Un’estate italiana

Un riassunto per punti di quello che sta succedendo alla politica italiana in questi giorni

Il ruolo dei centristi
Per capire meglio queste faccende bisogna tirare fuori un po’ di numeri. Il giornalista del Foglio Claudio Cerasa ha fatto un po’ di conti sul suo blog.

Quanti sono i deputati? 630. A quanto ammonta il numero di deputati necessari per raggiungere la maggioranza? 316. Quanti sono oggi i deputati di cui dispone la maggioranza? 237 del Pdl, 59 della Lega, 12 del gruppo misto. Totale: 308. E i finiani alla Camera quanti sono? 33. Più i 39 dell’Udc. Più gli 8 eventuali dell’Api. (Il Pd ne ha 206, l’Italia dei Valori 29). Come faranno per non far passare la mozione Caliendo senza essere, i finiani, accusati di essere traditori? Usciranno dall’Aula con i casiniani e i rutelliani e faranno scendere l’asticella della maggioranza a quota 276. Bel casino, ma per un po’ si andrà avanti così.

Cosa fa il PD
Il PD si trova – come spesso è accaduto, in questa legislatura – relegato al ruolo di spettatore, visto che da mesi il governo litiga prevalentemente con una fetta della sua stessa maggioranza, e non ha bisogno di cercare altrove avversari. E d’altra parte l’intensità di queste polemiche interne è stata tale da rendere superfluo il lavoro svolto di norma dai partiti di opposizione, quello di tentare di mettere zizzania tra gli alleati al governo: ce n’era già in abbondanza. In ogni caso, dal momento che la maggioranza traballa, in molti si sono voltati verso il PD per osservarne le reazioni. Il fatto più importante degli ultimi giorni è stato l’intervista di Rosy Bindi all’Unità, nel corso della quale la presidente del PD si è detta disponibile ad “alleanze innaturali” pur di evitare di portare nuovamente il paese alle urne con questa legge elettorale (e, verosimilmente, riconsegnarlo a un Berlusconi con le mani ancora più libere).

Sì, ma con quale premier?
L’ipotesi di un governo di transizione che concluda due o tre riforme e porti il paese alle urne nel giro di un anno o qualcosa in più è sostenuta e accreditata da molti, con ottime ragioni. Le convergenze però spariscono quando si discute del nome della persona che dovrebbe guidare questo governo. Rosy Bindi è stata costretta a smentire frettolosamente che dietro le sue parole all’Unità ci fosse un’apertura a Giulio Tremonti, ipotesi che ha qualche credito nel PD. Di fatto, alcuni auspicano l’impegno di una figura di garanzia, super partes, tipo Mario Draghi: e si rifanno all’esempio del governo Ciampi del 1993. Altri pensano che quest’ipotesi sia condivisibile ma insostenibile politicamente, e si rifanno invece a quel che accadde nel 1994, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, quando un nuovo esecutivo di transizione fu sostenuto da una nuova maggioranza ma guidato da un ex ministro del governo Berlusconi, Lamberto Dini. E quindi tornerebbe in ballo il nome di Tremonti, che oggi Bersani ha indirettamente avallato.

Elezioni, adesso
Ovviamente, anche a sinistra è presente un fronte che vuole invece andare subito alle urne. I due principali esponenti di questo fronte sono Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, che si sono detti non interessati a governi di transizione e hanno chiesto un immediato ricorso alle elezioni in caso di crisi di governo. È in qualche modo inedita la loro attuale consonanza, vista la loro nota rivalità, ed è altrettanto inedito il fronte di coloro che li hanno stoppati. Prima Eugenio Scalfari, che domenica su Repubblica li ha rimbrottati malamente.

Da questo punto di vista gli inviti ripetutamente lanciati da Di Pietro e anche da Vendola alle elezioni anticipate sono – è il meno che si possa dire – irresponsabili e sconsiderati, anteponendo meschini interessi di bottega a quelli reali del Paese. Darebbero di fatto una mano all’irresponsabilità berlusconiana e aprirebbero la strada alle peggiori avventure.

Poi addirittura Beppe Grillo, che ieri ha detto che le elezioni anticipate farebbero “precipitare l’Italia nel caos” e che la soluzione è “un governo tecnico di durata sufficiente per mettere (per quanto si può) sotto controllo il debito pubblico che sta esplodendo nel silenzio generale, per ridare la scelta del candidato agli elettori, per eliminare i rimborsi elettorali ai partiti (nel rispetto del referendum) e per fare una legge sul conflitto di interessi che elimini alla radice il problema Berlusconi”. Insomma, Grillo e Scalfari sono d’accordo con Bersani e D’Alema. In agosto, in Italia, succede anche questo.

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