Il testo del nuovo documento di Veltroni

6.

Ma il limite più grave di entrambe queste ipotesi è il loro rassegnarsi a vedere la politica ridursi a rappresentare le fratture della società italiana, anziché operare per ricomporle e superarle. Una rassegnazione che finisce per condannare il centrosinistra ad un destino minoritario.

Il Partito democratico è nato invece proprio per sconfiggere questa rassegnazione, per varcare questi limiti, per saldare queste fratture. Se vuole restare fedele a se stesso e soprattutto se vuole fondare la sua proposta di governo su basi solide, il Pd deve darsi una strategia di allargamento dell’area dei propri interlocutori e dei propri consensi, che faccia leva su un programma riformista, su un progetto innovativo per il Paese e su una classe dirigente fortemente rinnovata, attingendo a risorse che non siano solo quelle della politica tradizionale. Il Pd deve porsi l’obiettivo esplicito e dichiarato di allargare in modo cospicuo i suoi consensi e il suo radicamento ove oggi sono più deboli e fragili: a cominciare dal Nord, dal mondo produttivo, dalle nuove generazioni. Allo stesso modo, dopo lo scacco di una stagione di governo di gran parte delle regioni meridionali, il Pd non può accettare di considerare perduta la battaglia per la legalità, l’innovazione e la crescita nel Mezzogiorno.

Il Pd deve perseguire questi obiettivi innanzi tutto agendo su se stesso, riprendendo la via dell’innovazione: perché senza un partito grande del riformismo, un partito a vocazione maggioritaria, capace di competere per il primato nel Paese e di attrarre e organizzare attorno alla sua proposta le migliori energie intellettuali e morali, sociali e civili, le stesse alleanze, come si dimostra oggi, sono più difficili e non più facili.

La vocazione maggioritaria del Partito democratico non è, non è mai stata, il culto dell’autosufficienza, ma lo sforzo di pensare se stesso, la propria identità e la propria politica, come recita il Manifesto dei valori del Pd, “non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più o meno grandi della società, ma come proiezione della sua profonda aderenza all articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo della storia italiana e della complessità della società contemporanea, in una visione più ampia dell’interesse generale e in una sintesi di governo, che sia in grado di dare adeguate risposte ai grandi problemi del presente e del futuro”.

Innovazione, innanzi tutto, della sua cultura politica, che non può ridursi a una riedizione regressiva del compromesso storico, né risolversi nella tardiva adesione alla socialdemocrazia, ma deve valorizzare appieno il pluralismo delle storie che in esso sono confluite, come base di partenza nel delineare i tratti di una nuova identità pienamente democratica. Un’identità che si sente parte del grande movimento democratico e progressista europeo e mondiale e che si esprime, in Italia, nel superamento degli storici steccati tra laici e cattolici, in nome della ricerca comune dei principi di un nuovo umanesimo: che riconosca alla dimensione religiosa piena cittadinanza nel dibattito pubblico e riaffermi il principio di laicità delle istituzioni e che accompagni la crescente sensibilità per le libertà e le nuove frontiere dei diritti civili, con la maturazione di una nuova cultura della responsabilità. Un’identità plurale che, insieme all’apporto delle tradizioni del riformismo socialista e di quello cattolico democratico, riconosca l’importanza decisiva delle culture liberaldemocratiche e ambientaliste che oggi caratterizzano i democratici in tutto il mondo. Il Pd deve far pesare la sua carica innovativa anche in Europa, dove è chiamato a mantenere una delle sue promesse fondative, non limitandosi a militare in una delle famiglie europee, ma promuovendo l’intesa e la collaborazione tra le diverse componenti democratiche e progressiste accomunate dall’ideale europeista.

Innovazione della sua proposta programmatica, che deve assumere con coraggio l’obiettivo di battere tutti i conservatorismi, compresi quelli, palesi ed occulti, di centrosinistra, ponendo al centro il tema della democrazia decidente, attraverso le necessarie riforme istituzionali ed elettorali: rafforzamento dei poteri del premier e di quelli di controllo del Parlamento, regolazione del conflitto d’interessi, norme contro la concentrazione del potere mediatico e il controllo politico della Rai, differenziazione delle camere, riduzione del numero dei parlamentari, una legge elettorale, come si legge nel documento approvato dall’Assemblea nazionale del Pd del maggio scorso, “di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali”, insieme a norme sulla democrazia di partito e ad una regolazione delle primarie per le cariche monocratiche. Naturalmente con la preoccupazione, in materia di riforme delle grandi regole della democrazia, di definirne gli aspetti più specifici alla luce di una esigenza di ampio coinvolgimento politico tra le forze democratiche interessate a costruire una nuova fase politico-istituzionale del Paese.

Solo un Pd che si dimostri capace di espandere l’area dei suoi consensi e di rafforzare il suo radicamento nel Paese può raccogliere attorno a sé un’alleanza riformista per il governo dell’Italia: una coalizione coesa ed omogenea, selezionata dal progetto e proprio per questo affidabile e credibile. Perché solo un Pd forte e autorevole nel Paese può incoraggiare evoluzioni positive, nella direzione di una responsabile e innovativa cultura di governo, da parte delle forze che si collocano nell’area della sinistra e depotenziare preoccupanti regressioni, incompatibili con la cultura politica e istituzionale del Partito democratico, come quelle che ha fatto registrare chi, in questi due anni, è passato dalla convinta sottoscrizione di un programma riformista alla legittimazione di atteggiamenti demagogici e intolleranti.

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