Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Diventa importante Suleiman

3 febbraio 2011

L’incertezza prosegue in Egitto. Le tensioni degli ultimi giorni non sembrano essersi placate e la rabbia serpeggia ancora nelle strade delle maggiori città. Dal Cairo fino ad Alessandria i manifestanti continuano a scendere in piazza e l’unico punto fermo di questa situazione instabile sembra essere la volontà del popolo. Lo slogan che riecheggia ormai in tutto il paese è uno solo: vattene, vattene Hosni Mubarak.

Legittima o meno, la richiesta del popolo egiziano potrebbe scompaginare l’orizzonte politico di un paese geopoliticamente fondamentale per tutta la regione mediorientale. Governato per circa trent’anni da un Maresciallo dell’Aria divenuto prima vicepresidente e nominato presidente dopo la morte di Anwar al-Sadat, l’Egitto è divenuto una polveriera pronta ad esplodere a causa della precaria situazione economica e dell’insofferenza nei confronti di un regime fattosi sempre più autoritario nel corso degli anni. Opposizioni ridotte quasi al silenzio ed elezioni falsate da brogli, un Presidente poco incline alle riforme e sempre meno capace di gestire una situazione di difficoltà divenuta insostenibile. Questi i preamboli di una rivolta scoppiata dopo anni di tensione, sull’onda di quanto successo in Tunisia ed Algeria. Una crisi che rischia di rompere equilibri delicati. Mubarak non ha tradito le attese degli analisti e le promesse di riforme hanno seguito praticamente in parallelo l’innalzamento del livello di tensione nelle strade. L’ultimo, debole, tentativo del faraone di Kafr el-Musilha di restare al potere nonostante uno stato di salute sempre più precario. Prima di dichiararsi sconfitto e di annunciare l’uscita dalla scena politica nel prossimo settembre, non candidandosi alle prossime elezioni, il Presidente egiziano ha tentato ogni mossa possibile, passando dalla promessa di nuove riforme fino ad un rimpasto che potrebbe rivelarsi fondamentale per i futuri equilibri del paese. Nel giro di poche ore, Mubarak ha nominato un nuovo vice presidente, Omar Suleiman, premier, Ahmed Shafiq,ministro delle Finanze, Samir Radwan, della Sanità e dell’Interno, Mahmoud Wagdy: come detto, dalle nuove nomine potrebbe uscire il prossimo presidente egiziano.

Le tensioni degli ultimi giorni non sembrano comunque essersi placate e la rabbia serpeggia ancora nelle strade delle maggiori città. I manifestanti scesi in piazza sono centinaia di migliaia, forse addirittura milioni, guidati da un’unica volontà: cacciare Mubarak. Rispetto a quello che dovrebbe essere solo primo degli obiettivi dei manifestanti, chiarezza assoluta. Resta però da affrontare una questione complessa il cui nocciolo è un’unica, fondamentale, domanda. Quesito a cui nessuno, neanche i cosiddetti leader del fronte delle opposizioni, ha saputo finora dare una risposta certa, concreta: quali sono gli obiettivi politici che i cortei oceanici e la miriade di gruppi d’opposizione vogliono raggiungere? Al momento sembrano essere vaghi. Ancor meno definiti, al contempo, i mezzi. Per negoziare, hanno posto cinque condizioni: Mubarak deve lasciare la presidenza, dovrà essere creato un governo di unità nazionale per riformare la Costituzione, sciogliere il Parlamento ed indire nuove elezioni. La realtà è che, al momento, non sembra esserci nessuno in grado di proporre una reale alternativa dopo che si sarà conclusa la fase di transizione. Alcuni si astengono dal fare dichiarazioni in merito per puro calcolo politico, mentre altri stanno semplicemente concentrando tutti gli sforzi nel tentativo di raggiungere il primo obiettivo. Del primo gruppo fanno parte i Fratelli Musulmani, che hanno mantenuto un basso profilo in attesa di capire quale sarà il corso degli eventi. Finora hanno sostenuto Mohammed El Baradei, perché sembra essere il candidato ideale dietro a cui nascondere le reali intenzioni per il futuro. L’ex direttore generale dell’AIEA è infatti ben visto nel mondo occidentale e dagli alleati dell’Egitto, senza dimenticare che a livello politico non sembra godere dell’appoggio di alcuno dei partiti laici e d’opposizione. El Baradei sembra essere il candidato ideale al ruolo di parafulmini per i Fratelli Musulmani, in un momento in cui tutti guardano alla situazione egiziana con una certa apprensione. Senza dimenticare che sarebbe facilmente scaricabile in caso di prossime elezioni. Del secondo gruppo fanno invece parte i principali partiti all’opposizione, come il Wafd o il nuovo Al Ghad, e l’associazione Kifaya, ingessati da anni di lotta politica sterile o semplice espressione della società civile.

