Il testo del nuovo documento di Veltroni

5.

Il Partito democratico è nato dalla consapevolezza del carattere epocale del difficile passaggio storico che l’Italia si trova ad attraversare. Ed è nato con l’ambizione di rappresentare la proposta adeguata ad affrontarlo: non per un atto di presunzione, ma per la convergenza di diverse storie, culture, tradizioni riformiste, accomunate dal riconoscimento della propria inadeguatezza, o difficoltà, dinanzi alle sfide inedite del presente e del futuro e dalla volontà di concorrere alla costruzione di una risposta condivisa, aperta e innovativa.

Concentrando tutte le sue energie sull’obiettivo di avanzare una proposta innovativa al Paese, il Partito democratico, sia pure in un quadro di sconfitta nella competizione sul governo, resa inevitabile dal fallimento dell’Unione di centrosinistra, ha saputo suscitare una grande speranza nella società italiana. E raccogliendo il consenso di un elettore italiano su tre, non solo ha posto la premessa principale di una strategia di riconquista del governo su un terreno di affidabilità e di innovazione, ma in un’epoca segnata dalla frammentazione e dal proliferare di partiti effimeri, personali, privi di vita democratica interna, ha dato anche un grande contributo alla rivalutazione, nel solco dell’articolo 49 della Costituzione, del ruolo del partito politico come istituzione civile, snodo essenziale del buon funzionamento della democrazia.

La crisi del berlusconismo rende questa prospettiva, la prospettiva costitutiva del Partito democratico, al tempo stesso ancor più necessaria e urgente, ma anche più realistica e praticabile: perché riapre la possibilità di uno spostamento profondo, di un sensibile riallineamento dei rapporti di forza politico-elettorali nel Paese. A condizione, ovviamente, che si sia disposti a lavorare, a impegnarsi a fondo per questo obiettivo, rinnovando in profondità non i nostri principi, né la nostra specifica rappresentazione dei valori di libertà, uguaglianza, fraternità, solidarietà, ma le parole e le cose con le quali li abbiamo tradotti nel secolo scorso e che oggi sono perlopiù incapaci di dare risposte adeguate alle sfide del nostro tempo. A condizione che si voglia e si sappia uscire dal recinto – territoriale, sociale, generazionale – dei consensi tradizionali, per aprirsi alla ricerca di nuovi apporti. A condizione che si facciano risolutamente i conti con le posizioni conservatrici che, anche nel campo del centrosinistra, pensano che il nostro compito prioritario sia quello di difendere le conquiste del passato, piuttosto che cambiare in profondità una realtà che contraddice i nostri valori, punisce il merito e condanna i più deboli.

Così non è stato fin qui, o non lo è stato abbastanza, per responsabilità diffuse e condivise. Non si spiegherebbe altrimenti il paradosso per il quale il Pd è riuscito ad ottenere quasi il 34 per cento dei voti nel momento di massima difficoltà per il centrosinistra e di massimo consenso al berlusconismo e fatica oggi a stare sopra il 25 per cento, in piena crisi politica del centrodestra.

Ma nulla sarebbe adesso più sbagliato e contraddittorio, che affrontare la crisi politica e culturale del berlusconismo, sulla base dell’assunto della immutabilità dei rapporti di forza nel Paese. Una visione così angusta e rinunciataria, così falsamente realista, spingerebbe i democratici ad arroccarsi in difesa, pigri e spaventati, quando è invece il momento di uscire allo scoperto e di avanzare proposte coraggiose e innovative.
Esempi di questa mancanza di coraggio, di questa vera e propria involontaria subalternità ad un pensiero unico, sono per un verso l’ipotesi neo-frontista e per altro verso quella vetero-centrista: ipotesi che nel confuso dibattito interno al Pd tendono peraltro a mescolarsi, ad alternarsi in continue svolte e controsvolte, che offrono l’immagine di un partito senza bussola strategica.

La prima ipotesi, quella neo-frontista, punta a raccogliere lo schieramento quantitativamente più vasto, talmente vasto da avere in comune solo l’avversario: un errore strategico, che in passato il centrosinistra ha già pagato caro, in termini di tenuta, di affidabilità, di credibilità, di autorevolezza. Riproporre oggi questa strategia, non solo avrebbe il sapore di una perseveranza nell’errore, ma significherebbe non cogliere la domanda politica del Paese, che non è di schieramento, ma di contenuto, non è di alleanza contro (conservatrice e difensiva), ma di alleanza per (riformista e innovativa), proprio per questo capace di attrarre nuovi consensi e di suscitare nuove energie. Significherebbe, in altri termini, restare dentro lo schema del berlusconismo, proprio mentre il Paese cerca la via per uscirne.

Altrettanto inadeguata è l’ipotesi vetero-centrista, che fa leva su quello che essa definisce il duplice fallimento dei due poli del bipolarismo italiano, per proporre la riedizione di un modello di sistema politico che assegna a tavolino la rappresentanza dei delusi dal berlusconismo a un polo moderato, spinto da sinistra a giocare una partita di autonomia e convenzionalmente abilitato ad esercitare un ruolo di perno nella evoluzione del quadro politico italiano. Da qui i rischi di trasformismo, perché un cambiamento intessuto di ambiguità e reticenze potrebbe alimentare la rincorsa, in alcuni settori della società italiana, alla occupazione del potere in nome di pure esigenze di opportunità e deteriore pragmatismo. Anche questa ipotesi appare subalterna al berlusconismo, proprio in quanto accetta l’identificazione fra bipolarismo e berlusconismo, quasi il problema del Paese fosse quello di liberarsi della competizione bipolare e non invece quello di liberare il bipolarismo dall’ipoteca populista.

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