Renzi col PD dovrà averci a che fare

Matteo Renzi fa benissimo, nell’interesse proprio e di tutto il Pd, oltre che nel rispetto del diritto-dovere di Bersani di giocarsi fino in fondo la partita.
La rinnovata lealtà al segretario rende ancora più incisiva l’operazione compiuta durante la campagna elettorale, quando il sostegno al candidato è servito a Renzi a conquistare la simpatia di quella parte di Pd che nelle primarie l’aveva avversato come “oggetto estraneo”. Chiamarsi fuori dal branco degli sciacalli suona più forte oggi, mentre si moltiplicano i segnali di sfaldamento addirittura nell’inner circle del Nazareno: Renzi più fedele a Bersani dei bersaniani stessi, si dirà.
È chiaro però che Renzi può permettersi tanta signorilità perché la posizione di Bersani è oggettivamente esposta. La speranza di trascinare la “proposta ai grillini” fino a fine marzo (quando potrebbe tenersi il dibattito parlamentare sulla fiducia) appare labile. Milita contro di essa anche la preferenza del Quirinale sulla quale titolava ieri Europa: dare un incarico solo a chi abbia ragionevoli chances di trovare una maggioranza al senato. Dovesse presentarsi oggi da Napolitano, Bersani questa chance non l’avrebbe.
Bisogna vedere se la proposta rimarrà in piedi, o se le attuali condizioni cambieranno. Sembra arduo, considerando il piano descritto da Casaleggio al Guardian: M5S vuole conquistare la maggioranza assoluta dei voti in prossime rapide elezioni, e poi governare da solo. Una versione risoluta di quella vocazione maggioritaria sulla quale nel Pd si sono sprecate tante stupide ironie, diciamo.
Se diverse ipotesi devono ancora consumarsi, Renzi fa bene a tirarsi fuori dal falò e dai caminetti. E se è sincero lo slancio nei suoi confronti che sale dagli angoli più impensati del Pd, tutto il partito farebbe bene a tener da conto colui che pare diventato l’ultima risorsa prima del fallimento.
Dopo di che anche il sindaco deve sapere una cosa. Non esistono scorciatoie per palazzo Chigi. Dalla conquista e dalla rifondazione del Pd dovrà per forza passare, più prima che poi. Capiamo la riluttanza e forse la sfiducia, finché ancora prevalgono nel gruppo dirigente interpretazioni della sconfitta degne del Pci 1979 (allora la colpa era della Dc e della solidarietà nazionale, oggi è di Monti e della sua austerità: si sa come andò a finire dopo). Ma dal dovere di cambiare i connotati al Pd non si scappa.