• Italia
  • lunedì 7 giugno 2010

Il caos del tempo pieno

Bambini esclusi dalla didattica completa a centinaia in ogni città d'Italia

I comuni pensano di chiedono ulteriori contributi alle famiglie, come se la scuola pubblica fosse privata

Vediamo di parlare della scuola per tutti e con tutti, visto che è un pezzo essenziale dei destini di questo paese che sembra discusso solo da chi ci lavora o chi ha dei figli a scuola, per il tempo che li ha. Uno degli elementi di cui si discute di più rispetto ai tagli previsti dal ministro Gelmini e a quelli aggiunti dalla manovra finanziaria è il tempo pieno nelle scuole elementari.

Il tempo pieno non è andare a scuola anche il pomeriggio. Non è un’aggiunta di ore. È un progetto didattico che ha una lunga storia e consolidati risultati, che estende a un numero maggiore di ore scolastiche le necessità di apprendimento dei bambini attraverso attività e insegnamenti strutturati su questo numero di ore. E che fa assumere alla scuola la responsabilità di una formazione più collettiva dei bambini, più basata sul rapporto con gli altri, piuttosto che sullo studio individuale a casa, ritenendo che per molti bambini i tempi siano troppo precoci per simili impegni e le occasioni di crescita comunitaria più proficue. Le famiglie italiane, in larghissima maggioranza lo hanno scelto e apprezzato, ancora di più nei moltissimi casi in cui la capacità della famiglia di assumersi parti cospicue dell’insegnamento e dello studio è più limitata.

Con i tagli in ballo, il tempo pieno è ormai pesantemente minacciato in tutta Italia. La mancanza di fondi per gli insegnanti impedisce in molti casi di poter offrire il tempo pieno a tutte la famiglie che ne fanno richiesta, e in altri di strutturare il tempo pieno con l’efficacia didattica che dovrebbe avere: riducendo o eliminando le ore di compresenza dei due insegnanti e riducendosi alla copertura del tetto delle 40 ore previste attraverso un continuo gioco del 15 tra i maestri a disposizione della scuola.

Il ministro Gelmini ha contestato la tesi della riduzione del tempo pieno rispetto alle richieste, sostenendo che le classi a tempo pieno sarebbero addirittura aumentate. Le risponde oggi Flavia Amabile sulla Stampa.

Sarà anche vero ma allora c’è quantomeno un problema nell’incontro tra domanda e offerta: il tempo pieno in più è arrivato proprio dove non lo chiedono i genitori. Altrimenti non ci sarebbe una valanga di proteste da tutt’Italia con cifre da bollettino di guerra. Sempre i sindacati parlano di migliaia e migliaia di bambini che non potranno avere diritto al tempo pieno dal prossimo settembre.  A Modena e provincia sono circa 222 i bambini esclusi dal tempo pieno, a Bologna e provincia circa 1600, in Veneto circa 5 mila, a Milano e provincia circa 3.500, a Torino e provincia siamo intorno ai 1800, a Roma e provincia sui 2200, in Toscana 4 mila, a Trapani e provincia 690.

Quadrare il cerchio di fronte al ricatto del governo è impossibile. Se non si assumono insegnanti mentre i vecchi vanno in pensione, se non si confermano le sostituzioni, gli insegnanti mancano e il tempo pieno non si fa o si fa male. In alcune città i comuni stanno pensando di chiedere dei contributi aggiuntivi alle famiglie per poter fare fronte alla situazione: ma come si chiede ancora Amabile, questa è la fine della scuola pubblica. Se il servizio viene offerto a pagamento a chi se lo può permettere, qual è la differenza dalla scuola privata?

Un’altra degradante soluzione è quella proposta da una scuola di Milano.

A Milano una scuola primaria ha 33 iscrizioni per il tempo pieno e 10 per il tempo normale. Per il momento sono state autorizzate una classe a tempo pieno e una a tempo normale. Il Consiglio di istituto ha deciso di formare la classe a tempo pieno con 25 alunni, il massimo consentito dalle norme per la sicurezza, e quella a tempo normale con i restanti 18. Sembra un problema da scuola primaria, appunto, ma ora 8 dei bambini del tempo pieno dovranno accontentarsi del tempo normale. Chi?
Il consiglio di istituto ha affidato a tutti i genitori una tabella da compilare in modo da assegnare un punteggio a ciascun bambino e stilare poi la graduatoria. Nella tabella sono contenuti i criteri «variabili di valenza sociale». Si va dai 10 punti degli alunni con certificazioni disabili o invalidità a 5 punti per le famiglie con un solo genitore, e via scendendo fino a 2 punti pe run fratello o una sorella che frequentano lo stesso istituto o 1 punto soltanto assegnato all’alunno che «appartiene al bacino di utenza», o agli altri figli fino ai 14 anni. A parità di punteggio ha precedenza il bambino più anziano.

Intanto, nella sua ammirevole superproduzione sui problemi della scuola, Flavia Amabile segnala ancora sulla Stampa di oggi un’altra questione in discussione a proposito dei costi della scuola, quella dei “distacchi sindacali”:

Alcuni professori, invece di fare lezione in classe, vengono inviati a svolgere un lavoro sindacale. Al loro posto nelle aule va un supplente. Tutto questo ha un costo, ovviamente.

Naturalmente i sindacati contestano la richiesta di tagli su queste spese. Ma se si apre la discussione sui ruoli scolastici onerosi per lo stato in momenti di difficoltà economiche e necessità di stabilire delle priorità, forse sarebbe il momento di ridiscutere senza integralismi ideologici i costi delle ore di religione nella scuola. In un momento in cui mancano i fondi per la didattica indispensabile del tempo pieno, il sistema scolastico italiano continua ad accollarsi ben due ore di religione settimanali alla scuola materna ed elementare, e una alle medie e superiori. Il costo di questo insegnamento – che ha stipendi superiori a quelli della didattica principale – si aggira intorno agli 800 milioni di euro (più di un miliardo, secondo altri conti): e per permettere a chi non lo segue un insegnamento alternativo vengono allocati alla stessa ora insegnanti e costi che lo rendono un onere aggiuntivo. Di 800 milioni annui, appunto.

Sarà il caso di cominciare a parlarne.

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