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  • mercoledì 1 Settembre 2010

Il discorso di Obama

Il testo del discorso alla nazione del presidente a proposito del ritiro delle truppe dall’Iraq

di Barack Obama

Ora è il momento di voltare pagina. E nel farlo, mi rendo conto che la guerra in Iraq è stato un tema molto controverso negli Stati Uniti. Anche in questo caso, è il momento di voltare pagina. Questo pomeriggio, ho parlato con l’ex presidente George W. Bush. È noto che noi due abbiamo avuto idee diverse sulla guerra in Iraq fin dall’inizio. Eppure, nessuno potrebbe mettere in dubbio il sostegno del presidente Bush per le nostre truppe, o il suo amore per il paese e il suo impegno per la sicurezza. Come ho detto, ci sono stati patrioti a favore di questa guerra e altri contro. Ma ci accomuna la riconoscenza per i nostri soldati, e la speranza per il futuro dell’Iraq. La grandezza della nostra democrazia è fondata dalla nostra capacità di superare le nostre differenze, e di imparare dalla nostra esperienza man mano che ci confrontiamo con le molte sfide che ci stanno davanti. E nessuna sfida è più essenziale per la nostra sicurezza che combattere Al Qaida.

Americani di ogni provenienza politica sono stati favorevoli all’uso della forza contro coloro che ci attaccarono l’undici settembre. Oggi, mentre ci avviciniamo al decimo anno di guerra in Afghanistan, ci sono persone che legittimamente si interrogano sulla nostra missione lì. Ma noi non dobbiamo mai perdere di vista quello che c’è in ballo. Mentre stiamo parlando, Al Qaida continua a tramare contro di noi, e la sua leadership rimane ben ancorata nella regione al confine tra Afghanistan e Pakistan. Noi distruggeremo, smantelleremo e sconfiggeremo Al Qaida, e allo stesso tempo faremo in modo che l’Afghanistan non sia più usato come base per i terroristi. E proprio grazie al nostro ritiro dall’Iraq, ora possiamo usare tutte le risorse necessarie per andare avanti in questa offensiva. Infatti, negli ultimi diciannove mesi, quasi una dozzina di leader di Al Qaida – e centinaia dei suoi alleati più estremisti – sono stati uccisi e catturati in giro per il mondo.

In Afghanistan, ho disposto l’impiego di un maggior numero di truppe che sotto il controllo del generale David Petraeus stanno combattendo per spezzare il regime dei Talebani. Come nel caso dell’intervento in Iraq, queste truppe resteranno solo fino a quando la popolazione afghana non sarà pronta e in grado di proteggere il proprio futuro. Ma come nel caso dell’Iraq, non possiamo essere noi a fare per gli afgani quello che loro stessi sono chiamati a fare per sé. Questo è il motivo per cui stiamo addestrando le Forze di Sicurezza Afgane e supportando una risoluzione politica ai problemi del paese. Il prossimo passo, a luglio del 2011, sarà quello di iniziare un progressivo passaggio delle responsabilità agli afgani.

Il ritmo della riduzione delle nostre truppe dipenderà dalle condizioni che si verificheranno sul territorio, e il nostro supporto per l’Afghanistan continuerà. Ma non ne dubitiamo: questa transizione inizierà, perché una guerra infinita non serve né ai nostri interessi né a quelli della popolazione afgana. Infatti, una delle lezioni apprese attraverso i nostri sforzi in Iraq è che l’influenza americana nel mondo non è solo una questione di forza militare. Dobbiamo usare tutti gli elementi del nostro potere – inclusa la diplomazia, la forza economica e il potere dell’esempio americano – per assicurare i nostri interessi e restare a fianco dei nostri alleati. E dobbiamo proiettare una visione del futuro che non sia solo basata sulle nostre paure, ma anche sulle nostre speranze – una visione che riconosce i reali pericoli che esistono nel mondo, ma anche le infinite potenzialità del nostro tempo.

Oggi, vecchi avversari sono in pace, e le democrazie emergenti sono potenziali alleati. Nuovi mercati per i nostri beni si stanno sviluppando dall’Asia alle Americhe. Una nuova spinta per la pace in Medio Oriente inizierà qui domani. Miliardi di persone vogliono superare la loro condizione di povertà e di conflitto. Come leader del mondo libero, l’America non si limiterà a sconfiggere sul campo di battaglia quelli che offrono odio e distruzione, ma guiderà anche quelli che vogliono lavorare insieme per estendere la libertà e le opportunità di tutte le persone. Questo sforzo deve iniziare all’interno dei nostri stessi confini. Nel corso della nostra storia, l’America è stata disponibile ad assumersi l’onere di promuovere la libertà e la dignità umana nel mondo, consapevole del suo forte collegamento con la nostra libertà e sicurezza. Ma abbiamo anche capito che la forza e l’influenza della nostra nazione nel mondo deve essere fortemente ancorata alla nostra prosperità nazionale. E il fondamento di quella prosperità deve essere una classe media in crescita.

Sfortunatamente, nell’ultimo decennio, non abbiamo fatto tutto quello che è necessario per rafforzare le fondamenta della nostra prosperità. Abbiamo speso più di tremila miliardi di dollari nella guerra, spesso finanziata attraverso dei prestiti internazionali. Questo, in cambio, ha rallentato gli investimenti nella nostra popolazione e contribuito a creare deficit da record. Per troppo tempo abbiamo rimandato le decisioni più difficili su tutto, dalla politica energetica alla riforma dell’educazione. Come risultato, troppe famiglie della classe media si trovano oggi a lavorare di più per meno, mentre la competitività della nostra nazione nel lungo periodo è a rischio. E quindi in questo momento, mentre chiudiamo la guerra in Iraq, dobbiamo affrontare queste sfide del nostro paese con la stessa energia, e con lo stesso coraggio e senso di condivisione di un obiettivo comune dei nostri uomini e donne che in uniforme si sono impegnati all’estero. Loro hanno superato ogni singolo test che hanno affrontato. Ora tocca a noi.

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