L’incertezza prosegue in Egitto. Le tensioni degli ultimi giorni non sembrano essersi placate e la rabbia serpeggia ancora nelle strade delle maggiori città. Dal Cairo fino ad Alessandria i manifestanti continuano a scendere in piazza e l’unico punto fermo di questa situazione instabile sembra essere la volontà del popolo. Lo slogan che riecheggia ormai in tutto il paese è uno solo: vattene, vattene Hosni Mubarak.
Legittima o meno, la richiesta del popolo egiziano potrebbe scompaginare l’orizzonte politico di un paese geopoliticamente fondamentale per tutta la regione mediorientale. Governato per circa trent’anni da un Maresciallo dell’Aria divenuto prima vicepresidente e nominato presidente dopo la morte di Anwar al-Sadat, l’Egitto è divenuto una polveriera pronta ad esplodere a causa della precaria situazione economica e dell’insofferenza nei confronti di un regime fattosi sempre più autoritario nel corso degli anni. Opposizioni ridotte quasi al silenzio ed elezioni falsate da brogli, un Presidente poco incline alle riforme e sempre meno capace di gestire una situazione di difficoltà divenuta insostenibile. Questi i preamboli di una rivolta scoppiata dopo anni di tensione, sull’onda di quanto successo in Tunisia ed Algeria. Una crisi che rischia di rompere equilibri delicati. Mubarak non ha tradito le attese degli analisti e le promesse di riforme hanno seguito praticamente in parallelo l’innalzamento del livello di tensione nelle strade. L’ultimo, debole, tentativo del faraone di Kafr el-Musilha di restare al potere nonostante uno stato di salute sempre più precario. Prima di dichiararsi sconfitto e di annunciare l’uscita dalla scena politica nel prossimo settembre, non candidandosi alle prossime elezioni, il Presidente egiziano ha tentato ogni mossa possibile, passando dalla promessa di nuove riforme fino ad un rimpasto che potrebbe rivelarsi fondamentale per i futuri equilibri del paese. Nel giro di poche ore, Mubarak ha nominato un nuovo vice presidente, Omar Suleiman, premier, Ahmed Shafiq,ministro delle Finanze, Samir Radwan, della Sanità e dell’Interno, Mahmoud Wagdy: come detto, dalle nuove nomine potrebbe uscire il prossimo presidente egiziano.
Le tensioni degli ultimi giorni non sembrano comunque essersi placate e la rabbia serpeggia ancora nelle strade delle maggiori città. I manifestanti scesi in piazza sono centinaia di migliaia, forse addirittura milioni, guidati da un’unica volontà: cacciare Mubarak. Rispetto a quello che dovrebbe essere solo primo degli obiettivi dei manifestanti, chiarezza assoluta. Resta però da affrontare una questione complessa il cui nocciolo è un’unica, fondamentale, domanda. Quesito a cui nessuno, neanche i cosiddetti leader del fronte delle opposizioni, ha saputo finora dare una risposta certa, concreta: quali sono gli obiettivi politici che i cortei oceanici e la miriade di gruppi d’opposizione vogliono raggiungere? Al momento sembrano essere vaghi. Ancor meno definiti, al contempo, i mezzi. Per negoziare, hanno posto cinque condizioni: Mubarak deve lasciare la presidenza, dovrà essere creato un governo di unità nazionale per riformare la Costituzione, sciogliere il Parlamento ed indire nuove elezioni. La realtà è che, al momento, non sembra esserci nessuno in grado di proporre una reale alternativa dopo che si sarà conclusa la fase di transizione. Alcuni si astengono dal fare dichiarazioni in merito per puro calcolo politico, mentre altri stanno semplicemente concentrando tutti gli sforzi nel tentativo di raggiungere il primo obiettivo. Del primo gruppo fanno parte i Fratelli Musulmani, che hanno mantenuto un basso profilo in attesa di capire quale sarà il corso degli eventi. Finora hanno sostenuto Mohammed El Baradei, perché sembra essere il candidato ideale dietro a cui nascondere le reali intenzioni per il futuro. L’ex direttore generale dell’AIEA è infatti ben visto nel mondo occidentale e dagli alleati dell’Egitto, senza dimenticare che a livello politico non sembra godere dell’appoggio di alcuno dei partiti laici e d’opposizione. El Baradei sembra essere il candidato ideale al ruolo di parafulmini per i Fratelli Musulmani, in un momento in cui tutti guardano alla situazione egiziana con una certa apprensione. Senza dimenticare che sarebbe facilmente scaricabile in caso di prossime elezioni. Del secondo gruppo fanno invece parte i principali partiti all’opposizione, come il Wafd o il nuovo Al Ghad, e l’associazione Kifaya, ingessati da anni di lotta politica sterile o semplice espressione della società civile.
Da un’analisi dell’attuale situazione sembra quindi emergere un’indicazione precisa per il prossimo futuro: ci sono tutti gli elementi per poter pensare che sarà Omar Suleiman a guidare il paese dopo che Mubarak avrà lasciato la carica. Ex capo dei servizi segreti gradito a buona parte dell’opinione pubblica, perché considerato lontano dai corrotti centri del potere, il nuovo vicepresidente gode al contempo del sostegno delle Forze Armate e dell’intelligence. Senza contare che alcuni potenti amici dell’Egitto, leggasi Stati Uniti ed Israele, sarebbero pronti ad appoggiarlo senza riserve pur di sventare il pericolo di un improbabile, ma assai temuto, colpo di mano da parte dei Fratelli Musulmani. Nel caso in cui il periodo di transizione venisse gestito direttamente da Mubarak, Suleiman potrebbe preparare la successione con la dovuta calma e stringere alleanze importanti all’interno del Partito Democratico Nazionale in vista delle prossime elezioni. L’attuale premier, ex comandante dell’aeronautica, e il ministro dell’Interno, rispettato anche da coloro che chiedono le immediate dimissioni del presidente, dovrebbero continuare a far parte dell’esecutivo anche dopo il passaggio di consegne, garantendo così il sostegno delle Forze Armate e degli apparati di sicurezza al futuro governo. Sebbene questo sia da ritenersi come lo scenario più probabile, resta da verificare quale sarà la reazione del popolo. La situazione rischia infatti di precipitare, nuovi scontri di piazza e pressioni internazionali potrebbero portare Mubarak a decidere di abbandonare subito la presidenza, aprendo così una nuova, quanto imprevedibile, fase della storia del paese dei faraoni.


