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	<title>Simone Comi</title>
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	<description>Analista di relazioni internazionali e geopolitica</description>
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		<title>Niall Ferguson &#8211; The six killer apps of prosperity</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:00:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Why the West, and less so the rest? Niall Ferguson for TED &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Why the West, and less so the rest?</p>
<p><span id="more-46"></span></p>
<p><a href="http://www.ted.com/talks/niall_ferguson_the_6_killer_apps_of_prosperity.html">Niall Ferguson for TED</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;ascesa della Cina</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 10:09:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un interessante intervento di Martin Jacques, columnist del Guardian, che spiega quali sono i tre elementi di base per poter capire cos&#8217;è attualmente la Cina e cosa sarà nel prossimo futuro.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un interessante intervento di Martin Jacques, columnist del Guardian, che spiega quali sono i tre elementi di base per poter capire cos&#8217;è attualmente la Cina e cosa sarà nel prossimo futuro.</p>
<p><span id="more-39"></span></p>
<p><!--copy and paste--><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="446" height="326" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="bgColor" value="#ffffff" /><param name="flashvars" value="vu=http://video.ted.com/talks/dynamic/MartinJacques_2010S-medium.flv&amp;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/MartinJacques-2010S.embed_thumbnail.jpg&amp;vw=432&amp;vh=240&amp;ap=0&amp;ti=1059&amp;introDuration=15330&amp;adDuration=4000&amp;postAdDuration=830&amp;adKeys=talk=martin_jacques_understanding_the_rise_of_china;year=2010;theme=bold_predictions_stern_warnings;theme=not_business_as_usual;theme=new_on_ted_com;event=TEDSalon+London+2010;&amp;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;" /><param name="src" value="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf" /><param name="bgcolor" value="#ffffff" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="446" height="326" src="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf" wmode="transparent" bgcolor="#ffffff" allowfullscreen="true" flashvars="vu=http://video.ted.com/talks/dynamic/MartinJacques_2010S-medium.flv&amp;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/MartinJacques-2010S.embed_thumbnail.jpg&amp;vw=432&amp;vh=240&amp;ap=0&amp;ti=1059&amp;introDuration=15330&amp;adDuration=4000&amp;postAdDuration=830&amp;adKeys=talk=martin_jacques_understanding_the_rise_of_china;year=2010;theme=bold_predictions_stern_warnings;theme=not_business_as_usual;theme=new_on_ted_com;event=TEDSalon+London+2010;&amp;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
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		<title>L&#8217;Egitto visto da Washington e Gerusalemme</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 03:06:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La caotica situazione in Egitto preoccupa non poco Stati Uniti ed Israele. I governi dei due paesi seguono con una certa apprensione le vicende egiziane, cercando al contempo di favorire una transizione pacifica che possa allontanare l’incubo peggiore: lo stravolgimento &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonecomi/2011/02/03/la-fine-del-regno-di-mubarak-%e2%80%93-parte-seconda/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La caotica situazione in Egitto preoccupa non poco Stati Uniti ed Israele. I governi dei due paesi seguono con una certa apprensione le vicende egiziane, cercando al contempo di favorire una transizione pacifica che possa allontanare l’incubo peggiore: lo stravolgimento dei già fragili equilibri in Medio Oriente.</p>
<p><span id="more-31"></span></p>
<p>Il timore a Washington e Gerusalemme è che la crisi egiziana porti allo stravolgimento degli equilibri politici interni e, di conseguenza, ad un riallineamento del paese rispetto alle questioni di politica estera nella regione mediorientale. In questo senso, le parole di Boutros Ghali sono risuonate come un sinistro avvertimento. Secondo l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite i Fratelli Musulmani starebbero cercando di creare le condizioni propizie per trasformare l’Egitto in uno Stato fondamentalista islamico. Ghali si è detto inoltre convinto che El Baradei non sia l’uomo giusto per guidare il paese in una fase così turbolenta della sua storia. Sebbene la probabilità che l’Egitto si trasformi in uno Stato fondamentalista sia piuttosto remota, sono in molti a sostenere che i Fratelli Musulmani abbiano fomentato, e continuino ad aizzare, le folle di manifestanti. Washington e Gerusalemme cercano da giorni di ridurre al minimo il rischio che questa eventualità possa trasformarsi in qualcosa di più concreto, cercando al contempo di mantenere posizioni equilibrate in modo da evitare possibili accuse di interferenza nella politica interna egiziana.<br />
