I toni apocalittici che accompagnano l’avvicinamento al voto di metà mandato in America, definiscono una volta per tutte la trappola nella quale si è ficcato il presidente Obama e dalla quale sarà difficile uscire – e, se uno avesse un cattivo carattere, dalla quale neppure si avrebbe troppa voglia d’uscire.
In una situazione che definire complessa è poco, con gli effetti collaterali di un ventennio di gestione finanziaria delirante, con alti indici d’ingiustizia economica e palesi fonti di sfruttamento del cittadino, con tempi lentissimi di dubitabile ripresa, che comunque avverrà a ondate progressive e non nel giro di una stagione (basta consultare le oscillazioni dei dati di disoccupazione), Obama ha scelto una strategia e l’ha perseguita. Criticabile, ma chiara e attuata con energia. Peraltro non passibile di credibili alternative. Miracoli, però, non se ne sono visti. Le difficoltà, le sofferenze, le incertezze, le delusioni sono rimaste al loro posto o nei paraggi. Gli avversari di Obama, sconfitti al limite della brutalità un paio d’anni fa, e tuttora sprovvisti di argomenti credibili, allora hanno preso coraggio e hanno cominciare a denunciare l’amministrazione per lo stagnamento della negatività. Gli hanno addossato responsabilità d’ogni genere, gli hanno dato del socialista, dell’inetto, dello spendaccione, del traditore del pubblico mandato.
La nave intanto continuava a galleggiare, ma il realismo imponeva piccoli passi, modeste correzione di rotta, e lunghi tempi di attesa per verificare le risultanze degli interventi profondi – stimolo economico e riforma sanitaria, in testa. In questo interstizio si sono infilati gli avversari, i nostalgici dell’allegro potere senza cervello, i visionari di un’America che un tempo sarà pure stata un progetto meraviglioso, ma attualmente non è più qui, fra noi. E la cosa ha fatto presa: la colpa è di un presidente che promette e non mantiene. Che inganna i connazionali. Colpa di un Congresso che cerca avventure nel nuovo sociale, ma scardina le quercie della casa nella prateria eccetera eccetera, giù nell’assurdo.
Non a caso sono apparsi e hanno trionfato in modo stupefacente i più improvvisati populisti, quelli dell’”io sono come voi”, quelli dell’”io vi rappresento”, le Christine O’Donnell d’America. Adesso le previsioni sono micidiali: Obama perderà il controllo delle Camere, i suoi compagni di partito fanno finta di non conoscerlo, la sua squadra perde i pezzi migliori, gli si prospetterebbero due anni d’inferno, nell’immobilismo e nella guerriglia decisionale, nel frattempo dovendo intraprendere una campagna elettorale per il secondo mandato circondata da scetticismo più che da entusiasmo.
Rush Limbaugh dice che nelle ultime foto Obama ha assunto espressioni demoniache. Che sta male. Che basta una spintarella per sbatterlo giù dal terrazzo della Casa Bianca, mentre le tv fanno a gara a trasmettere interviste vox populi a ex-elettori delusi. Facciano pure. Si accomodino. Consegnino le chiavi del paese al figlio di Ron Paul o a quella campionessa di Michele Bachmann. Diano retta alle dimostrazioni scientifiche d’inefficienza di Michael Barone. Prego. I toni delle imminenti primarie per le presidenziali faranno arrossire gli spin doctor di casa nostra.
Del resto le cose vanno così, in Occidente. Il gioco della torre è irresistibile. La rivalsa della gente incavolata per la sensazione di essere privata di parte del sé, non s’indirizza verso i reali responsabili, ma si dedica a costruire un idolo per poi abbatterlo fragorosamente. È la sindrome del volto nella folla. Sfugge alla logica di una valutazione reale. Altrimenti Obama andrebbe lasciato dov’è, errori e difetti compresi. E al suo staff andrebbe permesso di lavorare. Nelle questioni interne e in quelle internazionali. Sia pure con incertezze e sbagli, stanno svolgendo in modo responsabile i loro compiti. L’America di oggi è oggettivamente una nazione migliore, più comprensibile, trasparente ed empatica di quella legata alle precedenti amministrazioni – Clinton incluso. Sono cambiati alcuni valori, ma questo è un altro discorso.
Lo sforzo prodotto dal presidente Obama per dare contenuto alla visione delineata durante la campagna del 2007-8 non poteva andare oltre, sulla base delle contingenze con cui ha dovuto fare i conti. Continua a sembrare un buon capo, una persona responsabile, un leader dotato della profondità di campo e della positività d’approccio necessarie. A guardarsi in giro per valutare le alternative, vengono i brividi. Ma forse i brividi dovrebbero venire agli americani, che si preparano a fare questa novembrina rivoluzione di cartapesta. Si mettano il tricorno e mandino alle tribune politiche un manipolo di casalinghe disperate. Si può contare che, a metterli su un piedistallo adesso, possa essere sufficiente per far ricredere gli elettori in tempo per il voto del novembre 2012.



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