“Avevo sei anni”

Il più interessante - e terribile - graphic novel americano dell'ultimo anno è uscito ieri in Italia

"Mi ammalavo. Ecco il mio linguaggio"

Ma è una spiegazione cinica, quindi sbagliata per definizione, e anche fragile. Le persone che raccontano e disegnano meravigliose storie di infanzie sofferte e travagliate sono quasi tutte coetanee di Asterios Polyp, ormai (e mie). Il loro recupero di quel passato – quasi sempre autobiografico, ma non sempre – ha a che fare evidentemente con qualcos’altro: e naturalmente non è certo una novità per la letteratura in genere.
Ma non volendo indagare tanto le motivazioni, quanto le qualità di questi romanzi a fumetti, ripenso a una riflessione che avevo fatto sulla potenza emozionante dei fumetti qualche anno fa, quando mi ero reso conto di questa stessa potenza e l’avevo confrontata con la mia, di età: ho ben più di quarant’anni, quali altre ragioni mi tengono incollato a un graphic novel dall’inizio alla fine con la curiosità di sapere cosa succede di un ragazzino, curiosità che ormai ho perso per il 95% dei libri che leggo? Cosa hanno, di più?
È ovvio, cosa hanno di più: le figure. È il cinema. È lo stesso vantaggio di immediatezza e coinvolgimento rispetto alla parola scritta che hanno i film. È lo stesso potere magnetico di immedesimazione e meraviglia. C’è della bellezza rappresentata con armi che il testo da solo non ha. E c’è qualcosa di familiare, una madeleine, nei fumetti: è da lì che è cominciato il nostro rapporto con la lettura. La forza che ha il ricordo dei primi romanzi divorati in camera, tra le medie e il liceo, i fumetti ce l’hanno tripla. Veniamo da lì, il nostro rapporto con le storie è nato lì, salvo nonne particolarmente brave nel racconto.

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