“Tornare avanti”

Il documento dei "quarantenni" dalemiani del PD contro il veltronismo

Governabilità, decisionismo e “politica del fare”

Per uscire dal berlusconismo occorre dunque rivedere alla radice l’intera schematizzazione dei problemi del paese che si è affermata in questi anni: governabilità, decisionismo e “politica del fare” come risposta ai guasti prodotti da partitocrazia, consociativismo e statalismo. E’ infatti in questo perverso intreccio di liberismo e giustizialismo, che nello stato, nella politica e nei partiti vede solo il trionfo della corruzione e l’umiliazione del merito, il cuore di quell’ideologia antipolitica che ha progressivamente desertificato lo spazio pubblico, anche a sinistra, spianando la strada alle scorribande del Cavaliere e dei suoi alleati, nello spazio libero di una moderna società degli individui dove non esistono più interessi e legami sociali, ma solamente, bene che vada, un’astratta retorica di valori, regole e altri confortevoli oppiacei per le buone coscienze progressiste.

In un mondo popolato solo di individui completamente liberi, autodeterminati e autosufficienti nelle loro scelte di vita, e pertanto bisognosi solamente di essere liberati da tutti gli ostacoli che la società oppone al pieno appagamento dei loro desideri, la dottrina economica prevalente non può che fondarsi sulla certezza fideistica nel libero mercato e nelle scelte razionali dei suoi attori. In politica, questa impostazione si traduce inevitabilmente in una visione personalistica e leaderistica, che fa breccia anche a sinistra. Il superamento del Pci e della Dc, non per nulla, viene teorizzato e praticato all’interno di questo universo concettuale. Di qui l’abbandono dell’idea stessa di partito come organizzazione collettiva, luogo dell’elaborazione e della direzione politica condivisa, strumento per allargare le basi sociali del riformismo. Per il Pci la regressione è ancora più brutale e cinica: il partito viene considerato come una zavorra, se non addirittura un motivo d’imbarazzo, per l’ascesa di leader caricati di aspettative messianiche, ma sempre più isolati.

Di fatto, il crollo repentino dei vecchi partiti ha come congelato la cultura politica e gli equilibri sociali emersi nel corso degli anni ottanta, estremizzandone i difetti e ostacolandone il cambiamento. Sul piano culturale, nel centrosinistra si è cementato così un impasto di nuovismo e conservatorismo che ne ha progressivamente allentato i legami con il paese. La subalternità verso l’interpretazione neoconservatrice della storia della Prima Repubblica e delle ragioni alla base della sua crisi (consociativismo, partitocrazia, statalismo, centralismo) si è intrecciata con l’incapacità di uscire dal proprio tradizionale insediamento sociale e territoriale. Ma anche i residui rapporti con questo insediamento si sono indeboliti, a causa della schizofrenia sempre più marcata tra un’ideologia elitaria, giacobina e subalterna all’avversario da un lato, e una “constituency” tradizionale dall’altro, consentendo alla destra di eroderne significativi settori. In particolare, mentre gli eredi della cultura cattolico-democratica privilegiavano sempre più la tutela corporativa della loro esperienza organizzata rispetto alla riproduzione e all’aggiornamento della loro cultura politica, il postcomunismo italiano assumeva le letture di moda sul terreno economico-sociale (la tardiva infatuazione per il mercato, la strumentale contrapposizione tra padri garantiti e figli abbandonati, l’attacco sistematico alle forze sindacali) nel vano tentativo di allontanare da leadership immutalibi gli spettri del passato, dimostrando così i limiti insuperabili della propria esperienza storica.

Così si è affermata, soprattutto a sinistra, una concezione leaderistica della politica che è insieme liberista e giustizialista, oligarchica e populista, aristocratica e plebea. Purissimo distillato di quel peculiare liberalismo antidemocratico che negli ultimi venti anni, in diverse forme, ha preso il sopravvento in tutto il mondo, ma in Italia più che altrove. Un’ideologia che nel nostro paese è capace di abbracciare tanto le eleganti dottrine liberiste dei maître à penser della Confindustria, o al limite dei loro discepoli più caritatevoli e più versati nell’arte di riuscir graditi ai salotti progressisti, quanto le ineleganti invettive di sempre nuovi tribuni televisivi.

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