La visita del presidente cinese Hu Jintao negli Stati Uniti è iniziata, almeno per la Casa Bianca, con le peggiori premesse possibili. Rispondendo ad un’intervista proposta dal Washington Post e dal Wall Street Journal, il presidente cinese si è detto infatti convinto che il sistema basato sul dollaro sia “un prodotto del passato”, lasciando intravedere, quindi, un futuro ormai prossimo in cui sarà un’altra moneta a divenire la valuta centrale del sistema monetario internazionale. Un monito che alle orecchie di molti funzionari del governo statunitense dev’essere suonato come una minaccia nemmeno troppo velata.
La Cina ha superato gli Stati Uniti nella quota dell’export mondiale, sul fronte finanziario i fondi sovrani cinesi dettano legge a Wall Street e gli ambasciatori del governo di Pechino hanno intessuto una rete di rapporti diplomatici ed economici capace di sostenere gli interessi del paese asiatico in ogni parte del globo. Senza dimenticare che l’esecutivo cinese sembra avere tra gli obiettivi il voler colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti nel settore della Difesa. Difficile quindi pensare che a Washington le parole di Hu Jintao non destino preoccupazione, la leadership cinese conosce bene la posizione della Casa Bianca rispetto alla possibilità di creare una nuova valuta che diventi il punto di riferimento dell’economia internazionale. Già nel 2009, infatti, il governatore della Banca Centrale cinese Zhou Xiaochuan si fece promotore di una proposta che andava in tal senso, prontamente bocciata da Washington e rimasta null’altro che un’idea. Per questo le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni potrebbero essere interpretate come una sfida alla volontà statunitense di mantenere lo status quo, con il dollaro nel ruolo di valuta principale negli scambi internazionali. Hu Jintao sembra inoltre aver lasciato intendere che, nel lungo periodo, potrebbe essere lo yuan a sostituire il dollaro, anche se un’eventualità di questo tipo è al momento da ritenersi come altamente improbabile sia dal punto di vista economico che da quello politico.
Sebbene il presidente cinese abbia più volte confermato che Pechino auspica un’evoluzione pacifica dei suoi rapporti con il resto della comunità internazionale, la sensazione è che il gigante asiatico stia tentando di sfruttare ogni circostanza possibile per mettere in discussione quello che ritiene essere l’unico ostacolo credibile verso il raggiungimento dello status di superpotenza. Si dovranno probabilmente ricredere gli osservatori che sostenevano la possibilità di veder nascere un “G2” capace di guidare la comunità internazionale ad una situazione di sostanziale equilibrio. Nel novembre del 2009 mi fu chiesto di commentare questa possibilità e la lettura che ne diedi penso sia ancora valida.
“Washington e Pechino sono economicamente interdipendenti e complementari e questo legame dovrebbe rivelarsi indissolubile almeno per tutto il prossimo decennio. Quella che sembrava essere solo un’ ipotesi fino a pochi anni fa è ormai realtà, con dati economici e l’atteggiamento dei due governi a conferma di quanto molti analisti, finanziari e non, sostengono da tempo.
Differente è però considerare Stati Uniti e Cina come i paesi che guideranno a livello politico i consessi internazionali e un’arena che sembra farsi sempre più anarchica. Sebbene l’economia globale possa essere un denominatore comune abbastanza solido su cui poter poggiare un’intesa di massima tra i due governi, questa potrà portare, nella migliore delle ipotesi, a decisioni condivise sulla direzione da dare alla crescita ed allo sviluppo. Il rischio maggiore è però che le due leadership si trovino ben presto a scontrarsi: differenze culturali, sociali e valoriali profonde separano infatti le due sponde del Pacifico. Difficilmente gli Stati Uniti e la Cina riusciranno a trovare nei prossimi anni una visione condivisa del futuro, elemento fondamentale se ci si propone di guidare insieme un sistema complesso come quello internazionale. Per questo è probabile che quello che viene da molti definito come il prossimo governo mondiale non resti in realtà null’altro che un duopolio economico, circoscritto a settori ben precisi e non in grado di determinare grandi mutamenti né per quanto riguarda la struttura del sistema internazionale né su questioni di minor impatto ma ugualmente importanti.
Fin dal giorno del suo insediamento Barack Obama sta cercando di gestire il ridimensionamento della leadership statunitense, corrosa da un decennio di scelte ideologiche in campo internazionale e da una presidenza per nulla incline ad ascoltare i consigli degli alleati o le parole di coloro che venivano definiti, a volte un po’ semplicisticamente, nemici. Negli Stati Uniti sono in molti a chiedersi se Obama non abbia concesso fin troppo, nella forma diplomatica e nell’approccio, a quello che viene considerato il primo concorrente globale anche sul piano politico. La Cina è ancora dipinta a Washington, ma non solo, come una versione economicamente riveduta e corretta dell’Unione Sovietica, sovrapposizione rischiosa che è rimasta probabilmente davanti agli occhi dell’opinione pubblica statunitense per almeno un decennio.”
L’incapacità delle due leadership di trovare posizioni condivise su temi rilevanti per la comunità internazionale intera, come possono essere la proliferazione nucleare, l’energia e l’ambiente, sembra essere al momento l’ostacolo maggiore verso futuri rapporti pacifici tra Stati Uniti e Cina. Se è assurdo pensare ad un confronto militare tra i due paesi, non si può escludere a priori la possibilità che giunga ad instaurarsi un nuovo equilibrio bipolare nel sistema internazionale.
In questo senso, quello che stiamo vivendo potrebbe essere un periodo caratterizzato da “prove tecniche di Guerra Fredda”, preludio ad una situazione di forte contrapposizione tra grandi potenze, realtà che gli Stati Uniti e la Cina hanno già vissuto, in maniera del tutto diversa seppur accomunati dall’avere lo stesso competitor, nel secolo scorso.


