La vicenda dello yuan spiegata a un marziano

Ecco perché la Cina tiene in pugno l'economia degli Stati Uniti, e un po' anche la nostra

Che cosa significano fluttuazione, convertibilità, rivalutazione dello yuan?

di china files

La convertibilità dello Yuan

Come gli altri stati degli accordi di Bretton Woods, quando nel 1949 venne introdotto in Cina lo Yuan, si decise di fissare il tasso di cambio a 2,56 RMB per dollaro. Col crollo del sistema aureo spiegato sopra e l’introduzione del Forex, la valuta cinese fu rivalutata a 1,50 RMB per dollaro, subendo una tremenda iperinflazione, ossia il valore reale dello Yuan fuori dalla Cina era sostanzialmente quello della carta straccia.

La questione in verità non impensierì molto Pechino, in quanto fino al 1978 il mercato cinese era un sistema chiuso, che non si relazionava col mercato internazionale: non si vendevano e non si compravano beni o materiali o valute non cinesi, quindi il principio di guadagni o perdite derivati dalle fluttuazioni della valuta non poteva verificarsi.

Con l’apertura e le riforme economiche del 1978, fu introdotto in Cina un sistema di doppia valuta: una, il renminbi, utilizzabile solamente all’interno della Repubblica Popolare; l’altra, consistente in certificati di cambio (le cambiali), veniva utilizzato per le transazioni estere. Le cambiali, per favorire le esportazioni della nuova Cina capitalista (loro direbbero socialismo con caratteristiche cinesi), erano artificialmente deprezzate dalle autorità di Pechino: i cinesi insomma, per esportare di più, diminuivano il valore della loro valuta, così scambiando le merci prodotte in Cina a bassissimo costo con le valute estere che gli altri stati utilizzavano per i pagamenti, iniziarono ad accumulare una grande quantità di riserve in dollari che, al nuovo tasso di cambio di 8,62 RMB per dollaro del 1994, in patria corrispondevano ad un enorme quantità di RMB. Il sistema a doppia valuta fu abbandonato negli anni ’90, ma il RMB è sempre saldamente rimasto ancorato ad un tasso fisso col dollaro, e nonostante le lievi fluttuazioni concesse da Pechino (ovvero: se il tasso fosse ad esempio 10 RMB per dollaro, la Cina permettendo una variazione del valore della valuta di 0,5%, permetterebbe al RMB di fluttuare tra i 10,05 RMB per dollaro e i 9,95 RMB per dollaro), non è mai stato abbandonato a se stesso nel marasma del mercato valutario mondiale, il Forex.

Ciò significa che, non permettendo allo Yuan di fluttuare secondo la regola della domanda e dell’offerta e mantenendone il valore sempre piuttosto basso, si è permesso alle industrie cinesi di produrre a basso costo e rivendere fuori dalla Cina senza doversi preoccupare degli scossoni del mercato finanziario, offrendo sempre un prodotto a prezzi ultra competitivi ed arricchendo le casse dello stato della più grande riserva valutaria in dollari del pianeta, pari presumibilmente ad oltre 2000 miliardi di dollari.

Man mano che la Cina si arricchisce, impiega la propria liquidità per assicurarsi una crescita economica stabile: compra giacimenti di materie prime (gas naturale, petrolio, metalli etc.) dall’Afghanistan alla Nigeria, dall’Iran al Venezuela; investe come nessun altro paese al mondo nello sviluppo e l’applicazione delle nuove energie alternative; ogni anno rimpingua le casse di Washington acquistando i loro Treasury Bond, ovvero il corrispettivo dei nostri BOT, i titoli che uno stato mette in vendita per dividere con gli azionisti i propri debiti, e li paga con gli stessi dollari coi quali gli Stati Uniti, a loro volta, avevano comprato dalla Cina magliette, scarpe, computer, bulloni, penne, televisori e tutto il resto dell’armamentario da esportazione prodotto nella Repubblica, alimentando il circolo vizioso che impoverisce sempre di più gli yankees (non solo la squadra di baseball di New York) ed arricchisce sempre di più la Terra di mezzo; quando serve, inietta enormi quantità di liquidi per salvare banche, assicurazioni, istituzioni finanziarie di vario genere, garantendo agli Stati Uniti, e di conseguenza al resto del mondo, un tenore di vita medio-alto tale che non faccia mai mancare i soldi per acquistare ciò che produce.

