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Ci vuole più movimento

7 ottobre 2011

Lorenzo Delrio alla fine è stato eletto presidente dell’Anci. Sergio Mattarella dopo una giornata di tensione è comunque entrato alla Corte costituzionale nonostante varie operazioni di disturbo. I referendum elettorali, sulle ali di oltre un milione di firme, hanno scardinato il sistema politico bloccato. E, guardando più indietro: Giuliano Pisapia dopo i voti sta conquistando anche il cuore dei milanesi, mentre Napoli non è più la capitale dell’avanzata berlusconiana ma casomai la prima tappa della sua ritirata. Tante vicende diverse, di varia importanza, che vedono alla fine il Pd conquistare posizioni e segnano in generale l’erosione del centrodestra in favore del centrosinistra.

Ma a quale prezzo per i democratici? Perché tutto accade con tanta fatica, tante torsioni interne, tante correzioni di rotta, consegnando l’impressione generale di un partito che avanza (e si candida a governare) quasi nonostante se stesso, con evidenti conseguenze su una percentuale elettorale che non migliora come dovrebbe? A ben vedere, tutte queste vicende hanno qualcosa in comune: la difficoltà e perfino l’impossibilità di governarle dal centro del partito.

Ormai, al terzo segretario che si ritrova nella medesima situazione, dovremmo aver capito che non è solo una questione di persone al comando. Bersani ha compiuto errori, li ha anche riconosciuti (non sempre), ha la tendenza a tenere rigidamente la rotta anche quando si rivela sbagliata, salvo poi virare per la forza dei venti. Ma non può essere considerato lui il problema: sarebbe perfino troppo facile.

Il problema è casomai che proprio con l’elezione di Bersani si è accreditata l’illusione che si potesse tornare al bel tempo antico, quando le decisioni della segreteria del partito si imponevano bene o male a tutti i gangli periferici, ai gruppi parlamentari, alle organizzazioni collaterali, a tutto il gruppo dirigente ristretto o allargato. Insomma, il ritorno a un principio di autorità dopo la genesi confusa e anarchica, grazie alla solidità dell’uomo Bersani dotato di una ampia maggioranza dopo la direzione un po’ solipsistica di Veltroni.

Non funziona così. Non può più funzionare così, per quanto sia condivisibile anzi vitale l’esigenza di un ritorno al principio di autorità. E Bersani è il primo a saperlo, perché il senso del limite è una delle sue virtù e nei suoi ragionamenti non manca mai il riferimento a un partito che si offre strumento, si affianca e non guida. Incidenti ed errori – e le conseguenti brutte figure – nascono allora dall’incongruenza fra le nuove regole del gioco democratico e l’ansia di dominarle con atti di volontà. È questo costume di vita e d’azione anche politica frammentato, magari individualista o corporativo, che puntualmente si prende la rivincita sulla nostalgia del punto di vista unificante.

I milanesi e i napoletani scelgono il proprio sindaco contro ogni indicazione, e i sindaci a loro volta scelgono il proprio presidente secondo le dinamiche della loro associazione. I militanti rovesciano l’orientamento del partito sulla legge elettorale, mentre i gruppi parlamentari – straordinari nella tenuta d’opposizione, nonostante certe astruse statistiche – si spezzettano non appena devono compiere scelte proprie e non ostacolare quelle altrui.

In questo panorama confuso c’è chi sa muoversi meglio di altri. È anche questa la fortuna di Matteo Renzi, alla cui politica di movimento (talvolta oscura quanto a finalità ultime, ammesso che ce ne siano) si replica con la rigidità degli statuti, delle scadenze di partito canoniche, delle candidature di segreteria: ogni volta un regalo per lui, che deve solo cavalcare l’onda della voglia diffusa di smentire il centro qualsiasi cosa il centro chieda di fare. Certo sarebbe una tragedia un partito fatto tutto di Matteo Renzi, però questo rischia di essere il destino del Pd se passa l’idea che la trasgressione sia l’unico modo di imporsi: bella beffa per chi puntava tutto sul ripristino della disciplina. Nessuno saprebbe più mettere ordine tra feudi e correnti, ci siamo già passati.

Non esiste una soluzione facile a questo problema. Certo non è organizzativa (lo diciamo perché sono di tipo organizzativo alcuni prossimi appuntamenti del Pd). Ovviamente è di linea politica e di leadership. Probabilmente Bersani dovrebbe moderare alcuni impulsi da centralismo democratico che talvolta si affacciano intorno a lui, in verità più pittoreschi che impressionanti, ma questo è un fenomeno marginale. Peraltro il pluralismo nel gruppo dirigente, maggioranza e minoranza, è sempre stato rispettato.
La questione è proprio di linea, e da questo punto di vista coincidono i problemi di fatica nel controllo interno e il disorientamento verso un quadro politico in rapida evoluzione, con l’affacciarsi di nuovi soggetti potenzialmente competitivi.

