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Storia della mia gente (i pubblicitari)

18 luglio 2012

di Emanuele Nenna – @emanuelenenna

La pubblicità è il tema centrale di questo post, ma non l’unico tema. Immaginate questa storia.

Un grande imprenditore, dopo aver sentito dire mille volte che in ogni momento di crisi si nascondono delle opportunità, decide di crederci. Il suo è un mercato competitivo, che lotta sul taglio prezzi in una lotta al ribasso che probabilmente ucciderà tutti. Lui ci è dentro, ma crede che continuando a ridurre i propri margini, poi ridurre la qualità dei prodotti per non andare in perdita, poi ridurre il personale per non fallire non sia il modo giusto. Deve assolutamente trovare quella famosa opportunità nascosta tra le rovine di un mercato che si sgretola.Allora inizia a studiare, a cercare ispirazione nei libri. Tra i vari testi che si trova a leggere ce n’è uno che si chiama “Storia della Pubblicità”. È pieno di aneddoti, di storie che – per quanto non riproponibili in un’epoca completamente diversa – gli accendono una lampadina sulla testa. Come nei fumetti.

Prima di tutto scopre che la pubblicità, da sempre, serve per aiutare le aziende a vendere i propri prodotti. Banale, ma se è vero davvero, perché la sua azienda sta tagliando tutti gli investimenti pubblicitari proprio quando la necessità di vendere è più pressante? Ecco il motivo: i suoi investimenti non rendono più come una volta. Per quanto si spenda, sembra che la sua marca rimanga invisibile. Colpa dell’affollamento pubblicitario, del cambiamento delle attitudini dei consumatori (difficilmente spettatori, ormai) e di tutte le altre cose che sente raccontare nei dibattiti-piagnistei sul tema. Ma è davvero solo per quello che la sua pubblicità non funziona più?

Una volta il “pubblicitario” era un personaggio importante, strategico. Andava a pranzo con l’imprenditore, discuteva di strategie, di obiettivi, si interessava ai prodotti, univa il suo intuito da comunicatore a quello da uomo d’affari. E allora nascevano grandi casi di successo. Perché oggi non è più così? Eh, non ci sono più i pubblicitari di una volta, pensa. O forse… O forse la colpa non è solo dei pubblicitari.
In effetti la sua azienda – come tante aziende, dalle piccole alle multinazionali – ha iniziato a non dare più valore alle idee, a scegliere le agenzie più economiche, a chiedere sempre di più, di fare sempre di più, invece che pensare sempre meglio. A trattare l’acquisto del pensiero come si comprano i tondini di ferro. L’imprenditore si rende conto di non sapere nemmeno quale sia l’agenzia con cui lavora, come non sa chi rifornisce la cancelleria. Perché ha tanti fornitori, a seconda delle necessità. Del resto fino a ieri ha chiesto lui di ottimizzare, di fare gare al ribasso per qualsiasi progetto. Senza sapere nemmeno bene cosa stavano chiedendo alle agenzie. Senza accorgersi che anche lui stava diventando ingranaggio di un circolo vizioso inarrestabile…

E intanto nelle agenzie di pubblicità, guidate dalla stessa paura e cecità, i talenti venivano messi alla porta, perché troppo costosi. Del resto: perché pagare un vero creativo quando basta un grafico, per quello che chiedono i clienti? Perché assumere persone (cioè costi fissi) se le aziende non firmano più contratti annuali o pluriennali, ma lavorano a progetto? Perché non cedere alla tentazione dello stagista usa e getta? E anche a quell’altra tentazione, quella di accettare un contratto iniquo e in perdita pur di non dover stare senza lavoro? Così le piccole agenzie resistono, svendono, rinunciano alla qualità finché possono. Pur di sopravvivere. Ma non sopravviveranno così.

E le grandi agenzie, quelle dei Network quotati in borsa, quelle con le spalle più larghe che potenzialmente possono guidare il mercato? Giocano con i numeri, fanno quadrare i conti come possono, licenziano il licenziabile e affidano il timone a gente di finanza invece che a talenti creativi o strategici. Perché hanno perso la bussola, e lasciano che guidino i numeri, non più le idee. Ma i numeri tornano per poco, se dietro non ci sono progetti veri e manager capaci di guardare oltre il bilancio di fine anno.