Se non si fosse ancora capito, ci tengono tutti in pugno.

Chi vuole la fluttuazione libera dello Yuan?

Ovviamente gli Stati Uniti, nel senso che i politici di oggi devono far vedere alla loro opinione pubblica impoverita e disoccupata che stanno cercando di fare qualcosa, strizzando l’occhiolino alle multinazionali che da un provvedimento del genere trarrebbero enormi guadagni, rilanciando le loro produzioni. Con la crisi economica causata dalla bolla del mercato immobiliare (questa non ve la spiego, vi prego!), il povero Obama, che aveva caricato di aspettative mezzo mondo, ora si ritrova a reggere le sorti degli USA e della maggioranza dell’opinione pubblica mondiale in un periodo economico terribile.

La Cina, col trucchetto dello Yuan ma anche grazie ad una politica finanziaria molto meno creativa di quella americana ed al mantenimento di un tenore di vita relativamente basso all’interno dei suoi confini, sta paralizzando il mercato delle esportazioni americane: negli USA costa troppo produrre beni che possano fare concorrenza all’offerta cinese, gli operai americani costano di più e il tenore di vita è estremamente più alto, quindi le fabbriche stanno chiudendo e delocalizzando la produzione dove è più conveniente, come in Bangladesh, Vietnam, Cambogia, cercando di produrre a basso costo ed ampliare i margini di guadagno. Se le fabbriche chiudono, la gente non lavora, se non lavora non guadagna e se non guadagna non consuma; l’economia si blocca e per mantenere il tenore di vita al quale gli americani sono abituati, bisogna inventarsi qualcosa, come ad esempio entrare in guerra, per provare a riavviare l’economia.

Se lo Yuan fosse trattato come una normale valuta nel Forex, subirebbe le oscillazioni degne di un’economia in piena espansione, aumentando vertiginosamente di valore e paradossalmente invertendo la tendenza delle esportazioni cinesi: a quel punto, costerebbe sempre di più produrre in Cina, non potrebbero più essere garantiti certi prezzi, le fabbriche chiuderebbero, i cinesi non lavorerebbero e diventerebbero gli Stati Uniti di oggi, senza hamburger e Tennessee Whiskey ma con un bel po’ di gente in più da sfamare.

Chi non vuole la fluttuazione dello yuan?

La Cina. O meglio, non è vero che non la vuole, solo non la vuole ora. E’ da leggere in questo senso la dichiarazione d’intenti fatta dalla delegazione cinese durante l’ultimo G20 di Toronto: i rappresentanti dell’establishment cinese hanno sostanzialmente detto che permetteranno allo Yuan di “ballare” dello 0,5% sul tasso fissato giornalmente dalla Banca Centrale Cinese (che in questo periodo si sta attestando attorno ai 6,7 yuan per dollaro), promettendo che in futuro aumenteranno sempre di più la percentuale di fluttuazione consentita, ma solo “nei tempi e nei modi cinesi”; il che significa: facciamo come ci pare. Se per assurdo si acconsentisse ad una rivalutazione dello yuan nell’ordine del 20/30%, ovvero il deprezzamento stimato dagli americani, la Cina andrebbe incontro ad una crisi economica senza precedenti: crollo delle esportazioni, chiusura di fabbriche, disoccupazione di massa, annientamento della produzione agricola (i contadini, raccogliendo i proventi della loro produzione solo una o due volte l’anno, sarebbero come carne da macello di fronte ad una rivalutazione repentina della valuta), malcontento generale che sfocerebbe in chissà quanta violenza.

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