Il testo del nuovo documento di Veltroni

2.

Il problema è che l’Italia ha più che mai bisogno di riforme, coraggiose e profonde. Perché, anche se sul piano congiunturale non sembrano esserci motivi di allarme immediato per la tenuta finanziaria ed economica del Paese, dal punto di vista strutturale permangono e si sono anzi aggravate ragioni di seria preoccupazione.

La prima è il debito pubblico: negli ultimi 10 anni, otto dei quali affidati alle cure del centrodestra e del tandem Berlusconi-Tremonti, la spesa pubblica corrente primaria è aumentata al ritmo del 4,6 per cento l’anno, mentre l’avanzo primario si è azzerato. Il debito è quindi tornato al livello raggiunto a metà degli anni ’90, prima che iniziasse la vittoriosa corsa verso l’Euro.

La seconda ragione di preoccupazione è la caduta verticale della produttività: stagnante da più di quindici anni, nel 2009 la produttività del lavoro è tornata ai livelli del 1996. Mentre la produttività totale (che considera la quota di crescita ascrivibile a fattori quali il progresso tecnologico, la qualità del capitale umano, le prestazioni della pubblica amministrazione) è regredita al livello già raggiunto nel 1993.

E’ come dire che, come italiani, abbiamo mancato tutti e due gli impegni che avevamo assunto con noi stessi e con gli altri europei all’atto dell’ingresso nell’Euro: rientrare dal debito, facendo ogni anno avanzo primario; e imparare a competere sui mercati con la produttività, l’efficienza, la qualità, avendo rinunciato all’uscita di sicurezza della svalutazione.

Il fallimento di entrambi questi obiettivi ha invece prodotto una seria caduta di competitività: tra il ’96 ed oggi, la bilancia delle partite correnti con l’estero è peggiorata di sette punti, da un attivo del 3,5 del pil a un passivo del 3,5 previsto dall’Ocse per il 2011, a riprova che il Paese domanda costantemente, ormai, più di quello che produce. E poiché il reddito pro-capite, al netto dell’inflazione, può crescere solo se aumenta la produttività, la tendenza in atto è gravida di conseguenze negative per il livello di vita delle famiglie e in particolare per le prospettive dei giovani.

Il terzo motivo di seria preoccupazione per il presente e il futuro dell’Italia è la crescente disuguaglianza. La distanza che c’è in Italia tra chi ha troppo e chi ha troppo poco è tra le più grandi dei paesi Ocse: più diseguali di noi sono solo gli Usa, che però presentano una mobilità sociale a noi sconosciuta, e poi la Turchia, la Polonia e il Messico. E, ciò che è più grave, la nostra enorme spesa pubblica (52 per cento del pil) riesce appena a scalfire gli effetti di disuguaglianza prodotti dal mercato, che sono invece drasticamente abbattuti dalla pari spesa pubblica di altri Paesi europei.

La malattia del nostro sistema-paese si comincia a cogliere nelle sue conseguenze più gravi, se si esaminano le dolorose fratture che si vanno allargando nella società italiana: la frattura territoriale Nord-Sud, che è tornata ad accentuarsi, fino a riproporre l’interrogativo sulla tenuta stessa dell’unità nazionale; la frattura generazionale, che vede per la prima volta i più anziani, non solo nell’impossibilità di assicurare ai più giovani prospettive migliori di quelle di cui essi stessi hanno goduto, ma quasi rassegnati ad assistere ad un loro anche accentuato deterioramento; la frattura sociale, tra settore privato (determinato dal mercato) e sistema pubblico (gestito dalla politica), che sta alimentando un conflitto dalle caratteristiche nuove, in un certo senso inedite, con la contrapposizione tra mondo della produzione da una parte e sistema della spesa pubblica dall’altra; fino alla frattura di cittadinanza, che vede crescere il numero di lavoratori non cittadini e ora anche di figli di immigrati, nati, cresciuti e istruiti in Italia e che l’Italia, alle prese con la sfida inedita dell’integrazione etnica, culturale, religiosa, fatica a riconoscere come cittadini.

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