La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato statunitense hanno chiesto informalmente a Mubarak di farsi da parte, anche se le dichiarazioni di Barack Obama sembrano essere caratterizzate da una certa esitazione. Il presidente statunitense ha dapprima consigliato a Mubarak di ascoltare le richieste del popolo per poi chiedergli di fare spazio ad un processo di riforma capace di portare a libere elezioni in settembre per eleggere un nuovo leader. Una fase di transizione politica che dovrebbe portare al potere, questo è l’auspicio della Casa Bianca, Omar Suleiman.  Non a caso, nelle ultime ore Hillary Clinton ha contatto l’attuale vicepremier egiziano confermandogli che l’esecutivo statunitense appoggerà una rapida apertura della fase di transizione. La sensazione è che a Washington si stia navigando a vista, in attesa di capire quale sarà l’evolversi della situazione.  Come detto, la Casa Bianca sembra comunque aver deciso di mantenere una certa distanza dagli eventi in modo da scongiurare l’eventualità che la situazione nel paese nordafricano possa degenerare fino a diventare simile a quella dell’Iran nel 1979. Anche l’esecutivo israeliano è parso preoccupato da quella che molti definiscono come una possibile deriva islamista. Nel corso di una conferenza stampa, Benjamin Netanyahu ha ribadito di temere rapidi ribaltamenti della situazione, che potrebbero portare ad un regime repressivo di stampo islamista. La fine del regno di Mubarak sembra invece aver unito, almeno al momento, i due fronti politici palestinesi. Hamas e Fatah, il cui leader Abu Mazen vedeva in Mubarak un alleato in seno alla Lega Araba, auspicano infatti che possano fermarsi al più presto le violenze in Egitto. Le preoccupazioni dei palestinesi sono certamente dettate da considerazioni di tipo economico, un crollo dell’economia egiziana potrebbe avere infatti ripercussioni immediate sulla Striscia di Gaza. Dietro alle ansie di Stati Uniti ed Israele ci sono valutazioni di tipo economico ma ancor più geopolitico. Da un lato, i mercati internazionali sembrano risentire dell’incertezza rispetto a quello che sarà il futuro dei circa 2 milioni di barili di petrolio che transitano ogni giorno dal Canale di Suez e del milione di barili che passa per l’oleodotto di Alessandria. Sul versante geopolitico, invece, i due governi temono che il paese possa ridefinire le proprie posizioni in politica estera rispetto ad alcune questioni regionali di prima importanza. Finora l’Egitto ha collaborato attivamente con Israele per fermare i traffici di armi e merci illegali verso la Striscia di Gaza, un allentamento dei controlli potrebbe portare a nuovi scontri e ad un riacutizzarsi del conflitto israelo-palestinese. Senza contare che Israele potrebbe trovarsi a confinare con uno stato fondamentalista islamico, una potenza regionale a livello militare oltre che economico.</p>
<p>Washington e Gerusalemme cercheranno, con ogni probabilità, di accelerare il più possibile l’apertura della transizione, così da poter eliminare molte incognite e sostenere Suleiman nella corsa alla presidenza nel prossimo settembre. Al momento entrambi gli esecutivi stanno aspettando di capire come si evolverà la situazione prima di schierarsi apertamente e l’indecisione fin qui mostrata degli alti gradi dell’esercito egiziano sembra essere uno degli elementi che ancora frenano le due leadership. La sensazione è che, rispetto alla situazione in Egitto, a Washington e Gerusalemme stia prendendo piede il vecchio adagio gattopardiano per cui “se vogliamo che la situazione rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.</p>
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		<title>Diventa importante Suleiman</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 03:02:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’incertezza prosegue in Egitto. Le tensioni degli ultimi giorni non sembrano essersi placate e la rabbia serpeggia ancora nelle strade delle maggiori città. Dal Cairo fino ad Alessandria i manifestanti continuano a scendere in piazza e l’unico punto fermo di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonecomi/2011/02/03/la-fine-del-regno-di-mubarak-%e2%80%93-parte-prima/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’incertezza prosegue in Egitto. Le tensioni degli ultimi giorni non sembrano essersi placate e la rabbia serpeggia ancora nelle strade delle maggiori città. Dal Cairo fino ad Alessandria i manifestanti continuano a scendere in piazza e l’unico punto fermo di questa situazione instabile sembra essere la volontà del popolo. Lo slogan che riecheggia ormai in tutto il paese è uno solo: vattene, vattene Hosni Mubarak.</p>
