“Tornare avanti”

Il documento dei "quarantenni" dalemiani del PD contro il veltronismo

Il Partito democratico

A gran parte dei problemi che abbiamo delineato fin qui avrebbe dovuto rispondere il Partito democratico. Ma se le risposte non sono arrivate, la ragione sta proprio nel modo in cui il Partito democratico è nato: senza una propria analisi del mutamento nel rapporto tra politica ed economia, senza una propria idea dell’Italia, né una propria lettura della sua storia recente. Dopo una lunga e faticosa gestazione, culminata nel convegno di Orvieto, si è abbandonato e perfino rinnegato ogni tentativo di dare al nuovo partito un impianto politico-culturale autonomo, coerente con la storia dei partiti che avevano deciso di dargli vita. Si è preferito rimuovere il passato, cullandosi nella retorica del partito “completamente nuovo”, figlio di niente e di nessuno, contenitore post-identitario di tutto, supermercato elettorale di un molteplice nulla. Ci si è messi a favore di vento, rinunciando in partenza alle battaglie difficili. Le sole, però, in cui si cementano l’unità e l’identità di un partito. Di questo atteggiamento il discorso del Lingotto è stato il momento culminante, la summa teorica di un’eclettica visione dell’Italia, mutuata da tutte le narrazioni dominanti nel ristretto circuito delle nostre classi dirigenti.

Per aprire davvero una stagione di riforme, il Pd deve uscire dall’ipnosi indotta da questo circuito autoreferenziale. Se vuole recuperare una propria autonoma visione del paese e del mondo, deve individuare con chiarezza i propri riferimenti e i propri interlocutori sociali. A cominciare dalle nuove “classi subalterne”, comunque le si voglia chiamare, escluse o penalizzate dagli attuali equilibri e potenzialmente sensibili a una proposta di cambiamento. Solo così il Pd potrà sottrarsi all’egemonia di quel “ceto medio riflessivo” che minaccia di ridurlo sempre più a una grande ong per la difesa dell’ambiente, dei diritti civili e della pace nel mondo. E dovrà farlo a partire da una solenne petizione di principio: prima della responsabilità verso le generazioni future, viene la responsabilità verso le generazioni presenti.
Il Partito democratico, pertanto, deve capire innanzi tutti quali sono, qui e ora, i soggetti sociali disponibili a voltare pagina. I suoi riferimenti economici e sociali dovrebbero quindi tagliare trasversalmente i blocchi tradizionali, che sono ormai in frantumi. Il confine tra forze di progresso e forze di conservazione attraversa il lavoro dipendente e il lavoro autonomo, il lavoro professionale e l’impresa. I soggetti di riferimento per il Pd si possono intercettare solo attraverso un attento, paziente e finanche doloroso sforzo analitico e politico di scomposizione, selezione e ricomposizione degli interessi intorno a un progetto di modernizzazione del paese. E questo lo possono fare soltanto partiti organizzati e strutturati per aderire, come si diceva un tempo, a tutte le pieghe della società. Partiti, non comitati elettorali, inseriti in un sistema parlamentare che ne riconosca e ne valorizzi il ruolo essenziale.
Il Partito democratico deve sapere che la domanda di riforme non è data, strutturata e maggioritaria. Non abbiamo perso solo per limiti di offerta programmatica, per limiti soggettivi (leader deboli o inibiti da conflitti interni al partito e alla coalizione) oppure oggettivi (il filtro dei media controllati o allineati a Berlusconi). In realtà, la domanda di riforme è solo in parte già espressa. In larga misura, è solo potenzialmente presente. Per evolvere in compiuta domanda politica ha bisogno di un intenso lavoro culturale, politico, organizzativo. Non bastano leadership forti e illuminate, con i loro staff e i loro esperti di comunicazione.

