Le molte vite di Silvius Magnago

Nel romanzo di Francesca Melandri Eva Dorme c'è anche una biografia dei tempestosi rapporti tra Italia e Alto Adige e del loro mediatore

Ma c’era un altro motivo d’angoscia, non legato a considerazioni di opportunità politica bensì esistenziale, in quei foglietti di carta scritti, letteralmente, con il sangue di uomini torturati. Nella sua Alma Mater Bologna, dove si era laureato in Giurisprudenza, Magnago si era convinto che solo il dialogo, la ricerca del compromesso, il duro ma onesto confronto tra posizioni anche molto diverse sono strumenti superiori a qualsiasi, qualsiasi!, forma di violenza. Chi rinuncia all’argomentazione verbale e ricorre ad azioni distruttive contro cose o persone, per quanto giuste siano le sue ragioni, si mette dalla parte del torto: ecco l’unico credo politico di Silvius Magnago. Egli non si era mai lasciato affascinare da nessuna delle ideologie di quel suo secolo di ferro e di fuoco. Era diventato adulto poco prima dell’inizio della carneficina mondiale, e aveva visto fin troppo bene a cosa si arriva quando la politica cede il passo alla violenza: un pianeta in fiamme. Sentiva, nella propria carne amputata e nel dolore che ne irradiava ogni istante, il dovere di preservare i corpi, sempre. Non solo i corpi della gente del suo Heimatland, di coloro che gli avevano dato il mandato di rappresentarli; ma anche i corpi dei suoi oppositori, degli ignavi politici di Roma, perfino di quegli amministratori che dalle loro posizioni di piccolo, ottuso potere rendevano difficile la vita alla sua gente. Il suo dovere era questo: separare, sempre, la lotta politica dalla distruzione fisica, anche quella di tralicci dell’alta tensione.

Con cura aveva ripiegato i foglietti in una busta e li aveva riposti in un luogo noto a lui solo. In seguito si venne a sapere delle torture nel carcere di Bolzano, ma non fu Silvius Magnago a denunciarle.

Nei due anni passati da allora, due uomini del BaS erano morti in carcere per i pestaggi o per le loro conseguenze. Molti altri avevano subito lesioni permanenti. Le torture impressero sui loro corpi il marchio indelebile della sofferenza, così come la guerra aveva fatto su quello del Gebirgsjägerleutnant Magnago. Ci fu un processo contro i carabinieri colpevoli dei maltrattamenti e i loro difensori sostennero che i detenuti si fossero procurati da soli le ferite – nonostante fossero documentate da decine di certificati medici che furono messi agli atti – al solo scopo di screditare l’Italia. La loro tesi fu accolta, gli imputati tutti assolti e, alla lettura del verdetto, lasciarono l’aula liberi e festeggiati dai parenti. Per tutti loro ci fu l’elogio ufficiale del comandante della Benemerita, il generale De Lorenzo. Le loro vittime, i detenuti che avevano ridotto a creature spezzate e piangenti, furono ricondotti in carcere con i ferri ai polsi.

Silvius Magnago non rivelò mai quanto gli fosse costata la decisione di non accogliere la disperata richiesta d’aiuto dei Bumser. Né se il loro martirio affollasse d’incubi il già scarso sonno delle sue notti.

I corpi. Preservare i corpi. Con loro, non aveva potuto.

Nell’autunno del 1963, una fanciulla vestita di bianco con in braccio un mazzo di fiori sorrideva dai manifesti che tappezzavano le strade di Milano. Una versione mediterranea di Gerda: seno pieno, labbra morbide, zigomi alti, ma bruna. Così la democrazia cristiana aveva deciso di svecchiare la propria immagine e per far questo si era affidata a Ernest Dichter, il guru americano delle ricerche motivazionali in pubblicità – famosa una sua campagna per le prugne secche californiane. Aveva coniato lui lo slogan che campeggiava sotto la bella ragazza:

LA DEMOCRAZIA CRISTIANA HA 20 ANNI!

Da Domodossola a Siracusa, da Udine a Bari, sui manifesti affissi in tutta la penisola mani ignote chiosarono a pennarello:

È ORA DI FOTTERLA!

Questo, Mr Dichter non l’aveva previsto.

L’incitamento a fare alla ventenne DC ciò che ogni maschio latino avrebbe desiderato fare alle sue coetanee in carne e ossa fu seguito da molti: nelle elezioni politiche del ’63 il Partito Comunista Italiano ottenne, per la prima volta nella sua storia, più di un quarto dei suffragi. L’egemonia assoluta della DC era infranta.

Sotto la guida di Aldo Moro, si costituì il primo governo di centrosinistra dell’Italia repubblicana. Qualche giorno dopo la fine dello spoglio delle schede, qualcuno fece recapitare una grande scatola di prugne secche alla sede della DC a piazza del Gesù.

Nessuno rise. Per gli equilibri di Yalta era una catastrofe. I servizi segreti sulle due sponde dell’atlantico concordarono sulla necessità di giocare un gioco diverso da quello messo in atto fino ad allora. Tornò utile Gladio, la struttura paramilitare segreta costituita dalla CIA in Italia già negli anni Cinquanta per contrastare l’avanzata della sinistra. Fu ideato il cosiddetto “piano Solo”. Erano tre i suoi obiettivi: colpo di Stato militare con abbattimento del governo appena formato, istituzione di un governo di “sicurezza pubblica” condotto da parlamentari di destra e militari, assassinio del premier Aldo Moro.

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