<p><span id="more-28"></span></p>
<p>Legittima o meno, la richiesta del popolo egiziano potrebbe scompaginare l’orizzonte politico di un paese geopoliticamente fondamentale per tutta la regione mediorientale. Governato per circa trent’anni da un Maresciallo dell’Aria divenuto prima vicepresidente e nominato presidente dopo la morte di Anwar al-Sadat, l’Egitto è divenuto una polveriera pronta ad esplodere a causa della precaria situazione economica e dell’insofferenza nei confronti di un regime fattosi sempre più autoritario nel corso degli anni. Opposizioni ridotte quasi al silenzio ed elezioni falsate da brogli, un Presidente poco incline alle riforme e sempre meno capace di gestire una situazione di difficoltà divenuta insostenibile. Questi i preamboli di una rivolta scoppiata dopo anni di tensione, sull’onda di quanto successo in Tunisia ed Algeria. Una crisi che rischia di rompere equilibri delicati. Mubarak non ha tradito le attese degli analisti e le promesse di riforme hanno seguito praticamente in parallelo l’innalzamento del livello di tensione nelle strade. L’ultimo, debole, tentativo del faraone di Kafr el-Musilha di restare al potere nonostante uno stato di salute sempre più precario. Prima di dichiararsi sconfitto e di annunciare l’uscita dalla scena politica nel prossimo settembre, non candidandosi alle prossime elezioni, il Presidente egiziano ha tentato ogni mossa possibile, passando dalla promessa di nuove riforme fino ad un rimpasto che potrebbe rivelarsi fondamentale per i futuri equilibri del paese. Nel giro di poche ore, Mubarak ha nominato un nuovo vice presidente, Omar Suleiman, premier, Ahmed Shafiq,ministro delle Finanze, Samir Radwan, della Sanità e dell’Interno, Mahmoud Wagdy: come detto, dalle nuove nomine potrebbe uscire il prossimo presidente egiziano.</p>
<p>Le tensioni degli ultimi giorni non sembrano comunque essersi placate e la rabbia serpeggia ancora nelle strade delle maggiori città. I manifestanti scesi in piazza sono centinaia di migliaia, forse addirittura milioni, guidati da un’unica volontà: cacciare Mubarak. Rispetto a quello che dovrebbe essere solo primo degli obiettivi dei manifestanti, chiarezza assoluta. Resta però da affrontare una questione complessa il cui nocciolo è un’unica, fondamentale, domanda. Quesito a cui nessuno, neanche i cosiddetti leader del fronte delle opposizioni, ha saputo finora dare una risposta certa, concreta: quali sono gli obiettivi politici che i cortei oceanici e la miriade di gruppi d’opposizione vogliono raggiungere? Al momento sembrano essere vaghi. Ancor meno definiti, al contempo, i mezzi. Per negoziare, hanno posto cinque condizioni: Mubarak deve lasciare la presidenza, dovrà essere creato un governo di unità nazionale per riformare la Costituzione, sciogliere il Parlamento ed indire nuove elezioni. La realtà è che, al momento, non sembra esserci nessuno in grado di proporre una reale alternativa dopo che si sarà conclusa la fase di transizione. Alcuni si astengono dal fare dichiarazioni in merito per puro calcolo politico, mentre altri stanno semplicemente concentrando tutti gli sforzi nel tentativo di raggiungere il primo obiettivo. Del primo gruppo fanno parte i Fratelli Musulmani, che hanno mantenuto un basso profilo in attesa di capire quale sarà il corso degli eventi. Finora hanno sostenuto Mohammed El Baradei, perché sembra essere il candidato ideale dietro a cui nascondere le reali intenzioni per il futuro. L’ex direttore generale dell’AIEA è infatti ben visto nel mondo occidentale e dagli alleati dell’Egitto, senza dimenticare che a livello politico non sembra godere dell’appoggio di alcuno dei partiti laici e d’opposizione. El Baradei sembra essere il candidato ideale al ruolo di parafulmini per i Fratelli Musulmani, in un momento in cui tutti guardano alla situazione egiziana con una certa apprensione. Senza dimenticare che sarebbe facilmente scaricabile in caso di prossime elezioni. Del secondo gruppo fanno invece parte i principali partiti all’opposizione, come il Wafd o il nuovo Al Ghad, e l’associazione Kifaya, ingessati da anni di lotta politica sterile o semplice espressione della società civile.</p>
