• Cultura
  • lunedì 27 settembre 2010

«La critica della tecnologia non va lasciata ai luddisti»

Esce domani in Italia "Tu non sei un gadget" di Jaron Lanier, che di recente aveva rilanciato un'autocritica sui cambiamenti indotti dalle nuove tecnologie

«La cosa più importante in una tecnologia è come cambia le persone»

di Jaron Lanier

Un giorno il processo di lock-in riguarderà un programma digitale di riproduzione vocale, il quale consentirà ai computer di parlare meglio di quanto facciano. Può darsi che quel programma verrà adattato alla musica e forse nascerà un tipo di musica digitale più fluida ed espressiva. Ma anche se accadrà, fra mille anni, quando una nostra pronipote starà viaggiando alla velocità della luce per esplorare una nuova galassia, verrà probabilmente tormentata dal bip bip di qualche orribile musichetta Midi che la avvisa della necessità di ricalibrare il filtro antimateria.

Il lock-in trasforma i pensieri in fatti

Prima del Midi, una nota musicale era un’idea insondabile che trascendeva una definizione assoluta. Era un modo di pensare dei musicisti, o una maniera di insegnare e tramandare la musica. Era un utensile mentale distinto dalla musica in sé. Per esempio, la stessa registrazione trascritta da persone diverse poteva dar luogo a partiture lievemente differenti.

Dopo l’avvento del Midi, una nota musicale non è stata più solo un’idea, ma una struttura rigida e vincolante, ineludibile in tutti gli aspetti della vita investiti dal digitale. Il processo di lock-in è come un’onda che a poco a poco fa sbiadire le regole cui siamo abituati nella nostra vita, eliminando le ambiguità e quindi la flessibilità del pensiero man mano che un numero sempre maggiore di strutture mentali si solidifica in realtà permanente ed effettiva.

Possiamo paragonare il lock-in al metodo scientifico. Karl Popper aveva ragione quando dichiarò che la scienza è un processo che falsifica le idee man mano che progredisce: per esempio, non si può più ragionevolmente credere a una terra piatta, sbucata dal nulla qualche migliaio di anni fa. La scienza scarta le idee empiricamente, per buone ragioni. Il lock-in, invece, rimuove opzioni alternative di design con il solo criterio della facilità di programmazione, di quanto è politicamente fattibile, di quello che è di moda o di quello che si è creato per caso.

Il lock-in scarta le idee che non si adattano allo schema vincente di rappresentazione digitale, e inoltre riduce o limita le idee che rende immortali, privandole di quell’insondabile zona d’ombra del significato che distingue una parola del linguaggio naturale dall’istruzione di un programma software.

I criteri che guidano la scienza sono forse più degni di rispetto di quelli che guidano il lock-in ma, a meno che non si escogiti un modo del tutto diverso di produrre software, si può scommettere che in futuro ci saranno ulteriori lock-in. Il progresso scientifico, di contro, richiede sempre determinazione e può ristagnare per ragioni politiche, per mancanza di fondi o di curiosità. Ecco una sfida interessante: come può un musicista rimanere fedele al concetto più ampio, più indefinito di «nota» che esisteva prima del Midi quando usa il midi tutto il giorno e interagisce con altri musicisti attraverso il filtro del Midi? E vale la pena provarci? Un artista digitale non dovrebbe arrendersi al lock-in e accettare l’idea finita, infinitamente esplicitata di una nota Midi?

Se è importante trovare il limite del mistero, meditare quanto non può essere definito con esattezza (o reso in uno standard digitale), allora saremo eternamente costretti a cercare idee e oggetti nuovissimi, abbandonando i vecchi come le note musicali. Nel corso di tutto questo libro affronterò la questione se le persone stiano diventando come le note Midi: definite in eccesso e limitate in pratica a quello che può essere rappresentato da un computer. Le implicazioni sono enormi: è possibile immaginare di abbandonare le note musicali, non lo è di abbandonare noi stessi.

Quando Dave inventò il Midi, io ne fui entusiasta. Alcuni miei amici del gruppo originale del Macintosh costruirono velocemente un’interfaccia hardware che consentisse a un Mac di usare il Midi per controllare un sintetizzatore, e io misi a punto nel giro di poco tempo un programma di creazione musicale. Ci sentivamo così liberi; ma avremmo fatto meglio a essere più cauti.

Al punto in cui ci troviamo, modificare il Midi è diventato difficilissimo, e così è stata la cultura a modificarsi per farlo sembrare più ricco di quanto non volesse essere in partenza. Abbiamo ridotto le nostre aspettative nei confronti delle forme più comuni di suoni musicali allo scopo di rendere adeguata la tecnologia. Non è stata colpa di Dave. Come avrebbe potuto immaginarlo?

Reificazione digitale: il lock-in trasforma la filosofia in realtà

Molte delle idee soggette a lock-in riguardanti il modo in cui si costruisce un software provengono da un vecchio sistema operativo, Unix, che presenta alcune caratteristiche apparentabili al Midi.

Laddove il Midi comprime l’espressione musicale in un modello ristretto dell’azione dei tasti su una tastiera musicale, Unix fa la stessa cosa per ogni computazione, ma usando l’azione di tasti su tastiere simili a quelle della macchina per scrivere. Un programma Unix somiglia spesso alla simulazione di una persona che batte velocemente a macchina.

In Unix esiste una caratteristica progettuale di base chiamata «interfaccia a riga di comando». In questo sistema operativo si digitano le istruzioni, si preme il tasto «invio» e le istruzioni vengono eseguite. Uno dei principi di progetto generali di Unix è che un programma non è in grado di stabilire se a premere il tasto «invio» sia stata una persona o un programma. Dal momento che gli operatori reali sono più lenti di quelli simulati a usare una tastiera, questa particolare caratteristica elimina l’importanza di una sincronizzazione precisa. Di conseguenza, Unix si basa su eventi discreti che non debbono avvenire in un momento preciso. L’organismo umano, al contrario, si basa su processi sensoriali, cognitivi e motori continui che debbono essere sincronizzati con precisione nel tempo (il Midi si trova a metà strada fra il concetto di tempo incorporato in Unix e quello caratteristico del corpo umano, dato che si basa su eventi discreti che avvengono in momenti determinati.).

Unix incarna una fede eccessiva nei simboli astratti discreti, fede che al tempo stesso si rivela troppo debole nei confronti della realtà temporale, continua e non astratta; è più simile a una macchina per scrivere che a un compagno di ballo (forse le macchine per scrivere e i sistemi di videoscrittura dovrebbero sempre rispondere in tempo reale, come un compagno di ballo; ma non è ancora così). Unix tende a «volersi» connettere alla realtà come se la realtà fosse una rete di veloci dattilografi.

Se si spera che i computer debbano essere progettati per servire persone in carne e ossa, oltre che persone astratte, Unix dovrebbe essere considerato frutto di una cattiva progettazione. L’ho scoperto negli anni Settanta, quando cercai di servirmene per creare strumenti musicali sensibili come quelli reali. Stavo cercando di fare quello che non fa il Midi, cioè lavorare con gli aspetti fluidi della musica, quelli difficili da descrivere con la notazione, e scoprii che la filosofia interna di Unix era troppo fragile e rozza per quello scopo.

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