La caotica situazione in Egitto preoccupa non poco Stati Uniti ed Israele. I governi dei due paesi seguono con una certa apprensione le vicende egiziane, cercando al contempo di favorire una transizione pacifica che possa allontanare l’incubo peggiore: lo stravolgimento dei già fragili equilibri in Medio Oriente.
Il timore a Washington e Gerusalemme è che la crisi egiziana porti allo stravolgimento degli equilibri politici interni e, di conseguenza, ad un riallineamento del paese rispetto alle questioni di politica estera nella regione mediorientale. In questo senso, le parole di Boutros Ghali sono risuonate come un sinistro avvertimento. Secondo l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite i Fratelli Musulmani starebbero cercando di creare le condizioni propizie per trasformare l’Egitto in uno Stato fondamentalista islamico. Ghali si è detto inoltre convinto che El Baradei non sia l’uomo giusto per guidare il paese in una fase così turbolenta della sua storia. Sebbene la probabilità che l’Egitto si trasformi in uno Stato fondamentalista sia piuttosto remota, sono in molti a sostenere che i Fratelli Musulmani abbiano fomentato, e continuino ad aizzare, le folle di manifestanti. Washington e Gerusalemme cercano da giorni di ridurre al minimo il rischio che questa eventualità possa trasformarsi in qualcosa di più concreto, cercando al contempo di mantenere posizioni equilibrate in modo da evitare possibili accuse di interferenza nella politica interna egiziana.
La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato statunitense hanno chiesto informalmente a Mubarak di farsi da parte, anche se le dichiarazioni di Barack Obama sembrano essere caratterizzate da una certa esitazione. Il presidente statunitense ha dapprima consigliato a Mubarak di ascoltare le richieste del popolo per poi chiedergli di fare spazio ad un processo di riforma capace di portare a libere elezioni in settembre per eleggere un nuovo leader. Una fase di transizione politica che dovrebbe portare al potere, questo è l’auspicio della Casa Bianca, Omar Suleiman. Non a caso, nelle ultime ore Hillary Clinton ha contatto l’attuale vicepremier egiziano confermandogli che l’esecutivo statunitense appoggerà una rapida apertura della fase di transizione. La sensazione è che a Washington si stia navigando a vista, in attesa di capire quale sarà l’evolversi della situazione. Come detto, la Casa Bianca sembra comunque aver deciso di mantenere una certa distanza dagli eventi in modo da scongiurare l’eventualità che la situazione nel paese nordafricano possa degenerare fino a diventare simile a quella dell’Iran nel 1979. Anche l’esecutivo israeliano è parso preoccupato da quella che molti definiscono come una possibile deriva islamista. Nel corso di una conferenza stampa, Benjamin Netanyahu ha ribadito di temere rapidi ribaltamenti della situazione, che potrebbero portare ad un regime repressivo di stampo islamista. La fine del regno di Mubarak sembra invece aver unito, almeno al momento, i due fronti politici palestinesi. Hamas e Fatah, il cui leader Abu Mazen vedeva in Mubarak un alleato in seno alla Lega Araba, auspicano infatti che possano fermarsi al più presto le violenze in Egitto. Le preoccupazioni dei palestinesi sono certamente dettate da considerazioni di tipo economico, un crollo dell’economia egiziana potrebbe avere infatti ripercussioni immediate sulla Striscia di Gaza. Dietro alle ansie di Stati Uniti ed Israele ci sono valutazioni di tipo economico ma ancor più geopolitico. Da un lato, i mercati internazionali sembrano risentire dell’incertezza rispetto a quello che sarà il futuro dei circa 2 milioni di barili di petrolio che transitano ogni giorno dal Canale di Suez e del milione di barili che passa per l’oleodotto di Alessandria. Sul versante geopolitico, invece, i due governi temono che il paese possa ridefinire le proprie posizioni in politica estera rispetto ad alcune questioni regionali di prima importanza. Finora l’Egitto ha collaborato attivamente con Israele per fermare i traffici di armi e merci illegali verso la Striscia di Gaza, un allentamento dei controlli potrebbe portare a nuovi scontri e ad un riacutizzarsi del conflitto israelo-palestinese. Senza contare che Israele potrebbe trovarsi a confinare con uno stato fondamentalista islamico, una potenza regionale a livello militare oltre che economico.
Washington e Gerusalemme cercheranno, con ogni probabilità, di accelerare il più possibile l’apertura della transizione, così da poter eliminare molte incognite e sostenere Suleiman nella corsa alla presidenza nel prossimo settembre. Al momento entrambi gli esecutivi stanno aspettando di capire come si evolverà la situazione prima di schierarsi apertamente e l’indecisione fin qui mostrata degli alti gradi dell’esercito egiziano sembra essere uno degli elementi che ancora frenano le due leadership. La sensazione è che, rispetto alla situazione in Egitto, a Washington e Gerusalemme stia prendendo piede il vecchio adagio gattopardiano per cui “se vogliamo che la situazione rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.



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