<p>Da un’analisi dell’attuale situazione sembra quindi emergere un’indicazione precisa per il prossimo futuro: ci sono tutti gli elementi per poter pensare che sarà Omar Suleiman a guidare il paese dopo che Mubarak avrà lasciato la carica. Ex capo dei servizi segreti gradito a buona parte dell’opinione pubblica, perché considerato lontano dai corrotti centri del potere, il nuovo vicepresidente gode al contempo del sostegno delle Forze Armate e dell’intelligence. Senza contare che alcuni potenti amici dell’Egitto, leggasi Stati Uniti ed Israele, sarebbero pronti ad appoggiarlo senza riserve pur di sventare il pericolo di un improbabile, ma assai temuto, colpo di mano da parte dei Fratelli Musulmani. Nel caso in cui il periodo di transizione venisse gestito direttamente da Mubarak, Suleiman potrebbe preparare la successione con la dovuta calma e stringere alleanze importanti all’interno del Partito Democratico Nazionale in vista delle prossime elezioni. L’attuale premier, ex comandante dell’aeronautica, e il ministro dell’Interno, rispettato anche da coloro che chiedono le immediate dimissioni del presidente, dovrebbero continuare a far parte dell’esecutivo anche dopo il passaggio di consegne, garantendo così il sostegno delle Forze Armate e degli apparati di sicurezza al futuro governo. Sebbene questo sia da ritenersi come lo scenario più probabile, resta da verificare quale sarà la reazione del popolo. La situazione rischia infatti di precipitare, nuovi scontri di piazza e pressioni internazionali potrebbero portare Mubarak a decidere di abbandonare subito la presidenza, aprendo così una nuova, quanto imprevedibile, fase della storia del paese dei faraoni.</p>
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		<title>Joseph Nye sulla transizione del potere nell&#8217;arena internazionale</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 14:14:08 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>In questo interessante intervento, Joseph Nye discute della transizione di potere tra attori del sistema internazionale. Il professore di Relazioni Internazionali della Kennedy School of Government di Harvard definisce inoltre il concetto di <em>smart power</em>, strategie che prevedono il giusto mix di <em>hard power</em>, il potere militare ed economico, e <em>soft power</em>, definito come “la capacità di una leadership politica di persuadere, convincere ed attrarre tramite risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni della politica”.</p>
<p><span id="more-22"></span></p>
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<p>Nye presenta questo tipo di strategie “intelligenti” come uno degli strumenti per poter gestire le implicazioni che avrà l’ascesa della Cina al rango di superpotenza, evento che potrebbe generare paure e scatenare reazioni sproporzionate da parte degli Stati Uniti. L’analisi di Nye contiene comunque una buona notizia: l’amministrazione Obama, come emerso dalle dichiarazioni di Hillary Clinton, ha intenzione fare dello “smart power” la strategia principale della politica estera statunitense. Se questo fosse vero, potremmo trovarci di fronte, nel prossimo futuro, ad una nuova, in parte inedita, narrazione del potere.</p>
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		<title>Prove tecniche di Guerra Fredda</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 13:29:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La visita del presidente cinese Hu Jintao negli Stati Uniti è iniziata, almeno per la Casa Bianca, con le peggiori premesse possibili. Rispondendo ad un’intervista proposta dal Washington Post e dal Wall Street Journal, il presidente cinese si è detto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonecomi/2011/01/19/prove-tecniche-di-guerra-fredda/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La visita del presidente cinese Hu Jintao negli Stati Uniti è iniziata, almeno per la Casa Bianca, con le peggiori premesse possibili. Rispondendo ad un’intervista proposta dal Washington Post e dal Wall Street Journal, il presidente cinese si è detto infatti convinto che il sistema basato sul dollaro sia “un prodotto del passato”, lasciando intravedere, quindi, un futuro ormai prossimo in cui sarà un’altra moneta a divenire la valuta centrale del sistema monetario internazionale. Un monito che alle orecchie di molti funzionari del governo statunitense dev’essere suonato come una minaccia nemmeno troppo velata. <span id="more-10"></span></p>
<p>La Cina ha superato gli Stati Uniti nella quota dell’export mondiale, sul fronte finanziario i fondi sovrani cinesi dettano legge a Wall Street e gli ambasciatori del governo di Pechino hanno intessuto una rete di rapporti diplomatici ed economici capace di sostenere gli interessi del paese asiatico in ogni parte del globo. Senza dimenticare che l’esecutivo cinese sembra avere tra gli obiettivi il voler colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti nel settore della Difesa. Difficile quindi pensare che a Washington le parole di Hu Jintao non destino preoccupazione, la leadership cinese conosce bene la posizione della Casa Bianca rispetto alla possibilità di creare una nuova valuta che diventi il punto di riferimento dell’economia