“Tornare avanti”

Il documento dei "quarantenni" dalemiani del PD contro il veltronismo

Le basi politico-istituzionali del ventennio berlusconiano

In questo momento tutte le forze riformiste europee appaiono in deficit di futuro. Tutte devono fare i conti con lo svuotamento degli strumenti nazionali del riformismo. Ma questo compito si presenta particolarmente impegnativo in Italia, dove la crisi di sistema del berlusconismo colpisce, inevitabilmente, anche il Partito democratico. Per definire la sua identità, la sua collocazione e i suoi compiti, crediamo pertanto che il Partito democratico non possa più rinunciare a esprimere con chiarezza un proprio giudizio sull’ultimo ventennio di storia repubblicana. Un ventennio che ha conosciuto certamente fasi diverse. All’inizio degli anni novanta, ad esempio, il centrosinistra ha raggiunto obiettivi fondamentali come la riforma delle pensioni, una breve stagione di liberalizzazioni e soprattutto l’ingresso nell’euro (sebbene, quest’ultimo, pagato quasi esclusivamente dal lavoro dipendente). Ma a uno sguardo retrospettivo, e a dispetto delle apparenti discontinuità intervenute nel ’92-93, l’elemento predominante resta la continuità politica e culturale tra la cosiddetta Seconda Repubblica e l’ultima, meno esaltante fase del sistema politico precedente, quella degli anni ottanta. Un graduale declino economico, sociale e civile del paese, che ha messo a dura prova la tenuta dell’organismo nazionale unitario. Un declino riconducibile anzitutto alla debolezza della politica e all’inadeguatezza delle sue classi dirigenti. E’ infatti la fragilità della politica democratica ad aver prodotto quel singolare impasto di continuità con il passato e di permeabilità nei confronti del pensiero neoconservatore, culminato nel sostanziale svuotamento dell’assetto politico-istituzionale della Repubblica, con cui ci dobbiamo confrontare ancora oggi. Un intreccio di conservatorismo e sovversivismo che caratterizza da sempre, peraltro, le nostre classi dirigenti economiche, con il loro seguito abituale nel mondo della cultura, tra gli intellettuali in generale e tra i giornalisti in particolare.

La genesi della Seconda Repubblica affonda le sue radici in queste contraddizioni. Non per caso il suo atto di nascita risale all’inizio degli anni novanta: in quel momento decisivo, il problema più urgente del paese appariva l’esplosione del debito pubblico, conseguenza dell’insostenibilità del modello di sviluppo consolidatosi negli anni ottanta, che a sua volta minacciava di mettere in crisi la stessa unità nazionale. Alla radice stava un compromesso sociale che si basava, da un lato, su bassi salari, bassa produttività e uso distorto della spesa pubblica, in particolare pensionistica; dall’altro, su un sistema delle imprese che si vedeva compensato di tutti i limiti e le distorsioni che avevano caratterizzato lo sviluppo del paese da un’ampia possibilità di evasione fiscale, ma anche dalla politica di ripetute svalutazioni della lira, che andava a beneficio dell’industria esportatrice; tra questi due estremi, si espandeva nel frattempo un ceto medio che godeva tutti i benefici del “circolo vizioso della rendita”, con pesanti ricadute sullo stesso debito pubblico e sulle dinamiche dello sviluppo.

All’inizio degli anni novanta, pertanto, il livello raggiunto dal debito e la scelta di entrare nell’Unione monetaria europea rendevano necessaria una radicale riscrittura di questo compromesso. Ma proprio allora, quando cioè più che mai il paese avrebbe avuto bisogno di forze politiche in grado di scomporre le coalizioni di interessi attraverso il più spregiudicato gioco di alleanze politiche e sociali, per potere ripartire equamente i costi sociali e politici delle riforme, ecco che l’ubriacatura ideologica referendaria e maggioritaria porta al congelamento di tutte le maggiori forze politiche nei due poli di centrosinistra e centrodestra. I due poli si dividono tra loro – peraltro niente affatto equamente – la rappresentanza dei diversi blocchi d’interessi così come sono, rendendone praticamente impossibile la scomposizione (anzi, accrescendo in tal modo il loro peso relativo all’interno di ciascuna coalizione, e accrescendo di conseguenza il loro potere di veto). Di qui il paradosso di un sistema politico in cui le diverse forze proclamano all’unisono la necessità di riforme sempre più indistinte e indistinguibili le une dalle altre, ma al tempo stesso, prigioniere delle rispettive ipocrisie, non producono altro che un gioco statico di interdizione reciproca. L’Italia si tiene così buona parte degli squilibri ereditati dalla Prima Repubblica, trasformati ora in veri e propri totem dell’uno o dell’altro schieramento, caricati più che mai di valore ideologico, e perciò resi eterni. Una grande bonaccia in cui c’è sempre, tuttavia, chi ci guadagna e chi ci rimette: il lavoro dipendente vede messi in discussione non soltanto i suoi privilegi (le pensioni di anzianità), ma anche diritti fondamentali (da un salario dignitoso a una scuola decente, dal contratto nazionale di lavoro al recupero del fiscal drag), mentre le altre corporazioni bloccano quasi completamente i cambiamenti necessari a ricollocare l’Italia nella divisione internazionale del lavoro del XXI secolo. Dal 1993 al 2007, secondo uno studio della Banca d’Italia sui lavoratori in difficoltà per classe sociale, tale quota sale dal 22 al 33% per gli operai, sale anche per impiegati e dirigenti, mentre diminuisce di 13 punti percentuali per lavoratori autonomi e imprenditori.

« Pagina precedente 1 2 3 4 5 6 Pagina successiva »

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.