Per fortuna, un giorno il nostro imprenditore e un pubblicitario appassionato di idee si incontrano, pranzano insieme, si confrontano sulle reciproche difficoltà, i comuni errori e la simmetrica voglia di rinunciare al massacro della gara al ribasso (di costi e di qualità) e trovare altre vie d’uscita. Smettere di licenziare, rinunciare a imbrogliare, creare nuovo valore. Comportarsi da uomini d’affari, quali sono. Entrambi. Scoprono di condividere obiettivi e visioni. L’imprenditore porta il pubblicitario nella sua azienda, gliela racconta, gliela mostra nei suoi dettagli. Il pubblicitario pensa: sì, si può fare.

L’imprenditore firma un contratto di due anni con quell’agenzia, con obiettivi molto precisi relativi al rilancio della sua marca. Il pubblicitario si mette sotto, torna ad assumere i migliori creativi, i migliori planner, spende tempo a leggere ricerche di mercato, dati di consumo. Cerca intuizioni. Cerca idee. E alla fine le trova. Perché è il suo mestiere, la sua professionalità da sempre. Anche se arrugginita da anni di compromessi e prudenza.

Il lieto fine: l’imprenditore, dopo due anni, ha trovato l’opportunità nella crisi: quella di raccontare una storia diversa da quella che raccontano tutti gli altri suoi concorrenti. Ha dovuto addirittura cambiare qualcosa del suo prodotto, per renderlo più in linea con quello che chiedono i consumatori di oggi (che non sono quelli di vent’anni fa). Non ha solo fatto una nuova campagna pubblicitaria, ha utilizzato la creatività per ripensare la sua marca, il suo target, il suo packaging, le sue promozioni, i suoi investimenti in comunicazione. Ha scritto una nuova pagina per la sua azienda, grazie a nuove idee e al coraggio di investire il giusto tempo e denaro per trovare quelle giuste.

Ecco. Se il finale della storia fosse vero, sarebbe un inizio di qualcosa di cui, sono certo, abbiamo tutti estremamente bisogno.

Ho finito da poco di leggere “Storia della mia gente”, di Edoardo Nesi. Ve lo consiglio, anche se lì finisce male. Ve lo consiglio perché è un bel libro (anzi bellissimo) ma è anche uno stimolo a farsi venire idee. Quella della comunicazione è un’industria da 10 miliardi di euro all’anno, considerando tutti gli investimenti media. Tanta roba. E qui, per ora, non ci sono i cinesi. Il nemico della nostra industry sono la pigrizia, l’ignavia, l’abitudine e la paura. E la corsa disperata verso il fondo della botte, sia come qualità, sia come prezzi. Non siamo a Prato, come nel romanzo di Nesi. Noi possiamo ancora fare qualcosa.

P.S. Ne approfitto per un po’ di pubblicità letteraria, e vi consiglio:

- Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani

- Mark Tungate, Storia della pubblicità, Franco Angeli

- Emanuele Nenna, La coppia creativa sono in quattro, Fausto Lupetti Editore (sì, lo ammetto, è autopromozione, ma giuro che è molto attinente al tema!)

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  • spinotron

    Molto ben scritto…
    e malinconico, pure.

  • henrygale

    Due cose. Oltre a segnalare l’evidente refuso autoproduzione > autopromozione, invertirei nel secondo paragrafo gli “spettatori“ con i “consumatori“, che questi sì sono sempre più in difficoltà. Insomma, si può sognare quanto si vuole ma finché non circola denaro, non c’è campagna pubblicitaria che tenga. Ma condivido la speranza.

    • Emanuele Nenna

      Grazie Henrygale, refuso ora corretto.

      Sulla prima osservazione è verissimo che gli spettatori sono sempre meno consumatori (e questo è il vero dramma, perché c’è sempre meno circolazione di ricchezza), ma è altrettanto vero che -come diceva Bill Bernbacj- non puoi vendere niente a qualcuno che non ti ascolta. Quindi anche il fatto che le persone siano meno disposte a starsene in plotrona ad ascoltare i “consigli per gli acquisti” per noi pubblicitari è un problema con cui fare i conti, e a cui trovare soluzioni.

