Disegni che non esistono

Gipi racconta com'è disegnare con iPad, e parecchie altre cose

di Gipi

Fa schifo l’Ipad.
Il mio iPad fa schifo.
Lo guardo, appoggiato sul tavolo proprio sopra un album acquarello trecento grammi al metro quadro, in conflitto aperto con pennelli e penne e blocchi di colore giganti.
Il tavolo da disegno, tavolo, che vuol dire in legno, è tutto intorno, con barattoli e acqua e matite e pennarelli e gomma. Un barattolo. Quello che lavorò come posacenere per anni e adesso (poverino) si è ridotto a contenere pelle di lapis.
L’iPad sta in mezzo e sopra a questo. Nel mezzo.
Io lo guardo e penso: che schifo.
Fa veramente schifo.
È una quadretta tabletta nerastra e muta. Unta. Terribilmente unta di ditate e impronte digitali che CSI ci potrebbe fare una stagione intera a razzolarci sopra.
Davvero, quella tavoletta lì, la mia almeno, fa veramente schifo.
Forse perchè io la uso accanto al cane e il cane tocco e lui mi sbava sulla mano e io passo le dita sullo schermo e impasto.
Ora, insomma, sullo schermo c’è questo fango misto. Cerchi di dita e segni. Un graffio? Un pelo. Soffio.  Almeno quello non c’è più.
Poi  accendo. Che vuol dire: scorro un dito sulla melma (ennesima ulteriore scia) e tutto cambia.
Ci viene fuori illuminata subito una foto, cara a me solo, che fa da buongiorno.
Sblocco, che è un gesto che conosco, visto che da quando sono stato morso da Steve Jobs, e son diventato vampiro schiavo, mi son preso pure un aifono ed ho imparato che s’entra nel mondo scorrendo “sblocca” da sinistra a destra.
Sblocco e scompaiono le macchie e l’unto e s’apre una finestra su quel mondo perfetto e funzionante e pulito che è l’ambiente digitale. Così diverso da quello faticoso e puzzolente e dalle meccaniche farraginose che è il fuckin’ reale, dominato da sudori e zanzare e bollette ricatto d’equitalia.
Ho un amico che già nel primo ottanta sognava di abbandonare questa dimensione. Sognava di essere un giorno amoeba collegata ad un personal computer, anzi, ad un cervello elettronico, che al tempo qualcuno ancora li chiamava così. Lui si immaginava nudo, senza peli, collegato con dei tubi a un mondo diverso fatto di corrente e uno e zero ed uno e zero e si e no e luce e buio e perfetto quasimmortale e limpido e lontano dai sentimenti dolorosi.
Sognava, praticamente di divenire un giocatore di World of warcraft con il vizio della depilazione.
Questo non accadde del tutto. Accadde in parte, ma questo sarà oggetto, se dovesse essere il caso, d’altro racconto.
L’iPad di per se è un affarino di centimetri x per centimetri x, di peso x, che si tiene in mano e ci si fanno delle cose.
Mi ha fregato quando ho visto che c’erano bipedi che ci disegnavano. Un illustratore ci faceva le copertine per il New Yorker. Un altro, pittore, montava questa roba a corrente su un cavalletto normale, come fosse una tela, e ritraeva un barbuto.
Queste cose io le ho viste sul web. Credo partendo da un collegamento della colonnina delle segate di Repubblica. Il luogo perfetto per noi scemi, per iniziare escursioni che possono farci perdere pure una giornata intera.
Ieri, partendo da lì, ho conosciuto la ragazza senza faccia. Quella che un amico ci ha sparato in faccia con un fucile, perchè era ubriaco. Bell’amico.
Insomma, lei senza faccia senza naso, senza vista, senza olfatto, si è ritrovata senza tutte quelle cose a sedici anni. Diciassette forse. Poi è divenuta adulta e, cieca, s’è innamorata di un altro cieco e lui di lei e si sono quindi innamorati l’uno dell’altra, fortunati, e si sono sposati ed hanno avuto un bambino. E poi un gruppo di medici ha deciso di costruire una faccia in silicone per questa donna fortunata senza faccia, con gli occhi e il naso e tutte le parti che mancavano. E lo hanno fatto e l’hanno fissata al  viso della donna con dei magneti in titanio. Ora lei si mette questa faccia dove prima stava il buco, e sembra proprio una faccia e con quella faccia lì, dove prima portava una mascherina nera da zorro integrale, si mostra al bambino di pochi mesi e lo abitua a questa faccia nuova della sua mamma e con quella faccia lì, di silicone realistico lei gli parla e lo cresce e lo ama e gli insegna a dire la prima parolina che non sarà “faccia”.  Sarà “mamma”, ci scommetto..
E io piangevo, alla fine.
Questo ieri. Ma una volta prima avevo visto questo articolo che parlava degli illustratori con l’iPad e avevo pensato “che stronzata” e avevo sentito pure in risposta, il tavolo e il legno del tavolo e le mine sul tavolo e gli acquarelli giganti che con un sospiro di sollievo avevano detto, “eh si.”
Poi ho riguardato il video e quelle illustrazioni per il N.Y. erano forti.
Due ore dopo, con la macchina andavo a Mediaworld.
Ci andavo con la macchina senza assicurazione, che Equitalia mi ha fatto il blocco amministrativo dell’auto per una multa di quando ero piccino. Quindi ci andavo piano piano stando attento a tutto, ma proprio attento che non so  se lo sapete ma le auto con il blocco amministrativo l’assicurazione non le copre mica.
Alla sera ho fatto il primo disegno. Ho provato diverse applicazioni, le più complete e sofisticate le ho scartate dopo poco. Sono convinto che le limitazioni siano fondamentali nell’espressione artistica. Hai cento pennelli possibili? Vade retro. Dammene tre. Via, va bene quattro.
Brushes.
Questo è il nome dell’applicazione/religione alla quale mi sono votato. Non ha tre pennelli, ne ha di più. Ma ne ha meno di altri. Insomma è facile da usare e semplice quanto basta da non doverci pensare. Quanti cervelli avete voi?
Io ne ho uno, e se devo fare una cosa difficile come disegnare, non posso permettermi che metà di quel cervello sia impiegato a ricordare comandi. Quindi Brushes, che è facile.
L’ho avviato. L’ho toccato.
Mi ha ricordato un giorno a Piombino. Milioni di anni fa.
C’era un Amiga 1000. Credo fosse un 1000. Perdonatemi se sbaglio i dettagli.
Ero in questa casa di amici di amici di amici e c’era questo Amiga 1000. C’era un gioco di allunaggio. Con il LEM si scendeva sulla superfice lunare.