Da un’analisi dell’attuale situazione sembra quindi emergere un’indicazione precisa per il prossimo futuro: ci sono tutti gli elementi per poter pensare che sarà Omar Suleiman a guidare il paese dopo che Mubarak avrà lasciato la carica. Ex capo dei servizi segreti gradito a buona parte dell’opinione pubblica, perché considerato lontano dai corrotti centri del potere, il nuovo vicepresidente gode al contempo del sostegno delle Forze Armate e dell’intelligence. Senza contare che alcuni potenti amici dell’Egitto, leggasi Stati Uniti ed Israele, sarebbero pronti ad appoggiarlo senza riserve pur di sventare il pericolo di un improbabile, ma assai temuto, colpo di mano da parte dei Fratelli Musulmani. Nel caso in cui il periodo di transizione venisse gestito direttamente da Mubarak, Suleiman potrebbe preparare la successione con la dovuta calma e stringere alleanze importanti all’interno del Partito Democratico Nazionale in vista delle prossime elezioni. L’attuale premier, ex comandante dell’aeronautica, e il ministro dell’Interno, rispettato anche da coloro che chiedono le immediate dimissioni del presidente, dovrebbero continuare a far parte dell’esecutivo anche dopo il passaggio di consegne, garantendo così il sostegno delle Forze Armate e degli apparati di sicurezza al futuro governo. Sebbene questo sia da ritenersi come lo scenario più probabile, resta da verificare quale sarà la reazione del popolo. La situazione rischia infatti di precipitare, nuovi scontri di piazza e pressioni internazionali potrebbero portare Mubarak a decidere di abbandonare subito la presidenza, aprendo così una nuova, quanto imprevedibile, fase della storia del paese dei faraoni.

TAG: , , ,
  • http://imelon.wordpress.com/ melone

    Omar Suleiman non è vice-premier, bensì vice-presidente. E’, cioé, il numero due di Mubarak, non del premier Ahmed Shafiq.

    Omar Suleiman non gode del sostegno dell’intelligence egiziana, bensì ne è stato il capo finché Mubarak non l’ha nominato suo vice. E non è nemmeno “gradito a buona parte dell’opinione pubblica” perché è stato appunto il capo dei servizi segreti che hanno torturato e ucciso cittadini egiziani, torturato Abu Omar e partecipato alle attività di extraordinary renditions su commissione americana. Questo, “buona parte dell’opinione pubblica” lo sa: ecco perché quando Mubarak lo ha nominato suo vice, i manifestanti si sono opposti all’unanimità. “L’uomo forte” piace solo ai vari establishment politici, non a quelli che sono andati in piazza. Quelli che sono andati in piazza lo hanno fatto principalmente per chiedere l’abolizione dello stato d’emergenza e di tutte le pratiche (torture, arresti arbitrari, processi militari per civili etc.) che portano la firma di Omar Suleiman per l’appunto.

    Sarebbe bello anche smettere di fare allusioni sui Fratelli Musulmani: quali sarebbero queste “reali intenzioni per il futuro” che nascondono dietro Baradei? O si dice o non si dice, non si allude.