Bersani dovrebbe capovolgere la propria dottrina. Ci vuole più movimento. Più agilità. Capacità di sorprendere invece che essere sorpresi. Costringere gli altri a misurarsi con un Pd che gioca a tutto campo, aggiorna la propria proposta, scarta rispetto alla prevedibilità, si rivolge a quell’Italia dinamica e moderna ma non istintivamente progressista che si sta guardando intorno: oltre il 30 per cento di indecisi sul voto, una grande area del paese che le analisi post-elettorali del 2008 descrivevano come orientata al centrodestra ma senza passione e con fedeltà debole. Un’Italia alla quale le “lodi alla Camusso” dell’Unità, rispettabilissime, suonano remote ed estranee, antiche. Sapete quanti di costoro hanno sottoscritto il referendum di Parisi? Tanti. Sono stati agganciati da una iniziativa di movimento nata nel Pd anche se il Pd a Roma non la voleva: come li si trattiene? Come si rafforza questo provvisorio legame? Non sarà la panacea, una simile eventuale svolta, non placherà protagonismi e individualismi. Ma metterà finalmente sotto i riflettori il Pd nel suo insieme, cavallo trainante e non a rimorchio del cambio di stagione. Non c’è niente da fare, tocca ricordarlo: come fu nei primi mesi della sua ancor giovane esistenza.

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  • nicolapoletti

    bel pezzo, anche se sperare nel movimento di un gruppo dirigente granitico da un ventennio è un utopia che neanche Tommaso Moro.

    ps. Delrio sarebbe Graziano

  • uqbal

    La verità è che se Bersani facesse il leader, e quindi mostrasse chiaramente in cosa è necessario impegnarsi e verso dove bisogna guardare, e desse qualcosa da fare ai membri della direzione del partito (al di là di qualche riga da mandare ai giornali), l’ozioso PD non starebbe a trastullarsi in giochini interni: se il leader è bravo, tutti giocano per la squadra.

    Questo non avviene e Renzi, che presume di poter far meglio (e io per adesso sarei d’accordo), si fa avanti. Almeno lui, peraltro, lo fa alla luce del sole.

  • Giulio Paolo

    Tutto giusto ma si deve cambiare anche il gruppo dirigente e metterne uno di quarantenni, perché le persone non cambiano le proprie idee dall’oggi al domani, perché sono vent’anni che ce le prendono dal centro destra e perché un gruppo dirigente di quarantenni è più vicino alla realtà e alla gente e costoro sono ne sono lontani anni luce.
    Tanto per essere esplicito via Bersani, D’Alema, Veltroni, Bindi (Jervolino e Bassolino per fortuna si sono politicamente suicidati) Parisi, ecc. ecc. ecc.

  • rodo

    E’ molto bello.
    Condivido tutto.
    Non tiene conto di una sola cosa:
    al momento siamo in quattro ad averci ragionato sù.
    Il nostro voto vale tanto quanto quello di chi i ragionamenti li delega al TG1.
    Chi tra Bersani, Renzi o altri è in grado di intercettare il voto di costoro?
    La risposta a questa domanda vale la salvezza del nostro paese.

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  • lubianka

    PD…una prece!

  • lapid

    la verità è che la decisione giusta, quella che il loro elettorato vuole la conoscono benissimo. Solo che non vogliono farlo perché va contro i loro interessi e allora cercano di mediare.
    Si è visto bene con le provincie, sanno benissimo che gli elettori vogliono abbolirle ma a loro fanno comodo e allora pasticciano e pasticciano.
    E’ la stessa cosa con la scelta dei sindaci, scelgono i loro amici, sanno benissimo che la gente voterebbe altri ma loro pasticciano e solo le primarie li salvano dal disastro.

  • http://leo54.splinder.com/ leorotundo

    Certo ci vuole più agilità, più capacità di sorprendere e qui sta il grande problema. Tutto questo fino ad oggi non è avvenuto perché i segretari, del PD oggi e dei DS e del PdS ieri, sono tutti cresciuti nel PCI degli anni ’70 dove si faceva carriera per cooptazione della segreteria, erano vietate le correnti e vigeva il piatto conformismo alla linea ufficiale del partito. Quel clima culturale e quella disciplina ha potuto produrre una generazione di persone serie ed amministratori responsabili ma non poteva formare un leader anticonformista, brillante e coraggioso capace di sorprendere l’avversario politico con iniziative che mettevano in soffitta abitudini del passato. Il prodotto politico culturale di quegli anni fu il compromesso storico ed il PD è purtroppo ancora figlio di quell’ideologia di cautela, di compromesso e di contraddizioni difficilmente sanabili dove il dialogo e l’accordo fra i vertici di partito prevale sulla ricerca del consenso dell’elettorato. Insomma i cosiddetti leader del PD, ex PCI, al di là delle rivalità, hanno tutti la stessa formazione culturale, credo che da lì difficilmente possa venire la svolta. La cosa più ovvia sarebbe stato fare del PD un normale partito della sinistra europea come il partito laburista inglese o socialista francese nell’ambito di un sistema bipolare, un partito con una chiara e coraggiosa identità, capace di assumere posizioni nette che in certe fasi storiche avrebbe avuto il consenso anche dei moderati andando al governo ed in altre sarebbe stato all’opposizione, così come avviene in tutte le nazioni. Questo non è avvenuto per tanti motivi. Certamente, come già detto, per la mancanza di coraggio e di lungimiranza dei suoi leader ma anche perché l’Italia, purtroppo, non è un paese normale.