Ricchezza e potere

Negli ultimi venti anni, in tutti i paesi occidentali, si è assistito a un gigantesco spostamento di ricchezza dai salari ai profitti. In Italia, i redditi da lavoro sono cresciuti del 4 per cento, i redditi da capitale del 44. Questa è la verità essenziale, la radiografia della Seconda Repubblica. E la ragione del perché i suoi difensori sono tanti, e tanto agguerriti.
Il loro principale punto di forza sta nell’essere riusciti a espellere progressivamente dall’area della legittimità non solo gli obiettivi, ma gli stessi strumenti di una politica alternativa: dall’intervento pubblico alla valorizzazione del lavoro, fino all’idea stessa di una politica industriale. Nulla è sfuggito alla campagna di demonizzazione di questi vent’anni, che ci ha raccontato un paese pullulante di energie imprenditoriali che aspettavano solo di essere liberate dai vincoli soffocanti dello stato e della politica, e prima ancora da sindacati, contratti e diritti dei lavoratori.

Gli stessi leader della sinistra, ad esempio, hanno continuato a parlare di produttività del lavoratore, non di produttività come risultante di produttività del lavoro, produttività del capitale e produttività totale dei fattori. L’onere della produttività viene così scaricato sui soli lavoratori, dimenticando la rilevanza, enormemente maggiore, della qualità e della quantità degli investimenti dell’impresa e dei fattori di contesto (dalle infrastrutture alla regolazione dei mercati, all’efficienza dei servizi pubblici e privati all’impresa). E’ una dimenticanza non casuale. Le vere cause del deficit di produttività sono molto più difficili da affrontare sia in termini economici e aziendali, sia in termini politici. Da questo versante, occorrerebbero infatti interventi strutturali, che toccherebbero rendite di posizione consolidate ed elettoralmente rilevanti. Appare molto più semplice imboccare la scorciatoia del ridimensionamento dei costi e dei diritti dei lavoratori, parzialmente compensato attraverso la fiscalità generale. Ma è una scorciatoia illusoria, insostenibile nel medio periodo, sia sul piano economico, sia sul piano democratico.
Analoga subalternità ha caratterizzato in questi anni l’approccio della sinistra al mercato del lavoro. La precarietà del lavoro per i giovani è stata scaricata sulle spalle dei padri operai, colpevoli di avere salari reali da fame, ma stabilità del lavoro. Per combattere la precarietà, innalzare il tasso di attività femminile e giovanile, far salire le retribuzioni, è decisiva la crescita economica. Per crescere, però, l’Italia deve intervenire sulla produttività totale dei fattori e sulla produttività del capitale. Per crescere deve disegnare cioè una coerente politica industriale. Nel mercato del lavoro, per sconfiggere la precarietà la variabile decisiva è la convenienza economica, non la convenienza giuridica dei contratti precari, ossia l’assenza di vincoli alla conclusione del rapporto di lavoro.

Uscire dalla crisi significa trovare un nuovo equilibrio. Tornare indietro è impossibile. Senza un deciso intervento della politica, però, l’Italia, come il resto d’Europa, rimarrà prigioniera di una lunga stagnazione. Di fatto, siamo già entrati in una “prospettiva giapponese”, caratterizzata da crescita anemica e da un elevato livello di disoccupazione, in particolare giovanile.

Questa è la partita che si sta giocando oggi in Italia e in Europa. Stiamo parlando di ricchezza e potere, perché è di questo, innanzi tutto, che deve occuparsi la politica. E prima di ogni altro, non foss’altro per il nome che porta, il Partito democratico, respingendo al mittente la retorica sulla necessità di una sinistra che torni a parlare di valori, possibilmente in versi, e si accontenti di tutelare i diritti civili, l’ambiente, le donne e i bambini. Una sinistra che dica tante bellissime e giustissime cose, purché non disturbi i principali beneficiari dell’assetto economico e sociale esistente. Che tenga buoni i lavoratori più forti, attraverso i servizi degli enti bilaterali, mentre smantella il welfare universale. Che offra agli esagitati, ai disperati e ai poveracci il surrogato di mille nobilissime battaglie per altrettante giustissime cause, per tutte le buone cause del mondo, meno che per la loro. Che si rivolga al popolo con il linguaggio della più estrema radicalità o del più soave lirismo, purché non gli metta in testa idee di mobilità sociale, redistribuzione della ricchezza e men che mai di una distribuzione del potere.

« Pagina precedente 1 2 3 4 5 6 Pagina successiva »

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.