    Saluti

  • http://www.mazzetta.splinder.com mazzetta

    simpatica la moderazione ad personam, anche più ridicola di certe robacce pubblicate

  • http://www.mazzetta.splinder.com mazzetta

    riprovo: “Legittima o meno, la richiesta del popolo egiziano”

    sarebbe da spiegare, anche perché nel “o meno” ci sta la legittimità di una dittatura

  • http://imelon.wordpress.com/ melone

    “pur di sventare il pericolo di un improbabile, ma assai temuto, colpo di mano da parte dei Fratelli Musulmani”

    Se è improbabile cosa lo temete a fare? Oppure ci deve essere sempre la paura?

    Scrivete di ciò che sapete, per cortesia.

  • simonecomi

    La ringrazio per avermi fatto notare la svista, di cui mi prendo la piena responsabilità e che ho già provveduto a correggere.

  • cella32

    Ieri sera sentivo dire in radio che i Fratelli Musulmani guardano più alla Turchia come modello di stato piuttosto che all’Iran. Vorrei sapere la vostra opinione in merito. Grazie

    PS. Vostra perché mi pare che oltre a Simone Comi sia già intervenuto qualcuno che ne sa…

  • massimo55

    Sempre facile fare la geopolitica dal proprio salotto, eh? I Fratelli Musulmani, per quel che ho letto, sono il corrispettivo di Hamas, per capirci hanno forte radicamento perché gestiscono ospedali e strutture vicine alla popolazione, cosa che non fa il regime. E da questo punto di vista hanno tutto il diritto a partecipare ad una futura vita democratica. Il pericolo che possano utilizzare le elezioni per prendere il potere e non lasciarlo più viene dall’esperienza con movimenti fratelli in paesi della regione, come Hamas, appunto, o diventare paramilitari tipo Hezbollah in Libano. L’Egitto è stato armato gratis e pesantemente dagli USA ed è oggi tecnologicamente all’avanguardia. Un suo utilizzo in chiave anti israeliana in caso di presa del potere di movimenti religiosi porterebbe ad un conflitto nucleare regionale. Per questo è bene andarci cauti, ed è infatti quello che sta facendo Obama.

  • http://www.mazzetta.splinder.com mazzetta

    hai letto male o hai letto dei bugiardi massimo55, i fratelli musulmani hanno partecipato ad atti violenti solo durante la rivolta che portò l’Egitto a diventare una repubblica, non dare retta a falsari come Allam o il resto della cricca che promuove lo “scontro di civiltà”, la fabbrica della paura + sempre aperta e anche gente che apparentemente non ha nulla da guadagnarci preferisce parlare di paesi arabi abitati da deficienti che non vedono l’ora di conquistare il mondo per riportarlo al medioevo.

    il clero è uguale ovunque, là hanno sciiti e sunniti, qui abbiamo i cattolici, servirebbe liberarsi di questa zavorra e procedere verso la modernità e la democrazia, ma a certa gente fa più comodo strumentalizzare e usare i pretoni che fare i conti con onestà e trasparenza

    putroppo non accade e allora ci dobiamo sorbire articoli ocme questo, che parlano di sgherri della dittatura “rispettati” e di cose che evidentemente conoscono solo per sentito dire

  • Roberto

    Sara’ un post lungo, ma le inesattezze e le approssimazioni mi hanno fatto innervosire a tal punto che dubito di essere in grado di tornare al lavoro finche’ non avro’ espresso almeno le cose che ritengo essenziali.

    Tu dici: “quali sono gli obiettivi politici che i cortei oceanici e la miriade di gruppi d’opposizione vogliono raggiungere?”
    Vogliono – tutti – elezioni democratiche. Vogliono – tutti – godere delle liberta’ che un regime culturalmente e tecnologicamente aperto gli ha fatto annusare attraverso film, musica, centri commerciali e villaggi vacanze, ma gli ha sempre negato di fatto (mica a tutti, pero’ eh…). Vogliono – tutti – un sistema economico in cui siano ripristinati degli elementi redistributivi, smantellati per intero negli ultimi vent’anni, ed in maniera ancora piu’ accelerata negli ultimi sei. Chiaro che Mubarak, e le squadre di picchiatori mandate in piazza ieri lo dimostrano, non sia un interlocutore attendibile su nessuna delle tre istanze. Che tu poi dica che i mezzi per raggiungere questi obiettivi non siano definiti quando li elenchi nelle righe successive mi e’ francamente sembrato un po’ bizzarro.

