Ripenso al Salone del Libro di Torino, per il quale il lavoro mi ha portato ad aggirarmi la scorsa settimana, per gran parte della durata. Il consuntivo è meno catastrofico del previsto, dal momento che ho una specie di idiosincrasia per qualsivoglia genere d’evento fieristico. Sarà la disabitudine, sarà che le cose cambiano, ma la prevalenza delle parole che in questo posto deflagra e regna sovrana, le argomentazioni, diversissime tra loro, che si stratificano, si connettono, si contaminano e si disturbano, mi sono suonate più gradevoli, meno aggressive e fastidiose di quanto temessi. Si parla, si dice, si promette, perfino qualcosa s’impara. Mica male, per quanto il rimbombo sia notevole, sullo sfondo.
E poi c’è una constatazione che mi sono portato via da Torino come una notizia che ancora non avevo ben focalizzato: è definitivamente nato e adesso sta proliferando un nuovo genere d’intellettuale, che possiede un’apprezzabile cifra contemporanea. È uno che sta in sospeso, che non è più lo scrittore puro, il romanziere nella stanza di cristallo, e invece s’apparenta, si mescola, si confonde con quello che si occupa di televisione, di documentari, di cinema, di fotografia e poi tutto insieme converge nel generale mash up della rete. Parole e immagini non sono mai state così vicine e grande è la disinvoltura con la quale i modi del raccontare si stanno rinnovando, con una naturalezza che fa capire che è questione di tempi e non di mode (e anche che lo snobismo verso il “dilettantismo” e i “tuttologi” in questo caso farebbe bene a temporeggiare).
Dal Salone del Libro di Torino, temuta kermesse del paludamento, torno con una sensazione di spontanea vivacità e di procedimento culturale in atto – dentro la “base” delle idee, come va di moda precisare di questi tempi. E con la sensazione che il sistema arterioso del pensiero italiano mantenga ancora la sua pressione in circolo, trovando nuovi sbocchi, nuove voci, nuovi stili.


