• Cultura
  • lunedì 27 Settembre 2010

«La critica della tecnologia non va lasciata ai luddisti»

Esce domani in Italia "Tu non sei un gadget" di Jaron Lanier, che di recente aveva rilanciato un'autocritica sui cambiamenti indotti dalle nuove tecnologie

«La cosa più importante in una tecnologia è come cambia le persone»

di Jaron Lanier

Il particolare modello di Web che conosciamo oggi è opera di un singolo individuo, Tim Berners-Lee. Quando fu introdotto, il Web era minimalista, in quanto forniva solo indicazioni molto generiche sull’aspetto che avrebbero avuto le pagine. Era anche aperto, perché l’architettura non privilegiava una pagina rispetto a un’altra, e tutte le pagine erano accessibili a tutti. Metteva inoltre l’accento sulla responsabilità, dato che solo il proprietario di un sito web era in grado di garantire che il sito fosse accessibile ai visitatori.

La motivazione iniziale di Berners-Lee era servire la comunità dei fisici, non il mondo intero. Nonostante ciò, il clima nel quale il progetto del Web fu accolto dai primi che lo utilizzarono era influenzato da discussioni di tipo idealistico. Nel periodo precedente la nascita del Web le idee in gioco erano radicalmente ottimistiche e guadagnarono consenso nella comunità, poi si diffusero nel resto del mondo.

Dal momento che quando costruiamo tecnologie legate all’informazione partiamo quasi sempre praticamente da zero, come possiamo stabilire quali siano le migliori? La libertà radicale insita nei sistemi digitali porta con sé una sfida morale che disorienta. Inventiamo tutto noi: dunque, cosa dovremmo inventare? Ahimè, questo dilemma – dilemma causato dall’avere così tanta libertà – è indecidibile.

Quando le dimensioni e la complessità di un programma aumentano, il software può diventare un arduo rompicapo. Allorché vengono coinvolti altri programmatori, può trasformarsi in un vero e proprio labirinto. Se si è abbastanza esperti, è possibile scrivere un piccolo programma da zero, ma riuscire a modificare con successo un programma esteso richiede uno sforzo immenso (e non poca fortuna), soprattutto se da esso dipendono già altri programmi. Anche i migliori team di sviluppo software si ritrovano periodicamente alle prese con uno sciame di bug e di aporie progettuali.

È un piacere scrivere da soli un piccolo programma, ma mantenere in efficienza un applicativo di grandi dimensioni è sempre un lavoro ingrato. È per questa ragione che la tecnologia digitale rischia di provocare una specie di schizofrenia nella psiche del programmatore. C’è una costante confusione tra computer reale e computer ideale. I tecnologi vorrebbero che ogni software si comportasse come un divertente programmino nuovo di zecca, e adotteranno qualunque strategia psicologica disponibile per evitare di pensare ai computer in modo realistico.

La fragilità intrinseca dei programmi con qualche anno alle spalle può far sì che la progettazione digitale si congeli a causa di un processo noto come lock-in. Ciò accade quando molti programmi software sono progettati per funzionare con un applicativo preesistente. Apportare modifiche significative a un software in una situazione in cui tanto altro software dipende da esso è la cosa più difficile da realizzare. Per questa ragione, non succede quasi mai.

Di tanto in tanto compare un Eden digitale

Un giorno nei primi anni ottanta, un progettista di sintetizzatori musicali di nome Dave Smith escogitò per caso un sistema per rappresentare le note musicali. Lo chiamò Midi. Nel suo approccio, la musica era concepita secondo la visuale di un tastierista. Il Midi era composto da configurazioni digitali che rappresentavano eventi possibili su una tastiera, come «key-down» (tasto premuto) e «key-up» (tasto rilasciato).

Ciò significava che esso non poteva rendere le espressioni sinuose ed effimere prodotte da una voce umana o da un sassofono. Riusciva a descrivere solo il mondo fatto a mosaico di un tastierista, non quello ad acquerello di un violinista. Ma non c’era ragione perché il Midi tenesse conto dell’intero spettro delle espressioni musicali, dal momento che Dave voleva soltanto connettere tra loro alcuni sintetizzatori, in modo da avere a disposizione una tavolozza di suoni più ampia suonando una sola tastiera. Nonostante i suoi limiti, il Midi diventò lo standard per rappresentare la musica nel software. I programmi musicali e i sintetizzatori vennero progettati per lavorare con il Midi, e ben presto ci si rese conto che modificare o eliminare tutto quel software e quell’hardware sarebbe stato impossibile. Il Midi si era saldamente insediato, e lì rimane a tutt’oggi, nonostante gli eroici sforzi per attuare una riforma compiuti in più occasioni da una schiera di potenti organizzazioni commerciali, accademiche e professionali a livello internazionale.

Gli standard e la loro inevitabile mancanza di flessibilità costituivano un ostacolo ben prima che esistessero i computer, naturalmente. Lo scartamento dei binari ferroviari ne è un esempio. La metropolitana di Londra fu progettata a scartamento ridotto e con gallerie delle dimensioni corrispondenti, cosa che, in molte linee, impedisce che vi sia spazio per installare impianti di condizionamento dell’aria. Così, decine di migliaia di pendolari di una delle città più ricche del mondo devono affrontare ogni giorno viaggi soffocanti a causa di una scelta progettuale rigida fatta più di cent’anni fa.

Ma il software è peggio della ferrovia, perché deve sempre aderire con perfezione millimetrica a un disordine del tutto particolare, arbitrario, intricato e difficile da governare. I requisiti d’ingegnerizzazione sono così severi e perversi che cercare di adeguarsi a modifiche negli standard può rivelarsi una battaglia senza fine.

Se dunque il lock-in nel mondo delle ferrovie può essere paragonato a una specie di gangster, in quello digitale è un tiranno assoluto.

Vivere sulla superficie curva della legge di Moore

Ogni tanto capita che un particolare applicativo occupi una nicchia e che, una volta implementato, diventi inalterabile: ciò costituisce un aspetto letale e snervante della tecnologia dell’informazione. Da quel momento esso diventa un elemento permanente, anche se un modello migliore avrebbe potuto prendere tranquillamente il suo posto prima che esso si radicasse. Un banale fastidio deflagra quindi in una sfida apocalittica, perché la potenza bruta dei computer cresce in modo esponenziale. Nel mondo dei computer questo fenomeno è noto come legge di Moore.

Da quando ho iniziato la mia carriera i computer sono diventati milioni di volte più potenti, e immensamente più diffusi e più connessi; e non stiamo parlando di così tanto tempo fa. È come se vi inginocchiaste a piantare il seme di un albero e quello crescesse così velocemente da inghiottire tutto il paese prima ancora che vi siate rimessi in piedi.

Così, il software mette i tecnologi di fronte a ciò che spesso viene percepito come un livello eccessivo di responsabilità. Dato che la potenza dei computer cresce a un ritmo esponenziale, i tecnologi che progettano e programmano devono prestare estrema attenzione quando compiono scelte di progettazione. Le conseguenze di decisioni minime, inizialmente irrilevanti, vengono spesso amplificate fino a diventare regole dirimenti e immutabili delle nostre vite.

Il Midi oggi è nel vostro telefono e in miliardi di altri dispositivi. È la struttura su cui è creata praticamente tutta la musica pop che ascoltate. Gran parte dei suoni che ci circondano – la musica ambient, i bip, le suonerie, gli allarmi – sono concepiti in Midi. L’esperienza uditiva umana nel suo complesso è ormai fatta di note discrete che possono essere disposte su una griglia.

« Pagina precedente 1 2 3 4 5 6 Pagina successiva »