    Poi ElBaradei come “parafulmini” dei Fratelli Musulmani non sta ne’ in cielo ne’ in terra, se uno ha un minimo di dimestichezza con il paese. Non ho niente da aggiungere invece a quanto @melone ha gia’ evidenziato rispetto all’immagine che Suleiman ha agli occhi del cittadino medio egiziano.

    @massimo55. I Fratelli Musulmani sono parecchio differenziati al loro interno. Come Hamas e Hezbollah, su questo hai ragione, sono diventati fornitori di servizi pubblici e sociali essenziali in seguito alle privatizzazioni degli anni ’90. Al loro interno pero’ vi sono perlomeno tre componenti. Quella radicale che spesso agli occhi degli osservatori occidentali viene identificata con il movimento nella sua totalita’, mentre in realta’ e’ fortemente minoritaria. Batte i piedi e fa casino, ma minoritaria era e resta. Quella cosiddetta “quietista”, riconducibile alla “guida” Mohammed Badie, che ritiene che il movimento possa massimizzare il suo impatto sulla societa’ egiziana non entrando direttamente nell’arena politica, ed anzi avendo relazioni informali con tutti i partiti tradizionali che siano disposti a compromessi (di qui il termine “quietismo”). In una delle interviste che ho fatto al Cairo lo scorso anno, un assistente di Badie fece un parallelo esplicito con l’influenza della Chiesa Cattolica in Italia (so che non regge come esempio, ma lui mi disse questo). Ed infine la componente piu’ prettamente politica, rappresentata soprattutto da Essam El Erian, che ha un approccio decisamente pragmatico. Nell’ultimo decennio hanno stretto accordi con il regime stesso, che gli ha permesso di essere lasciati relativamente in pace prima delle elezioni del 2005 e di essere abbondatamente rappresentati (anche se non come partito) nello scorso parlamento, ed oggi supportano ElBaradei, nella speranza che Mubarak venga finalmente spodestato e si arrivi ad un sistema piu’ aperto in cui giocarsi le proprie carte alle urne.

    Pertanto, rispondendo anche a @cella32, i paragoni con Turchia ed Iran, ma anche con Hamas ed Hezbollah, sono in larga misura fuorvianti. Con la Turchia perche’ l’AKP si e’ sviluppato su un tessuto fortemente secolarizzato che in Egitto semplicemente non esiste. Nasser aveva fatto parecchio per la secolarizzazione del paese, ma Sadat prima e Mubarak dopo hanno convenuto che Marx dopotutto non aveva torto quando affermava che la religione e’ l’oppio dei popoli. Ed hanno pertanto permesso, quando non stimolato, un processo di re-islamizzazione piuttosto aggressivo. Con l’Iran invece il paragone non regge perche’ il movimento degli ayatollah non era frammentato come sono i Fratelli Musulmani, e frammentato era invece il fronte laico, che invece nel caso egiziano pare avere finalmente trovato un collante proprio nelle proteste di questi giorni. Poi, differenza sostanziale rispetto ad Hezbollah ed Hamas, i Fratelli Musulmani non hanno un braccio armato. Quindi, sarebbe utile almeno per una volta non analizzare una crisi usando come metro la crisi precedente, soprattutto se si e’ verificata da un’altra parte.

    Peraltro, e questo non mi stanchero’ mai di ripeterlo, il ruolo dei Fratelli Musulmani in queste proteste e’ minimo. In questo movimento, loro sono marginali di fatto. non e’ che lo fanno “per puro calcolo politico”, come si dice nel post.

    Saluti a tutti

  • cella32

    @ Roberto

    grazie! ;)