Il Post
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Milano, il cane Athos e Dario Fo

16 dicembre 2010

Piccolissimi satori. Correndo per Milano, che ci mette poco a ridiventare familiare, sono sempre distratto dalla moltitudine di lucine in città, quanto non ne avevo mai viste neppure a Manhattan, e penso (e dico) che sarà un modo di contrastare la depressione sospesa, le solite ansie collettive di cui sappiamo. Il bello è che ogni volta che ne parlo, guardando fuori dal finestrino, qualcuno s’affretta a tranquillizzarmi, dicendo la stessa cosa: non preoccuparti, sono tutte sponsorizzate. C’è qualcuno che ci mette i soldi, paga lucine e bollette, investe sul farci sentire più bambini, sull’addolcire la pillola: ma io lascio sospeso il giudizio se sia un’opera pia, o se dovrei gridare al paternalismo, il fatto è che non mi viene.

Comunque Milano così mi piace. Più che per il Natale, per la sua slanciata interpretazione della Shanghai d’occidente, città cantiere che si rimette radicalmente a nuovo, approfitta di un appuntamento vano come l’Expo – ma a chi gliene fregherà qualcosa dell’Expo? – per imboccare un quinquennio di mugolante sofferenza urbana, e darsi la forma contemporanea. Complimenti, davvero, comunque finirà, perché quel reticolato di gru che accerchiano Porta Garibaldi sono eccitanti, trasmettono dinamismo di metropoli come dev’essere, e che da noi siamo rassegnati a non trovare. A un certo punto della giornata, poi, mi ritrovo di fronte a un Dario Fo che rilascia paziente intervista su come vadano le cose in città. Dice appunto che sono andate male a lungo, ma che quanto è appena successo a Roma e che succederà presto anche qui, lo rallegra, ovvero che la violenza va condannata ma l’incazzatura no e che lui non teme di dire che gli studenti incazzati gli danno grande gioia e che siamo a un passo dal che si ricominci a chiamarli “extraparlamentari” con tutto ciè che comporterà quell’“extra”, persosi per strada.

Nella corsa di fine d’anno, le parole dal vecchio con occhi guizzanti e sciarpone bianco sono un godibile segno di vita, e dunque bisogna muoversi, ma non smettere mai di riflettere e rimuginare. Cosa a cui contribuisce la musica suggerita da un magnifico amico milanese e che viene dalle dita jarrettiane d’un leggiadro pianista indiano trapiantato a Brooklyn (dove sennò?) che si chiama Vijay Iyer e che in trio suona anche lui la suite della città e l’intitola Historicity, con tanto d’incipit prelevato dalle prigioni gramsciane. Nell’ennesimo taxi sprofondato tra le tremolanti lucine rosa di corso Buenos Aires, penso che questo risuonare turbolento sia ben più vivo dell’attesa scrutando i talk show e che il mio eroe di fine d’anno – di cui spero presto anche gli studenti arrabbiati si ricorderanno degnamente – sia il cane di bordo Athos, quello che ci ha creduto fino in fondo e che nella nave container alla deriva fuori dalle coste egiziane consolava i marinai, leccandoli uno dopo l’altro, sparsi in preda alla disperazione. E che alla fine, quando la nave l’hanno rimorchiata, salvo farla incagliare in rada e condannarla all’agonia, li ha visti sbarcare sul rimorchiatore e non ci ha pensato due volte, s’è buttato in acqua e in quel momento è arrivata un’onda pesante e l’ha sommerso e ammazzato, proprio lui che era stato l’unico che non s’era mai lamentato, epperò il più indifeso. Ad Athos, questa Milano che cambia e coi nervi esposti, ci piacerebbe facesse un piccolo monumento. Anche solo impermanente, di cartapesta. Messo su dagli studenti. Magari quelli d’una scuola d’arte.

