Le molte vite di Silvius Magnago

Nel romanzo di Francesca Melandri Eva Dorme c'è anche una biografia dei tempestosi rapporti tra Italia e Alto Adige e del loro mediatore

Chi mangiò meno di tutti fu l’Obmann Magnago, seduto al tavolo d’onore, ma anche il suo ospite, il presidente del Consiglio, si nutrì con moderazione. Ecco un uomo particolare, rifletteva Magnago osservandolo mentre giocherellava con il cibo in modo snervante prima di portarlo alla bocca: chiuso, introverso, non guardava mai negli occhi il suo interlocutore, se rideva pareva farlo sotto tortura. Ascoltava con le palpebre pesanti e semichiuse, come se avesse lo spirito molto lontano. Parlava pianissimo e con l’esasperante lentezza di chi ha sonno, e aveva la mollezza di gesti e movimenti di chi da bambino inciampava correndo, si chiudeva le dita nei cassetti, dimenticava di allacciarsi le scarpe. Tutto in lui lo faceva sembrare inerme, debole, certo non un uomo d’azione ma piuttosto, pensò il latinista Magnago, un cunctator. Eppure l’Obmann aveva verificato, in più di un incontro personale, che dietro quel viso inespressivo lavorava un’intelligenza politica finissima. A differenza di troppi altri rappresentanti dello Stato italiano, l’uomo che gli sedeva accanto era un intellettuale, oltre che un giurista d’alto grado. Soprattutto era un uomo dalla cui bocca mai, nemmeno per stanchezza o distrazione, sarebbe uscita una frase fatta.

Magnago sapeva bene che lo spigoloso accento tedesco con cui parlava, peraltro a perfezione, la lingua di Dante, e il fatto che avesse svolto servizio in guerra nella Wehrmacht, creavano nei suoi interlocutori un’immediata associazione con il nazismo. Sapeva quanto fosse futile tentare di spiegare che non tutti gli ufficiali tedeschi erano stati nazisti, che lo avevano arruolato nell’esercito tedesco perché gli abitanti della sua terra avevano dovuto scegliere tra… No, impossibile: non poteva ogni volta propinare un compendio della complicata storia del Tirolo del Sud.

E così la parola “nazista” rimaneva implicita, potente come un atto mancato tra lui e quasi tutti coloro con cui discorreva nel Transatlantico del Parlamento italiano, e lui ne era cosciente. Ogni tanto poi l’etichetta diventava esplicita, e soprattutto da parte di certi esponenti della destra, proprio quelli che più, semmai, avrebbero dovuto spiegare dov’erano dopo l’8 settembre, gli stessi che non si vergognavano di definire i sudtirolesi di etnia tedesca con il nome dei traditori durante il risorgimento: “austriacanti”. Come se l’italianizzazione dell’Alto Adige dal fascismo in poi fosse insomma stata la Quinta guerra d’indipendenza, come se anche qui fossero stati gli Italiani gli oppressi e gli Austriaci gli invasori e non, invece, il contrario. Magnago aveva studiato e vissuto a Bologna, dove aveva ancora molti cari amici dai tempi dell’università; ma proprio perché li conosceva bene sapeva che, quando agli Italiani dai la scelta se identificarsi nel ruolo della vittima o in quello dell’aggressore, sceglieranno sempre il primo. Anche contro la verità storica, se necessario. Il “vittimismo”, un concetto che non ha corrispondente lessicale nella lingua di Goethe, e che infatti Magnago, anche quando parlava in tedesco, usava così: in italiano.

Ma il pensiero dell’uomo seduto accanto a lui, per fortuna, non era pigro come quello di tanti suoi connazionali. Non era l’unico politico italiano intelligente, figuriamoci, c’era Andreotti, per esempio, la cui sottigliezza e complessità però a Magnago parevano talvolta sfiorare l’abisso. E c’era la finezza intellettuale di Fanfani, corrosa però dall’invidiosa cattiveria tipica di certi piccoli di statura: Magnago sapeva che la propria altezza da granatiere provocava nel democristiano un’insanabile avversione che, intuiva, non avrebbe portato nulla di buono alle trattative con lui. No, pensava l’Obmann, l’intelligenza di quest’uomo, che dal cameriere s’era lasciato versare il vino con distratta indolenza ma che poi aveva bisbigliato un “grazie” sommesso, era altrettanto fine di quella di Andreotti e Fanfani, ma molto più umana. Quando l’aveva incontrato per la prima volta, dopo anni di anticamera nei palazzi della Roma barocca, per portare all’attenzione del governo la necessità di una soluzione negoziale in Alto Adige, anni di distratti colloqui di pochi minuti e di veloci strette di mano a solo beneficio dei fotografi, Magnago gli aveva chiesto:

«Quanto tempo può darmi?» E lui aveva risposto: «Tutto quello che serve.» Questo pranzo interminabile non celebrava solo l’inizio di veri colloqui sul futuro dell’Alto Adige, pensò Magnago nettandosi la bocca con un tovagliolo di lino – scelto in persona da Frau Mayer in un laboratorio di tessitura artistica in Val Venosta. Meritava di essere festeggiato anche il fatto che il suo interlocutore fosse proprio lui: Aldo Moro.

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