Ne usciranno, di cose, dall’inchiesta napoletana e romana sulla cosiddetta P4. Perché il raggio d’azione di quest’altra cricca a cavallo fra poteri dello stato, politica, informazione e affari è chiaramente vastissimo. E perché anche stavolta le procure hanno lavorato alacramente di intercettazioni telefoniche, e i giornali non ne risparmieranno alcuna, influente o meno ai fini processuali.
A ben pensarci, quest’altra ondata di melma che lambisce anche palazzo Chigi è l’ennesima conferma del fallimento berlusconiano, dell’impotenza di un clan che ha accantonato tutti i problemi del paese per concentrarsi nella guerra alle procure e alla libertà di cronaca, e oggi si trova a fare i conti con l’ultima inchiesta del favoloso Woodcock, spiattellata su tutti i giornali senza che nessuno del Pdl abbia più la forza di alzare il dito per protestare.
Il disvelarsi di questo groviglio di relazioni opache fa però un effetto molto diverso rispetto alle tante altre volte, negli ultimi anni, in cui il gruppo di comando berlusconiano o Berlusconi come persona sono stati colpiti da accuse e inchieste. La grande differenza è che nel frattempo, in maniera certo condizionata dal degrado dell’immagine del leader, ma con modalità e dimensioni che vanno molto oltre il semplice “sputtanamento”, l’Italia sembra aver deciso di farla finita da sé. Senza aiutini dai pm, senza puntare su scandali e manette, senza architettare ribaltoni: bensì in maniera pulita, democratica, con il voto, con una potente corrente d’opinione che non toglie fiducia alla politica tout court ma si sposta, come nei sistemi sani, da uno schieramento logoro e screditato a un altro.
È il contrario di quanto scriveva Marco Travaglio ieri sul Fatto («Una retata li seppellirà»): nessuna retata li ha mai davvero seppelliti, neanche l’inchiesta P4 può darsi questo obiettivo (sarebbe aberrante del resto), ed è bene che sia così perché l’unica sepoltura definitiva dell’epopea berlusconiana può e deve avvenire nella coscienza e nelle scelte degli elettori. Soprattutto dei suoi elettori.

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Lei sig. Stefano Menichini è l’ultimo appartenente alla nuova generazione di giornalisti manettari e spandifango. Appena un PM spara, arbitrariamente, sul governo lei si affretta a trarre conclusioni prima ancora che le cose vengano chiarite ed i protagonisti si difendano nelle sedi previste dal nostro ordinamento democratico.
Mi chiedo di quale libertà di cronaca lei vada parlando. Sia più preciso nel linguaggio e chiami le cose con il loro vero nome: lei pretende di avere la libertà di infangare la gente prima che si sappia di cosa si stia discutendo.
Mi chiedo quale scuola di giornalismo abbia frequentato. Dove le hanno insegnato che è ammesso ficcare il naso nella vita privata dei cittadini e dei parlamentari? A lei questo fatto gravissimo, che lede una dei diritti primari della convivenza civile, non interessa. A lei basta soltanto sparlare di chi è stato eletto da una maggioranza democratica, perché evidentemente è uno che non ha digerito la sconfitta.
Cosa sta facendo, la scalata alla redazione del Fatto Quotidiano o a quella di Repubblica? Continui a infangare, è sulla buona strada.