  • vsgaudio

    Questa storia di Athos mi ha fatto ripensare a “Un giorno nella vita di un cerbiatto”:
    Musica di una bellezza insopportabile, mentre si alza il sipario. Boschi in un pomeriggio d’estate. Un cerbiatto entra ballando e mordicchia lentamente delle foglie. Si trascina pigramente tra il morbido fogliame. Improvvisamente incomincia a tossire e cade stecchito”.
    Che è di Woody Allen. Di converso, sono andato a rileggermi questi versi:
    “Io non vedo, in direzione del cielo, niente
    non vedo grandi masse di nuvole
    né una remota stella, che appare e scompare
    non vedo nulla,
    qui a Milano non passa un’anima
    a ridosso di questo edificio possentemente fortificato,
    dai ganci di serrature solide,
    Let me glide noiselessly forth
    with the Key of softness unlock the locks-with a
    whisper,
    Set open the doors o Milan”

    [che sono miei e sono dentro il : “Passaggio al Parallelo di Milano. La Stimmung con Walt Whitman”].

  • johngradycole

    Piccola richiesta: vorrei una gallery fotografica che mi documenti tutto questo sbrodolìo di luci ovunque, perché io sono in centro e al Monumentale tutti i giorni e non vedo niente di diverso dagli altri anni.
    Piccolo appunto: la luce è bella e le decorazioni fan bene (Assessori a parte), ma vedere mandrie di tram fuori servizio drappeggiati di bianco luccicore quando il 14 in media ci mette un quarto d’ora a passare e leggere “Gazzetta dello Sport” a ogni angolo a me fa solo salire un po’ di bile.

  • vsgaudio

    UN INCANTEVOLE 2011 PER IL POST!
    Alla redazione tutta e ai blogger insieme riuniti un grazie per quello che mi hanno dato nel 2010,
    ho portato un regaluccio, l’introduzione al 2011: può essere commentato.

    ●Il sipario si alza su un vasto deserto selvaggio del tipo Saraceno dell’Alto Jonio.
    Uomini e donne si siedono in gruppi separati e poi cominciano a ballare, ma non sanno bene perché, e presto si risiedono. Dopo un po’ entra un giovane, è il 2011, e si mette a ballare una danza del fuoco. Improvvisamente si scopre che lui ha preso davvero fuoco, si chiama un canadair della Protezione Civile e contemporaneamente si stacca un assegno per l’avanti di tal la vitola; dopo che l’hanno spento, si scopre che fa un freddo della madonna e che un freddo così non s’era mai visto negli ultimi tre secoli, perciò riaccendono il fuoco, ma non balla più nessuno, la temperatura si e no sale di un paio di gradi, ma quando si comincia a stare discretamente bene ci si accorge che siamo in estate, e il guaio è che nessuno avevo messo l’ora legale in primavera. Comunque, si va al mare che qui è vicino, anzi tagliamo per la pineta del timpone e facciamo prima. Lì ci informano che a ferragosto c’è un barbecue sulla spiaggia e cominciamo a prendere qualche albero nella pineta , ci sono pure gli eucaliptus e così ci passa il mal di gola; così come facciamo il falò sulla spiaggia di pietre arriva un altro canadair della Protezione Civile e dobbiamo staccare un altro assegno per l’avanti del tal la vitola e intanto che ci siamo ordinare pure un certo quantitativo di pesci che lui vende in Brasile. Comunque, c’è uno con la chitarra, e una ragazza si mette a ballare, tutti si rallegrano, guardano l’orizzonte e si mettono a piangere ‘ché già l’autunno è annunciato dal rientro serale delle cornacchie. A questo punto arriva una ragazza con le pizze e le birre e torniamo a casa che fa un freddo boia. Siamo talmente depressi che, passando per la pineta, per tirarci su accendiamo qualche fiammifero e arriva un altro canadair che spegne immediatamente il fuoco e ci arrestano tutti, però provvidenziale telefona quello dell’avanti e tutto ricomincia daccapo, ‘ché il 2012 è al primo ponte sul Saraceno[sono tre i ponti e c’è qualche minuto per andare a prendere la gazzosa nel ripostiglio].