Fini vuole fare pace, davvero?

Cosa ha detto al Foglio e come reagiranno i suoi nemici: non così bene, a occhio e croce

"Nessuno dei miei amici, tantomeno io, ha mai messo in discussione la leadership di Berlusconi nel partito e nel governo"

E se poi alla domanda “da cosa si parte” Fini risponde con una dichiarazione di consenso nei confronti del leader dell’opposizione, non sarà facile che ai suoi colleghi del PdL non vengano retropensieri, o retropeggio.

“L’economia e la condizione della società italiana sono il primo punto. Bersani oggi alla Camera è stato da questo punto di vista convincente: c’è un paese reale che deve essere rappresentato fino in fondo, ci sono problemi sociali, dal mercato del lavoro alle relazioni sindacali, che vanno affrontati con giudizio, ci sono categorie da ascoltare e alle quali fornire risposte, c’è da immaginare di nuovo la condizione in cui il paese possa tornare a crescere e a produrre una ricchezza da dividere. Non mi pare che il leader del maggior partito di opposizione voglia avallare un ritorno agli aspetti più radicali ed estremi di una politica che si illuda di risolvere nei processi e nelle indagini della magistratura i propri problemi. Se Berlusconi prendesse lui stesso l’iniziativa di grandi Assise per la crescita del paese, lui che di economia ne capisce e che la vive sulla sua pelle di imprenditore, faremmo fare un passo avanti decisivo a tutta la discussione pubblica in atto, e ci sintonizzeremmo con tanta gente che è in ansia e vuole veder risolti i suoi problemi. Non possiamo limitarci a difendere, in modo secondo me sbagliato, gli interessi di chi ha adottato comportamenti antieuropei nel mercato del latte”.

Ecco, già si immagina con fatica che le parole di Fini convincano la corrente maggioritaria del PdL, figuriamoci se piaceranno poi all’alleato principale, ovvero quello he “ha adottato comportamenti antieuropei nel mercato del latte”.

Fini vuole ripartire dalle questioni poste nella direzione, l’unica finora svolta da parte del Pdl. “Ma per resettare, ripeto, non per replicare. Sono due cose diverse. Sono l’una l’opposto dell’altra. E credo che a Berlusconi piacerebbe riacquistare un ruolo centrale di regia per Palazzo Chigi sul tema della crescita, senza che questo significhi emarginazione di un ministro come Tremonti, che ha segnato alcuni successi importanti. Così anche nei rapporti con la Lega: non è punitivo per Bossi che il Pdl riapra una discussione sul federalismo fiscale, con lo scopo di associare governatori e sindaci di tutto il paese alla decisione su quel che si dovrà fare, una decisione che non può pesare solo sulle spalle di Tremonti e Calderoli”.

Il direttore del Foglio su questa parte si deve essere annoiato, perché quelli non sono temi che lo appassionano e perché sta pensando che hai voglia a riportare il sereno parlando dei “temi della crescita”. I guai nel PdL sono ben altri.

Opponiamo a Fini un’impressione diffusa, che sia ormai molto più la questione del potere nel partito e quella del rapporto tra legalità e garantismo a dividere i quadri, le truppe e il corpo di base del Pdl. Fini non respinge l’osservazione, ma precisa: “Non tutti i problemi vengono dalle posizioni che ho espresso e che alcuni miei amici nel partito hanno espresso. In Sicilia è una specie di caos politico. A Latina e a Reggio Calabria emergono divisioni profonde ai massimi livelli amministrativi. Un partito deve costruire un suo baricentro, inventarsi un modo per convivere, deve sentirsi diretto entro uno sforzo comune. Anche qui si può resettare tutto, e senza risentimenti. Berlusconi non ha nelle sue corde il “modello partito”, questo lo so, ma non c’è conflitto tra la sua leadership e un maggiore ordine politico nel Pdl. E a questo si collega anche il fattore della ‘questione morale’, espressione che per la verità non amo e sa di moralismo vecchio stile, magari di moralismo politicizzato, il peggiore. Vede, garantismo e legalità non sono in conflitto. La mia solidarietà verso chiunque sia colpito da gogna mediatica e da accanimenti palesi è di antica data, e resta intatta. A Napoli ho parlato della stranezza del comportamento di un sottosegretario che si dimette senza avvertire l’opportunità di dimettersi anche da coordinatore regionale: ho invece letto il giorno dopo sul Giornale di famiglia che avevo chiesto la testa di Silvio Berlusconi. Certo che se poi gli ultras, sempre nemici di ogni buon compromesso politico, riportano al capo che io voglio fare un repulisti giustizialista, allora prevale la logica degli anatemi”.

E a nessuno dei lettori di questa conversazione tra i dirigenti del PdL attaccati in questo mesi dai finiani verranno in mente le parole di indubitabile “repulisti giustizialista” pronunciate da Granata, da Bocchino, da Fare Futuro? Richieste di dimissioni, di pulizia interna, di superamento delle collusioni con la mafia e col malaffare. Legittime o no – più probabilmente sì – se non lo si chiama voler “fare un repulisti giustizialista” può essere solo per una accorta scelta delle parole e un più rispettoso rapporto coi colleghi di partito. Ma quello hanno chiesto finora.
Conclude Fini:

“Non è possibile equivocare la mia posizione: io ho radici e appartenenza culturali e politiche chiare. Qui sto e qui resto, in ogni senso. Nel senso dello schieramento e delle idee portanti. Poi, certo, penso che dovremmo discutere seriamente di un codice etico, riflettere seriamente su quanto detto ieri dal neopresidente della Corte dei conti, del disegno di legge contro la corruzione, e penso che tutto ciò sia nell’interesse comune di un’impresa comune, quindi anche nell’interesse di Berlusconi. D’altra parte, se la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno e il ministro Guardasigilli Angelino Alfano si accordano su un testo che libera il governo e la maggioranza dall’assedio, che fa respirare il potere e la libertà del Parlamento, vuol dire che due teste pensano meglio di una, ed è questo che dobbiamo valorizzare. So bene che Roberto Maroni e gli altri uomini di punta del Viminale stanno facendo un lavoro di immensa importanza per la legalità, quella vera, non quella fatta di sole parole. Se avessi dubbi radicali, se davvero fossi sfiduciato e amaro, non direi, anche sulle questioni della legalità, che si può e si deve resettare tutto, per scrivere un nuovo capitolo con un minimo di ottimismo”.

Vedremo. Ma anche in queste ultime parole, leggendo come la demolizione del ddl sulle intercettazioni sia definita orgogliosamente da Fini “un testo che libera il governo e la maggioranza dall’assedio, che fa respirare il potere e la libertà del Parlamento”, è impossibile non pensare a quello che nello stesso momento, qualche isolato più in là ne stava dicendo Silvio Berlusconi:

«Questa legge è stata massacrata e io sono tentato addirittura di ritirarla. Migliorerà qualche cosa, ma non ridà al cittadino l’inviolabilità delle comunicazioni che è in Costituzione. Stiamo a lavorare delle notti, abbiamo mandato fuori un bel cavallo e viene fuori un ippopotamo….»

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