“Tornare avanti”

Il documento dei "quarantenni" dalemiani del PD contro il veltronismo

Libertà e partecipazione

Una coerente revisione del patrimonio culturale della sinistra deve dunque ripartire dalla negazione dell’assunto thatcheriano, troppo a lungo accettato anche da noi, secondo cui “la società non esiste”, perché “esistono solo gli individui”. Feticci completamente disincarnati dalle persone concrete e dai loro problemi reali, materiali e morali, che sono sempre, invece, problemi collettivi. Il Partito democratico dovrebbe avere la forza di affermare l’esatto contrario, e cioè che l’individuo non esiste, senza la società. Perché l’astrazione è l’individuo. E’ l’idea di un soggetto completamente autodeterminato e autosufficiente che non esiste, che non si incontra da nessuna parte, che non si può né vedere né toccare. Al di fuori delle sue relazioni con gli altri, della sua famiglia e dei suoi amici, del suo lavoro, del suo mondo, l’individuo si riduce al puro dato biologico. Non potrebbe nemmeno parlare, perché lo stesso linguaggio sarebbe impossibile, dunque non sarebbe nemmeno in grado di dire io. Non potrebbe nemmeno pensarlo. 
Dal punto di vista politico, il dato primario è la società. Il concetto cristiano di persona come nodo di relazioni, pertanto, si dimostra assai più fecondo del concetto liberale di individuo. Persone, dunque, con i loro legami, le loro concrete condizioni di vita e i loro complessi rapporti reciproci. Qui sta la risposta democratica alla sfida della destra, anche nel campo dell’immaginario, che si gioca tutta sul valore e sul significato della libertà. Solo uscendo dal terreno che le è stato imposto dall’avversario, rifiutando cioè il concetto stesso di una società degli individui, la sinistra potrà ritrovare la sua missione, con la forza del suo messaggio e di una sua autonoma proposta di emancipazione, che non può non nascere da un diverso equilibrio tra libertà della persona e partecipazione democratica alla vita politica ed economica, culturale e civile della nazione.

Tornare avanti

E’ giunto dunque il momento di liberare il Partito democratico dall’ipoteca della crisi della Prima Repubblica, dal leaderismo egocentrico, dal vacuo nuovismo e dal politicismo sterile che ne sono il prodotto. Costruire il Pd come grande forza progressista europea significa ripartire da una concezione della politica meno elitaria, perché popolare e democratica. Significa ripartire da un’idea di riformismo radicato tra le persone e gli interessi, che non è solo un problema organizzativo, ma richiede anzitutto autonomia di pensiero e cultura della rappresentanza.

Nella concreta situazione politica dell’Italia di oggi, costruire un’alternativa significa anche chiudere una fase e aprirne un’altra. Per questo credibilità, proposta politica per la transizione e preparazione di un’alternativa incentrata sul Pd non sono elementi in contraddizione, ma parti della stessa strategia.

Con la crisi di sistema del berlusconismo, si apre in Italia una fase di ridefinizione dell’assetto politico e istituzionale. Si ridisegna l’ordine economico e sociale del paese, in un quadro europeo e internazionale attraversato da seri rischi di regressione politica e civile. Il governo Berlusconi si spezza all’urto di un iceberg la cui parte emersa consiste nella questione della legalità. Ma sotto la superficie dell’acqua c’è, imponente, la questione economica e sociale, ossia l’insostenibilità della regolazione populista e corporativa del ripiegamento economico e sociale delle classi medie, in atto in Italia in misura più intensa che negli altri paesi occidentali. Non è un caso che la rottura avvenga dopo l’approvazione dell’ennesima manovra di correzione dei conti pubblici profondamente iniqua e senza prospettive di crescita per il paese.
La ricetta della destra berlusconiana non poteva funzionare. La profonda crisi economica e sociale esplosa all’inizio del 2008 ha fatto da detonatore. La ricollocazione al ribasso dell’Italia nella competizione internazionale determina una società sempre più polarizzata, bloccata, castale in termini di distribuzione del reddito e di opportunità, e sempre meno democratica in termini di diritti civili e politici. È una ricollocazione impossibile, perché esclude larga parte delle classi medie e penalizza la parte più dinamica e innovativa del lavoro e dell’impresa.

