La guerra dei vecchi

Cosa c’è dietro una generazione partita per cambiare tutto e arrivata a desiderare che nulla cambi?

Su tutte [le critiche], una emergeva: la convinta definizione della sua iniziativa come l’ennesimo colpo di coda di una generazione di «cannibali». Contrapposta a una generazione cortese, di prego si accomodi, una generazione mai liberatasi da quella X, segno di indeterminazione, con cui era stata marchiata, fatta di ragazzi che non alzano la voce, che scelgono il dialogo, che provano ad argomentare una resa in tempi senza alcuna certezza. Che, nel migliore dei casi, riescono solo a porre una domanda ai padri: «In nome di cosa continuate a sentirvi migliori?». Rispondere a quella domanda e, soprattutto, farne discendere le dovute conseguenze, come dicevamo, è ancora impresa ardua per una generazione, la prima, cresciuta ed educata con il costante ausilio delle immagini di tv e cinema in una società ormai compiutamente debordiana.

Immagini come quella, viva nella memoria di tutti gli adolescenti degli anni Ottanta, del “padre ingombrante e cattivo che per restare giovane e al comando ricorre a sofisticati interventi chirurgici e che, pur di non lasciare strada al figlio, è disposto a sfidarlo in un duello all’ultimo sangue”: parliamo di Darth Vader e Luke Skywalker. Oppure quella di Marty McFly, il protagonista di Ritorno al futuro, costretto a tornare indietro nel tempo “per far cambiare in meglio i suoi genitori e poi trarne beneficio dagli anni Ottanta in poi”.

Buquicchio utilizza molto la parola “immaginari”, nel suo doppio significato. Abbiamo detto della questione dei riferimenti culturali. Poi c’è la questione dell’immaginario, del fantasioso. Ai trentacinquenni veri, infatti, la società attuale oppone spesso i cosiddetti trentacinquenni immaginari.

Una delle maggiori difficoltà nell’affrontare un discorso sui conflitti generazionali, infatti, è quella della definizione del confine esatto tra una generazione e l’altra. Se individuare nonni, padri e figli, in una famiglia può riuscire relativamente facile, è, invece, più complicato districare blocchi sociali e anagrafici che si intersecano e si tangono. La consapevolezza della propria età anagrafica rende tutto più complesso. Sembra esserci una età simbolica in cui molti dei nodi che bloccano la nostra società vengono al pettine: i trentacinque anni. Da una parte la cronaca quotidiana e le vicende personali ci mettono difronte le storie e i volti dei trentacinquenni veri. […] Dall’altra parte, le stesse cronache quotidiane e l’immaginario collettivo plasmato da milioni di ore di televisione, da copertine di riviste e da film di cassetta ci racconta la storia di altri trentacinquenni: quelli immaginari. Quelli che hanno cinquant’anni e anche di più «ma sembrano trenta. Trentacinque forse. Perché si ha una pazzesca voglia di vivere. E tutto il resto conta sì, alimentazione, medicine, ginnastica, traguardi scientifici e prodigi della chirurgia. Ma alla fine ciò che comanda, che straccia l’anagrafe e fa dimenticare i certificati di nascita, sembrano essere il cuore e la mente. Non è solo questione di star system, di attrici meravigliose che superato il mezzo secolo amministrano saggiamente le proprie rughe escoprono un nuovo vento di vita. In tutto il mondo occidentale sembra che l’età apparente abbia soppiantato l’età anagrafica, si vivono stagioni multiple insieme, e la sessualità non si piega più né al tempo né al mutare del corpo» come scriveva in prima pagina Repubblica proprio poche ore prima che Sergio Marra [operaio trentacinquenne, suicida perché disoccupato] decidesse di darsi fuoco spegnendo il suo vento di vita.

Nell’era in cui spadroneggiano i prodotti per “combattere l’invecchiamento”, si verifica un singolare paradosso: i vecchi sono sempre di più, ma non sono più vecchi. E quindi guai a chi li tocca.

L’immaginario (e con esso forse anche la stessa possibilità di affrontare un serio discorso di rinnovamento generazionale) è del tutto compromesso se anche un presidente del Consiglio ultrasettantenne è convinto, da anni, di essere un trentacinquenne, se un filosofo [Maurizio Zecchi] esalta la sua paternità raggiunta a sessant’anni e se una conduttrice tv [Serena Dandini], ormai più vicina ai sessanta che ai cinquanta, insegue (inutilmente) mode adolescenziali. Compromettendo in modo così pervasivo la consapevolezza della propria età, si è inevitabilmente danneggiato il meccanismo del «passaggio di consegne» tra padri e figli, tra una generazione e l’altra.

Di una cosa però va dato atto a Celli, scrive Buquicchio. Celli ammette che la sua generazione ha fallito, ha tradito il patto sociale con i propri figli. Si tratta di una constatazione tanto scontata quanto rara. Prevale la rimozione, lo scrollarsi le responsabilità, laddove invece bisognerebbe indagare sulle reali aspettative della generazione di chi oggi ha sessant’anni, dei reali obiettivi di trasformazione di quella generazione.

La storia di quei decenni viene raccontata con una partenza libertaria, egualitaria, utopistica e altruistica, seguita da una fase di disillusione e irrigidimento (e dal pesante confronto con gli anni di piombo), per finire con la vittoria dell’edonismo e della sconfitta delle ideologie. Ecco, bisognerebbe ridiscutere questa impostazione. E forse, fatti salvi i percorsi capaci di sottrarsi all’andamento generale, scopriremmo che anche la partenza iniziale di quell’onda di ribellione era sotto il segno dell’egoismo. La battaglia contro il conservatorismo della generazione dei loro «padri», al di là delle intenzioni di alcuni e della modernizzazione necessaria di quella società, ora ci sembra nient’altro che una razzia delle risorse dei vecchi. Risorse che i vecchi stavano conservando, come le generazioni precedenti gli avevano insegnato, in attesa del momento giusto perpassare la mano, e dunque, per tramandarle proprio a loro, ai loro figli.

Insomma, la critica ai padri e l’elogio dei nonni. Non sono i vecchi in generale, il problema: sono questi vecchi.

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