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  • lunedì 27 Settembre 2010

«La critica della tecnologia non va lasciata ai luddisti»

Esce domani in Italia "Tu non sei un gadget" di Jaron Lanier, che di recente aveva rilanciato un'autocritica sui cambiamenti indotti dalle nuove tecnologie

«La cosa più importante in una tecnologia è come cambia le persone»

di Jaron Lanier

Le argomentazioni in favore di Unix si incentravano sulla considerazione che nei decenni successivi i computer sarebbero diventati, letteralmente, milioni di volte più veloci. Si pensava che l’aumento di velocità avrebbe reso trascurabili i problemi di sincronizzazione che mi lasciavano perplesso. È un fatto che i computer di oggi siano milioni di volte più veloci e che Unix sia diventato parte integrante della nostra vita. Esistono strumenti ragionevolmente espressivi che lo contengono, dunque in alcuni casi l’aumento di velocità è bastato a compensare i problemi di Unix.

Ho in tasca un iPhone, e quello che c’è al suo interno è sostanzialmente Unix. Un aspetto irritante di questo gadget è il fatto che presenta un’incomprensibile serie di ritardi imprevedibili dell’interfaccia utente. Quando si preme un pulsante virtuale, la mente si aspetta subito una risposta che però arriva solo dopo un po’. In quell’intervallo di tempo viene a crearsi una strana tensione, e la semplicità intuitiva lascia il posto al nervosismo. È lo spettro di Unix, che dopo tutti questi anni si rifiuta ancora di adattarsi ai ritmi del mio corpo e della mia mente.

Non è che ce l’abbia in particolare con l’iPhone (di cui tratterò più avanti, in un altro contesto). Avrei potuto nominare uno qualunque dei personal computer odierni. Windows non è Unix, ma entrambi hanno in comune l’idea che un simbolo sia più importante del flusso temporale e della continuità dell’esperienza che vi è sottesa.

La difficile relazione fra Unix e il mondo temporale in cui il corpo umano si muove e la mente umana pensa è un esempio di lock-in fastidioso ma non disastroso. Forse renderà più facile alle persone apprezzare il buon vecchio mondo fisico quanto più la realtà virtuale migliora. Se così fosse, non tutto il male sarebbe venuto per nuocere.

Le filosofie del software radicato: così ubiquitarie da diventare invisibili

Un’idea soggetta a un lock-in ancora più rigido è il concetto di file. Una volta, non troppo tempo fa, moltissimi informatici pensavano che l’idea di file non fosse poi un granché.

Per esempio, il primo progetto di qualcosa di simile al World Wide Web, Xanadu di Ted Nelson, immaginava per il mondo un unico file gigantesco e globale. La prima versione del Macintosh, che non arrivò mai sul mercato, non aveva file. Tutto il lavoro dell’utente si accumulava in un’unica grande struttura, una specie di pagina web personale. Steve Jobs riprese il progetto del Mac da chi lo aveva iniziato, Jef Raskin (oggi scomparso), e ben presto apparvero i file.

Unix aveva i file; il Mac, come apparve sul mercato, aveva i file; Windows ha i file. I file sono ormai una parte della nostra vita; la nozione di file viene insegnata agli studenti d’informatica come se si trattasse di un fenomeno naturale. Anzi, il concetto che abbiamo di file potrebbe essere più tenace delle nostre idee sulla natura. Riesco a immaginare che un giorno i fisici ci diranno di smetterla di credere ai fotoni, perché hanno scoperto un modo più appropriato di pensare alla luce: ma anche allora, probabilmente, i file sopravviveranno.

Il file è un insieme di idee filosofiche incarnate e poi rese incorruttibili. Fra le idee espresse dal file vi è il concetto che l’espressione umana si presenti in parti scindibili e organizzabili come foglie su un albero astratto, e che quelle parti abbiano delle versioni e debbano essere abbinate ad applicazioni compatibili.

Che significato hanno i file per il futuro dell’espressione umana? Rispondere a questa domanda è meno facile che rispondere a quest’altra: «in che modo la lingua inglese influenza i pensieri dei madrelingua inglesi?». Un madrelingua inglese può se non altro essere paragonato a un madrelingua cinese, ma i file sono universali. L’idea del file è cresciuta al punto che non riusciamo a concepire un quadro sufficientemente ampio da contenerla e consentirci così di valutarla empiricamente.

Quello che è successo ai treni, ai file e alle note musicali potrebbe presto succedere alla definizione di essere umano

Vale la pena cercare di stabilire quando le filosofie si congelano in un software soggetto a lock-in. Per esempio: l’anonimato (o pseudonimato) diffuso è una buona cosa? La domanda è importante, perché le relative filosofie che si occupano del modo in cui gli esseri umani possono esprimere significato sono così radicate nei software interdipendenti di internet che forse non riusciremo mai a liberarci completamente di loro, o addirittura a ricordare che le cose sarebbero potute andare in altro modo.

Dovremmo almeno provare a evitare questo caso particolarmente insidioso di lock-in che incombe su di noi. Il lock-in ci fa dimenticare le libertà perdute di cui godevamo nel passato digitale. E ciò può rendere più difficile scorgere quelle di cui godiamo nel presente digitale. Per fortuna, malgrado la difficoltà, è sempre possibile cercare di modificare alcune espressioni filosofiche a rischio di lock-in negli strumenti che usiamo per capirci l’un l’altro e per capire il mondo.

Una bella sorpresa

L’avvento del Web è stato uno di quei rari casi in cui abbiamo appreso informazioni inedite e positive sulle potenzialità umane. Chi avrebbe mai detto (almeno all’inizio) che milioni di persone si sarebbero impegnate tanto in un progetto privo di pubblicità, di scopi commerciali, di minacce di castigo, di figure carismatiche, di politica identitaria, di sfruttamento della paura della morte o di qualunque altra delle motivazioni classiche dell’umanità? Un numero enorme di persone ha lavorato insieme per realizzare una cosa solo perché era una buona idea, e per giunta bella.

Alcuni degli eccentrici visionari del mondo digitale l’avevano previsto, ma quando è successo davvero è stato comunque uno shock. Si scopre che è possibile realizzare anche una filosofia ottimistica e idealistica. Metti una felice filosofia di vita nel software, e potrebbe avverarsi!

Perché lasciare ai luddisti la critica alla tecnologia?

Non tutte le sorprese sono state gradevoli, però.

Il qui presente rivoluzionario digitale crede ancora in quasi tutti i nobili e profondi ideali che tanti anni fa avevano stimolato il nostro lavoro. Alla base c’era una fede ingenua nella natura umana. Dando più potere alle persone, così credevamo, ne sarebbe risultato più vantaggio che danno.

Il modo in cui internet è degenerata da allora è veramente perverso. L’assunto centrale della progettazione originaria del Web è stato rimpiazzato da una fede del tutto differente nella centralità di entità immaginarie riassumibile nell’idea che internet nel suo complesso stia prendendo vita e si stia trasformando in una creatura superumana.

I progetti guidati da questa fede nuova e perversa hanno ricacciato nell’ombra gli individui. Le finestre di Windows si erano come aperte per tutti negli anni novanta, ma la mania dell’anonimato ha vanificato quella possibilità. Questo rovesciamento ha favorito parecchio i sadici, anche se l’effetto peggiore è stata la degradazione della gente comune.

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