  • http://vietatocosare.blogspot.com/ stefano

    Emanuele,

    come tanti pubblicitari italiani (lo ero anch’io, ora sono un pubblicitario straniero) confondi la causa con l’effetto. Le aziende hanno smesso di dare valore alle idee perche’ si sono trovate davanti idee meno in grado di spiegare il proprio valore. Quando i mercati si sono fatti piu’ competitivi (gia’ dagli anni ’80), i prodotti piu’ complessi e le strategie piu’ difficili, i pubblicitari non sono stati in grado di fare il salto di qualita’, cercando di capire come funzionasse quella complessita’ e di adeguare le proprie risposte, ma si sono rifugiati nel campare di rendita, vendendo sostanzialmente le stesse idee con l’argomento che “devi investire sulla creativita’, e questa idea e’ creativa perche’ l’ho fatta io che sono creativo”.
    Con quest’atteggiamento e’ piu’ difficile andare a pranzo con un imprenditore che nel frattempo deve costruire una piattaforma logistica globale, rinegoziare i propri finanziamenti e preoccuparsi dei concorrenti stranieri.
    I manager che vengono dalla finanza hanno fatto tanti danni, ma non puoi imputare loro la debolezza creativa e occupazionale delle agenzie italiane, perche’ all’estero hanno manager della stessa provenienza, e producono idee e stipendi migliori.

    • Emanuele Nenna

      Buongiorno Stefano.

      Non è mia intenzione addossare le colpe alle aziende invece che alle agenzie. E non sono certo di chi “abbia iniziato”. Ma mi pare che oggi davvero siamo in un circolo vizioso da interrompere. Nulla contro i manager della finanza, ma molto contro la latitanza di creativi/strateghi illuminati, capaci di interrompere questa orribile coazione a ripetere. Ma ripeto, non cerco qualcuno contro cui puntare il dito. Penso però che varrebbe la pena che le agenzie smettessero di lagnarsi e tornassero a credere nelle idee, e che le aziende abbandonassero i lor pregiudizi e la logica del “tagliare per ridurre i rischi”. Oggi un grande manager (o imprenditore) italiano forse non ha voglia di andare a pranzo con un pubblicitario. Anche se è colpa dei pubblicitari, che si sono intristiti e rintanati nel ruolo di fornitori, penso che per interrompere la catena quel pranzo s’abbia da fare.
      E poi, una provocazione: perché hai lasciato l’Italia? Se è vero che la colpa è dell’assenza di idee, e non del contesto che non le valorizza, perché un buon pubblicitario se ne va all’estero invece di andare a pranzo con chi può apprezzarne il valore qui da noi?

  • gianlucagualtieri

    Caro Emanuele, aggiungo alla tua lettera…
    Secondo GroupM (This Year, Next year – Worldwide media and marketing forecast – Winter 2011 edition) mediamente le spese per l’acquisto degli spazi media in Europa sono circa il 50% del totale (che nel loro report include PR, Market Research, Direct & Specialist, Sponsorship). Quindi, è verosimile ritenere che in Italia le spese in comunicazione siano BEN oltre i 20 miliardi di euro.

  • http://vietatocosare.blogspot.com/ stefano

    Emanuele,

    se dici che la palla sta nel campo dei pubblicitari, e che devono inventarsi un sistema di gioco nuovo per convincere i clienti che sono pronti per tornare in Champions League, siamo d’accordo.
    Personalmente, ho lasciato l’Italia per motivi che non avevano direttamente a che fare con il lavoro: ero stufo di svegliarmi ogni mattina e trovare un motivo in piu’ per vergognarmi del mio Paese. Detto questo, un’Italia conservatrice e che ha paura della propria ombra non sara’ mai un buon posto per un pubblicitario, ma cambiare la cultura nazionale non basterebbe: per le multinazionali l’Italia ormai non puo’ che essere una provincia, e sono loro a fare il grosso del mercato pubblicitario mondiale, sia in termini di soldi sia di talento e innovazione.
    Se vogliamo essere ottimisti possiamo immaginare che in Italia nascano una o magari anche due agenzie creative indipendenti di respiro globale (tipo Sid Lee in Canada o 180 dei tempi), ma non credo si possa andare oltre.

  • http://giaimeddu.wordpress.com/ giaimeddu

    Ottimo spunto di riflessione. Io convivo con una pubblicitaria e, da quel che mi racconta sul suo lavoro, si riscontrano tutte le pecche che sono evidenziate negli articoli. Si preferisce il taglio dei costi al talento e le persone che hanno idee e voglia scappano dall’agenzia (sede italiana di una delle più grandi agenzie del mondo).