Il testo del nuovo documento di Veltroni

3.

Ingiustizia sociale, inefficienza economica, debito pubblico: tre problemi di tipo strutturale, ciascuno dei quali è causa ed effetto degli altri. Solo una strategia che li aggredisca tutti e tre contemporaneamente può realisticamente proporsi di evitare un declino che potrebbe anche essere niente affatto dolce, ma anzi aspro, conflittuale, perfino violento. Se vuole restare una Nazione, se vuole evitare il rischio di soccombere sotto le fratture che la minacciano, l’Italia ha bisogno urgente e drammatico di una stagione di riforme, coraggiose e profonde; di innovazione vera e giusta; di ridefinizione dei diritti e dei doveri di ciascuno, in una parola di un nuovo patto di convivenza civile che metta al centro la crescita, il lavoro, il futuro dei giovani.

Senza riforme, anche la timida ripresa in atto non diventerà crescita stabile, non riuscirà a creare occupazione e si dimostrerà quindi inadeguata a invertire la tendenza del Paese a perdere terreno in Europa e nel mondo.
L’Italia ha bisogno di riforme nel settore pubblico: per fare della spesa pubblica un fattore di competitività e per dotare il Paese di un welfare della solidarietà e della responsabilità, che non si limiti a compensare le disuguaglianze, le marginalità, le esclusioni prodotte dallo sviluppo economico, ma nutra l’ambizione di ricostruire la cultura delle relazioni e di promuovere il rispetto della dignità e dell’unicità di ogni persona. Un welfare che promuova i diritti delle persone anche attraverso il sostegno alla famiglia e alle relazioni sociali. Un welfare ripensato a misura delle giovani generazioni, che contrasti la precarietà con misure di sostegno al reddito e di accompagnamento da un lavoro all’altro e con nuove regole del mercato del lavoro che abbattano l’attuale regime di apartheid tra aree di lavoratori protette e garantite ed aree prive di qualunque tutela. Un welfare che investa più risorse nella formazione, nella scuola, nell’università, nella ricerca e sappia impiegarle meglio, premiando la competenza, il merito, i risultati.

I grandi mutamenti che hanno investito il mondo del lavoro, a causa dei processi di globalizzazione, possono essere governati in due direzioni: quella della radicalizzazione dello scontro sociale e politico, o invece quella di una nuova concertazione, di un nuovo patto tra produttori per la crescita e per l’equità sociale, fondato sulla consapevolezza della comunità di destino che unisce lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e delle partite Iva, imprenditori piccoli e grandi.

L’Italia ha bisogno di una politica capace di ripensare il rapporto tra l’economia e la società. La crisi economica internazionale ci ha insegnato che non basta individuare regole adatte a eliminare le turbolenze dei mercati: occorre ripensare a fondo i rapporti tra politica e mercato, richiamando a tal fine l’ispirazione propria di un’economia sociale di mercato. Di fronte alla crisi non ha senso riproporre vecchi approcci statalisti, tanto meno illudersi su una possibile rivincita dell’ideologia tipica della sinistra del secolo scorso. Dalla crisi si esce non rinnegando ma rilanciando l’idea di un riformismo liberale e solidale.

Non bastano aggiustamenti parziali, di carattere tecnico o istituzionale, occorre darsi grandi mete sociali e politiche e sostenerle con forti ideali. Bisogna ripensare le stesse categorie fondamentali su cui si è costruito il patto sociale che ha sostanziato le democrazie del Novecento e i valori che le hanno ispirate, lavorando a delineare un nuovo modello di crescita, che si può sintetizzare nel passaggio da un’economia dei consumi a una orientata allo sviluppo umano.

Strategica è, a questo riguardo, una rivoluzione ambientale che innovi fortemente il settore produttivo, quello energetico, quello urbanistico, incoraggiando e sostenendo la sempre più nutrita schiera di imprenditori coraggiosi che stanno facendo della qualità la cifra di un nuovo “made in Italy”.

Non ci può essere sviluppo dell’Italia se non si assume come priorità politica la lotta all’illegalità, il contrasto dei livelli politici e finanziari dei poteri criminali, la ricerca della verità sulle pagine più buie e opache della nostra storia collettiva, il prosciugamento delle ragioni sociali del consenso alle mafie nel Mezzogiorno.
E’ arrivato il momento di aprire una fase nuova del rapporto fra politica e giustizia. La politica deve assumere il punto di vista dei cittadini in termini di bisogno di legalità e diritto alla giustizia, uscendo finalmente dalla contrapposizione fra giustizialismo e tolleranza dell’illegalità e proponendo a tutte le forze della giustizia un tavolo comune di riforma. Diritti individuali dei cittadini e bisogno di legalità non sono infatti separati e separabili, ma possono vivere solo insieme.

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