internazionale. Già nel 2009, infatti, il governatore della Banca Centrale cinese Zhou Xiaochuan si fece promotore di una proposta che andava in tal senso, prontamente bocciata da Washington e rimasta null’altro che un’idea. Per questo le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni potrebbero essere interpretate come una sfida alla volontà statunitense di mantenere lo <em>status quo</em>, con il dollaro nel ruolo di valuta principale negli scambi internazionali. Hu Jintao sembra inoltre aver lasciato intendere che, nel lungo periodo, potrebbe essere lo yuan a sostituire il dollaro, anche se un’eventualità di questo tipo è al momento da ritenersi come altamente improbabile sia dal punto di vista economico che da quello politico.</p>
<p>Sebbene il presidente cinese abbia più volte confermato che Pechino auspica un’evoluzione pacifica dei suoi rapporti con il resto della comunità internazionale, la sensazione è che il gigante asiatico stia tentando di sfruttare ogni circostanza possibile per mettere in discussione quello che ritiene essere l’unico ostacolo credibile verso il raggiungimento dello status di superpotenza. Si dovranno probabilmente ricredere gli osservatori che sostenevano la possibilità di veder nascere un “G2” capace di guidare la comunità internazionale ad una situazione di sostanziale equilibrio. Nel novembre del 2009 mi fu chiesto di commentare questa possibilità e la lettura che ne diedi penso sia ancora valida.</p>
<p><em>“Washington e Pechino sono economicamente interdipendenti e complementari e questo legame dovrebbe rivelarsi indissolubile almeno per tutto il prossimo decennio. Quella che sembrava essere solo un’ ipotesi fino a pochi anni fa è ormai realtà, con dati economici e l’atteggiamento dei due governi a conferma di quanto molti analisti, finanziari e non, sostengono da tempo.</em></p>
<p><em>Differente è però considerare Stati Uniti e Cina come i paesi che guideranno a livello politico i consessi internazionali e un’arena che sembra farsi sempre più anarchica. Sebbene l’economia globale possa essere un denominatore comune abbastanza solido su cui poter poggiare un’intesa di massima tra i due governi,  questa potrà portare, nella migliore delle ipotesi, a decisioni condivise sulla direzione da dare alla crescita ed allo sviluppo. Il rischio maggiore è però che le due leadership si trovino ben presto a scontrarsi: differenze culturali, sociali e valoriali profonde separano infatti le due sponde del Pacifico. Difficilmente gli Stati Uniti e la Cina riusciranno a trovare nei prossimi anni una visione condivisa del futuro, elemento fondamentale se ci si propone di guidare insieme un sistema complesso come quello internazionale. Per questo è probabile che quello che viene da molti definito come il prossimo governo mondiale non resti in realtà null’altro che un duopolio economico, circoscritto a settori ben precisi e non in grado di determinare grandi mutamenti né per quanto riguarda la struttura del sistema internazionale né su questioni di minor impatto ma ugualmente importanti.</em></p>
<p><em>Fin dal giorno del suo insediamento Barack Obama sta cercando di gestire il ridimensionamento della leadership statunitense, corrosa da un decennio di scelte ideologiche in campo internazionale e da una presidenza per nulla incline ad ascoltare i consigli degli alleati o le parole di coloro che venivano definiti, a volte un po’ semplicisticamente, nemici. Negli Stati Uniti sono in molti a chiedersi se Obama non abbia concesso fin troppo, nella forma diplomatica e nell’approccio, a quello che viene considerato il primo concorrente globale anche sul piano politico. La Cina è ancora dipinta a Washington, ma non solo, come una versione economicamente riveduta e corretta dell’Unione Sovietica, sovrapposizione rischiosa che è rimasta probabilmente davanti agli occhi dell’opinione pubblica statunitense per almeno un decennio.”</em></p>
<p>L’incapacità delle due leadership di trovare posizioni condivise su temi rilevanti per la comunità internazionale intera, come possono essere la proliferazione nucleare, l’energia e l’ambiente, sembra essere al momento l’ostacolo maggiore verso futuri rapporti pacifici tra Stati Uniti e Cina. Se è assurdo pensare ad un confronto militare tra i due paesi, non si può escludere a priori la possibilità che giunga ad instaurarsi un nuovo equilibrio bipolare nel sistema internazionale.<br />
In questo senso, quello che stiamo vivendo potrebbe essere un periodo caratterizzato da “prove tecniche di Guerra Fredda”, preludio ad una situazione di forte contrapposizione tra grandi potenze, realtà che gli Stati Uniti e la Cina hanno già vissuto, in maniera del tutto diversa seppur accomunati dall’avere lo stesso <em>competitor</em>, nel secolo scorso.</p>
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