Era notte, fuori, a Piombino. Io non avevo mai visto niente del genere. Non dico la notte. Dico il cervello elettronico. Avrei dato qualunque cosa per poter restare là, la mano sul mouse, ad allunare, ma ero in casa di amici di amici e quindi non potevo neppure avvicinarmi troppo.
E poi il padrone del LEM ci mostrò un programma di disegno. Come cazzo si chiamava?
De Luxe Paint si chiamava. Quando si avviava (e si avviava da dischetto)  c’era un disegno a colori. Tutto fatto con il mouse, credo. Mi ricordo che con il mio amico aspirante amoeba discutevamo su questo, su come fosse stato fatto. Gli scanner non sapevamo neppure cosa fossero. Forse lui si. Io no.
Il disegno che si mostrava sullo schermo era la maschera di Tutankamon, il famoso presidente egizio.
Ecco.
Riuscii a toccarlo, quel cervello elettronico, per pochi minuti, poi toccò ad un altro. Fanculo.
Quache anno dopo compraii un amiga 500. Disegnavo con deluxe paint, credo che avesse 256 colori, forse solo 16. Disegnavo con il mouse e l’universo mi sembrò svelarsi e c’era tutta una vita di gioie e milioni di colori che si mostrava davanti a me, nel futuro.
Poi si sa, le cose non sempre vanno come le abbiamo immaginate. Il mio amico non è depilato e collegato con tubi al mondo virtuale e io non sono andato molto oltre con il disegno digitale.
Ora c’è questa cosa unta. S’accende e io scorro il dito unto verso Brushes e disegno.
Io di lavoro faccio il disegnatore.
Questo vuol dire che ormai non mi trovo troppo spesso a disegnare per gioco. È come se un idraulico che ha lavorato ai tubi tutto il giorno, una volta tornato a casa si mettesse a tubare con la moglie, per diletto. Non succede.
Io disegno poco, al di là degli impegni di lavoro.
E invece ora sono giorni che struscio questo dito unto su  quel vetro. E gioco, come i bambini giocano, come i veri grandi disegnatori dovrebbero fare sempre e come io non riuscivo più a fare da anni.
Si può disegnare tutto, sapete?
Ho fatto un ritratto immaginario di  una ragazza che si tocca un piede, un uomo con un uccello esotico in mano, e poi mi sono messo davanti allo specchietto retrovisore di  una vespa che mi tengo sul tavolo (lo specchietto) e mi sono ritratto me, vecchio e pieno di buche in faccia come potevo scoprirmi solo guardandomi con gli occhi del disegno.
Quanto mi sono divertito.
Ora sono qui, a scrivere questa cosa. Ho la schiena bloccata dall’esser stato troppo gobboni su quella tavoletta unta.
I disegni digitali che ho fatto, messi su facebook, sono stati molto apprezzati. Dove sono ora?
Dove sono?
Li cerco nella cassettiera tra i disegni dei pirati. Non ci sono.
Forse impilati con la storia dell’eremita guerriero?
Nel mucchio d Zaky?
Nella cartellina del Libro Impossibile.
No.
Non ci sono.
Vivono solo collegati ad una batteria, nel loro personale polmone d’acciaio, nel regno ideale dell’amico depilato e amoeba.
Quando questa civiltà finirà (e finirà, vedrete) loro scompariranno. Non resterà nulla. La ragazza che si tocca il piede. L’uomo con l’uccello in mano, anche l’autoritratto. Anche quello, come me, scomparirà.
Una volta, al Louvre, sono rimasto ore a guardare i piccoli gatti scolpiti dagli egizi.
Ce n’era uno, anzi, una, era una gatta di ossidiana. Aveva figliato, aveva questi cuccioli di ossidiana attaccati a puppare. Lei sollevava la testa e ne leccava uno. Lo scultore l’aveva ritratta in quel momento lì. Era rimasta così, con la lingua sul dorso del cucciolo, per cinquemila anni.