• Cultura
  • domenica 12 Settembre 2010

A tavola con i boss

L'inchiesta di Peppe Ruggiero sul business dei prodotti alimentari gestiti dalla camorra

di Peppe Ruggiero

Bufala a denominazione di origine camorristica

L’oro bianco dei Casalesi, gioia e dolore dei loro affari. Mozzarella di bufala DOP. Soldi, qualità, tipicità. Economia da grandi numeri, da milioni di euro. E la mozzarella di bufala rappresenta la metafora migliore per raccontare i Casalesi, uno dei clan più potenti a livello internazionale. Governano il mondo dell’edilizia, costruiscono ovunque. Investono a Wall Street. Viaggiano eleganti e con valigette ventiquattrore. Ma con la loro amata “bufala” la fiducia e il rapporto rimane immutato e costante nel tempo. Nonostante la mozzarella li metta davanti alle loro colpe, al tradimento del territorio nel quale sono nati e vivono. E dove vivranno i loro figli e nipoti. Trecce e bocconcini di tutti i tipi, dopati con ormoni, prodotti con latte boliviano o proveniente dai paesi dell’Est. Bufalini infetti “taroccati” per sani, terreni avvelenati dallo sporco affare dei rifiuti tossici dove le bufale pascolano. Come sono lontani i tempi del clan che si proponeva come istituzione a garanzia del benessere dei concittadini e del paese!

Nonostante tutto, il binomio bufala-Casalesi continua. E non può essere altrimenti: sono nati bufalari, moriranno bufalari. Cemento, rifiuti, alta finanza, appalti sono arrivati dopo, ma la loro origine è negli allevamenti e nelle campagne. Quante cose hanno visto e sentito le bufale del casertano: ciascuna di loro ha incontrato e visto almeno un camorrista. Accade a Casal di Principe, a Castel Volturno, a Grazzanise, a Marcianise. Il regno delle famiglie che contano: Schiavone, Zagaria, Iovine, Bidognetti. Non c’è un loro parente che non possegga un caseificio e che non allevi bufale. Dieci, cento caseifici, spuntano come funghi dall’oggi al domani. Danno da mangiare a decine e decine di persone. Non hanno bisogno di licenza edilizia amministrativa, basta quella della camorra. E se arriva la “madama” a sequestrare tutto, la vendetta è immediata. Violenta e feroce. Lo raccontano le inchieste della magistratura, ma soprattutto la penna esperta e profonda della giornalista Rosaria Capacchione. Azienda Selvalunga, località Grazzanise: oltre seicento bufale di qualità. Latte da vendere in quantità e soldi contanti da investire. L’azienda viene messa sotto sequestro. Si tratta di un’azienda a responsabilità camorristica, riconducibile a Giuseppina Nappa, un nome d’eccellenza, moglie di Francesco Schiavone, in arte “Sandokan”.

Nonostante l’azienda fosse da tempo sequestrata e affidata a custodi giudiziari, la reggente del clan continuava a vendere il latte in nero a una lunga fila di imprenditori pronti ad acquistare. Quando il capo ordina, non c’è alternativa: si obbedisce. Ma il meccanismo viene scoperto dalla magistratura e in terra di camorra non si può accettare di essere sconfitti dallo Stato. Ed ecco che scatta la vendetta: i custodi sotto minaccia armata sono obbligati a far morire di fame e di sete le seicento bufale. No camorra, no Stato. E così, nel giro di poche settimane le povere bestie vengono lasciate a spegnersi lentamente. Tagliato alla radice quello che per il boss in tanti anni era stato il motore dell’economia criminale. Oro bianco che produce economia sotto regime camorristico e che fattura zero quando ritorna nelle mani dello Stato. Nel mondo delle bufale si può anche morire di fame. Basta un’ordine della camorra. Mozzarella a denominazione d’origine camorristica. E se provi a parlarne, rischi molto: o perché disturbi la camorra o perché immediatamente scatta la minaccia della querela da parte delle associazioni di categoria o del mondo della politica.

Del resto, il business dell’oro bianco viaggia su grandi cifre. È patrimonio nazionale, vetrina da esportare in tutto il mondo. Oltre 1.900 allevamenti di bufala DOP, 250.000 capi di bestiame, 3.000 imprenditori, 370 caseifici, oltre 300 milioni di fatturato annuo; 130.000 bufale in lattazione, 33.000 tonnellate prodotte ogni anno, di cui circa il 90% in Campania e il rimanente 10% nel basso Lazio e in Puglia. L’84% viene venduto sul mercato nazionale e il restante 16% sul mercato estero. E nessuno vuole generalizzare. Ma che qualche guaio ci sia stato nel passato e che continui a esserci anche nel presente, difficile smentirlo. Eppure è colpa del destino cinico e baro se dal 2002 a oggi almeno una volta l’anno dobbiamo registrare uno scandalo sulle mozzarelle di bufala. Vogliamo chiamarli incidenti di percorso. Come quello di Domenico Bidognetti, cugino del superboss Francesco, collaboratore di giustizia, condannato all’ergastolo. In sette mesi di dichiarazioni ha fatto luce su oltre cento omicidi in terra di Gomorra. E sugli scandali della bufala camorrista.

Nei verbali racconta di acquisti di terreni da parte dei Casalesi. Fondi che devono fruttare soldi, economia che gira. Il gioco è semplice. È il meccanismo del ciclo dell’ecomafia raccontato per decenni da Legambiente: acquisti un terreno, utilizzi la terra per lavori di edilizia e grandi appalti. Il buco viene colmato con rifiuti tossico-nocivi, di tutti i tipi e qualità. E una volta coperto, l’alternativa è costruire case, sempre abusive, o occultare tutto realizzandoci sopra un’azienda bufalina. È tutto scritto nei verbali. Il collaboratore di giustizia ha fornito ai magistrati un vero e proprio elenco dettagliato delle aziende made in Casalesi. Con bufale che pascolano e mangiano su terreni infettati dalle stesse mani criminali. Una ruota che gira e che fa guadagnare. Sempre. Altro giro, altra corsa. Ma sempre soldi. Parole che Domenico Bidognetti ha pagato caro: nel maggio 2008, i killer della camorra per vendetta uccidono suo padre, Umberto Bidognetti. Dodici colpi lo raggiungono mentre sta lavorando all’interno del suo allevamento di bufale a Cancello Arnone, nel casertano. Ucciso come un boss, anche se non lo era. Le parole del figlio sono state pesanti come pietre, anzi come proiettili. Dodici più uno, quello finale. Dritto alla tempia.

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