La tattica sbagliata di Monti

L’interessato sarebbe il primo a riconoscerlo: delle versioni possibili di Mario Monti – da professore universitario a leader europeo passando per presidente del consiglio – la versione di candidato alle elezioni è la meno riuscita.

Naturalmente c’è una logica nella decisione di piazzarsi al centro del ring per dare e prendere colpi da tutte le parti. Qualsiasi stratega elettorale sa che per un newcomer conquistare una simile posizione è essenziale. Monti però non è esattamente una new entry, non più almeno, e dovrebbe essere in grado di valutare anche i contro di un protagonismo così aggressivo. Come parte recitata e come linea politica adottata, Monti si è assimilato presto a Casini. Gli argomenti polemici sono quelli tipici terzaforzisti: né destra né sinistra, né Pdl né Pd, né Brunetta né Fassina, con un surplus di alterigia intellettuale che calata tanto spesso nella scatola televisiva si trasforma in fastidiosa supponenza.

Siamo di nuovo al vecchio slogan: «Avanti al centro contro gli opposti estremismi». Finché lo diceva Mario Scelba era la linea di un grande partito popolare che escludeva comunisti e neofascisti dalla competizione per il governo. Adesso invece Monti rischia di comprimere i contenuti importanti della sua agenda, la credibilità personale, la fiducia guadagnata presso gli italiani e perfino le aspettative della comunità internazionale, dentro il contenitore angusto di una coalizione minoritaria, stimata terza o quarta fra quelle in competizione. Francamente, presidente Monti, come modello al quale ispirarsi per lei Scelba è troppo, e Casini è troppo poco.
Soprattutto perché su un lato del ring non ci sono né i comunisti degli anni Cinquanta né la sciagurata Unione del 2006.

Dopo un anno di appoggio leale al governo, Bersani vince le primarie tenendo Vendola al terzo posto. Poi fa scegliere i parlamentari agli elettori dando evidenza a un corpo del partito orientato a sinistra. Come terza mossa piazza le prime candidature eccellenti, e sono uomini e donne che per equilibrio politico e competenza avrebbero brillato più di altri nello stesso governo Monti. Infine, richiama Matteo Renzi nella mischia, dando evidenza coi fatti al concetto di partito unito e nazionale e ritrovando un alleato potente sia contro il neocentrismo statico che contro l’arrancante grillismo.

Insomma, il Pd ormai può tenere tutti i fronti ed è un avversario coriaceo. Se nella testa di Monti c’è un disegno strategico più ambizioso di quello di Casini, e se davvero tiene ai contenuti più che al proprio status, il premier uscente farà bene a correggere tattica pugilistica.

Stefano Menichini

Giornalista e scrittore, romano classe 1960, ha diretto fino al 2014 il quotidiano Europa, poi fino al 2020 l’ufficio stampa della Camera dei deputati. Su Twitter è @smenichini.