd, Alan Kay, Bill Buxton, Doug Engelbart, Brian Cantwell Smith, Henry Fuchs, Ken perlin, Ben Shneiderman (inventore dell’idea di cliccare su un link) e Andy Van Dam, un grande maestro che ha formato generazioni di protégé, fra i quali Randy Pausch. Altra figura di rilievo di questa corrente umanistica è David Gelernter, ideatore di gran parte dell’impalcatura tecnica di quello che un giorno si sarebbe chiamato «cloud computing», nonché di molte delle potenziali applicazioni pratiche delle «nuvole».

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