La svalutazione del lavoro è stata la prima causa della crisi. In questo quadro, almeno nel medio periodo, il risanamento dei conti pubblici è certo inevitabile. Ma è tanto più impressionante la disinvoltura con cui si ripropone e si attua, come via d’uscita dalla crisi, un’ulteriore svalutazione del lavoro. Indifferenti alla lezione del grande crack del 2008, si insiste sui tagli alla spesa, ossia sullo smantellamento del welfare delle classi medie, data la dimensione delle correzioni previste, pur sapendo che il welfare non porta responsabilità alcuna dell’esplosione dei debiti pubblici, che è invece conseguenza della crisi e dei salvataggi bancari. Ma tutto questo non conta. Gli immensi patrimoni accumulati da lor signori a spese dei lavoratori, per cifre che la nostra lingua non ha ancora imparato a nominare, non si possono toccare. Così crolla la domanda interna. Ma non importa. Si confida piuttosto sulle esportazioni ai cinesi per trainare la crescita. È la ricetta del presidente della Bce, in un dibattito che pure ha visto tanti economisti di impostazione liberale riconoscere la strutturale carenza di domanda globale quale vincolo insormontabile alla ripresa dell’occupazione. Pazienza. Superato il primo shock seguito all’esplosione della crisi, l’ortodossia deve essere immediatamente ripristinata. Di qui le manovre dei governi conservatori europei e il tentativo della destra italiana di ridisegnare un nuovo equilibrio economico e giuridico, in forme estreme e classiste, a tutto danno dei lavoratori, con l’inspiegabile aiuto di una parte delle forze sindacali. 
Alla controffensiva della destra economica e politica, si intrecciano le esigenze “oggettive” del management al servizio del grande capitale finanziario. A noi italiani, nelle ultime settimane, le ha ricordate con il suo stile brutale Sergio Marchionne, prima a Pomigliano e poi a Mirafiori. Il capitale finanziario può fare shopping globale per acquistare forza lavoro dov’è più conveniente. I sindacati e le forze politiche riformiste sono rinchiuse nei confini nazionali, piegate dalla propria subalternità culturale o arroccate su posizioni residuali e di pure testimonianza. Ma l’ordine economico e sociale che si sta tentando di ricostruire, e se possibile di inasprire, non regge. E’ troppo squilibrato. La crescita rimane anemica, e non produce occupazione. Le classi medie rimangono senza prospettive. Le democrazie liberali scivolano così verso derive populiste e autoritarie. È compito dei riformisti riorganizzarsi su basi sovranazionali per evitare le sciagure del passato.

Il Partito democratico non può affrontare questa fase decisiva, per l’Italia e per l’Europa, prigioniero di una discussione politicista e autoreferenziale. Dividersi tra i fautori dell’alleanza a sinistra e quelli dell’alleanza al centro, tra autocandidature alla premiership vuote di ogni reale significato politico. Per svolgere adeguatamente il suo compito al servizio del paese, il Pd deve affrontare questo passaggio storico dicendo chiaramente cosa pensa, quale idea di Italia intende portare avanti, e cioè quale Italia in quale Europa, con quali soggetti economici e sociali. Deve essere il Pd a mettere sul tavolo la propria proposta. Le altre forze politiche diranno se ci stanno o no.

Noi vogliamo contribuire a questa sfida, per dare più forza alla linea e alla leadership del Partito democratico, sancite dal congresso e dalle primarie di appena un anno fa.

Per questo ci ritroveremo a Orvieto il 25 settembre, nel luogo dove fu pensato il Partito Democratico.
Per alzare lo sguardo e la voce, uscendo finalmente dal triste crepuscolo di questa immutabile Seconda Repubblica.

Non per “tornare indietro”, ma per cambiare strada.

Da sedici anni, incapaci di uscire dal berlusconismo, non facciamo altro che andare indietro.

Crediamo sia venuto il momento di tornare avanti.

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