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Prove tecniche di Guerra Fredda

19 gennaio 2011

La visita del presidente cinese Hu Jintao negli Stati Uniti è iniziata, almeno per la Casa Bianca, con le peggiori premesse possibili. Rispondendo ad un’intervista proposta dal Washington Post e dal Wall Street Journal, il presidente cinese si è detto infatti convinto che il sistema basato sul dollaro sia “un prodotto del passato”, lasciando intravedere, quindi, un futuro ormai prossimo in cui sarà un’altra moneta a divenire la valuta centrale del sistema monetario internazionale. Un monito che alle orecchie di molti funzionari del governo statunitense dev’essere suonato come una minaccia nemmeno troppo velata.

La Cina ha superato gli Stati Uniti nella quota dell’export mondiale, sul fronte finanziario i fondi sovrani cinesi dettano legge a Wall Street e gli ambasciatori del governo di Pechino hanno intessuto una rete di rapporti diplomatici ed economici capace di sostenere gli interessi del paese asiatico in ogni parte del globo. Senza dimenticare che l’esecutivo cinese sembra avere tra gli obiettivi il voler colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti nel settore della Difesa. Difficile quindi pensare che a Washington le parole di Hu Jintao non destino preoccupazione, la leadership cinese conosce bene la posizione della Casa Bianca rispetto alla possibilità di creare una nuova valuta che diventi il punto di riferimento dell’economia internazionale. Già nel 2009, infatti, il governatore della Banca Centrale cinese Zhou Xiaochuan si fece promotore di una proposta che andava in tal senso, prontamente bocciata da Washington e rimasta null’altro che un’idea. Per questo le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni potrebbero essere interpretate come una sfida alla volontà statunitense di mantenere lo status quo, con il dollaro nel ruolo di valuta principale negli scambi internazionali. Hu Jintao sembra inoltre aver lasciato intendere che, nel lungo periodo, potrebbe essere lo yuan a sostituire il dollaro, anche se un’eventualità di questo tipo è al momento da ritenersi come altamente improbabile sia dal punto di vista economico che da quello politico.

Sebbene il presidente cinese abbia più volte confermato che Pechino auspica un’evoluzione pacifica dei suoi rapporti con il resto della comunità internazionale, la sensazione è che il gigante asiatico stia tentando di sfruttare ogni circostanza possibile per mettere in discussione quello che ritiene essere l’unico ostacolo credibile verso il raggiungimento dello status di superpotenza. Si dovranno probabilmente ricredere gli osservatori che sostenevano la possibilità di veder nascere un “G2” capace di guidare la comunità internazionale ad una situazione di sostanziale equilibrio. Nel novembre del 2009 mi fu chiesto di commentare questa possibilità e la lettura che ne diedi penso sia ancora valida.

“Washington e Pechino sono economicamente interdipendenti e complementari e questo legame dovrebbe rivelarsi indissolubile almeno per tutto il prossimo decennio. Quella che sembrava essere solo un’ ipotesi fino a pochi anni fa è ormai realtà, con dati economici e l’atteggiamento dei due governi a conferma di quanto molti analisti, finanziari e non, sostengono da tempo.

Differente è però considerare Stati Uniti e Cina come i paesi che guideranno a livello politico i consessi internazionali e un’arena che sembra farsi sempre più anarchica. Sebbene l’economia globale possa essere un denominatore comune abbastanza solido su cui poter poggiare un’intesa di massima tra i due governi,  questa potrà portare, nella migliore delle ipotesi, a decisioni condivise sulla direzione da dare alla crescita ed allo sviluppo. Il rischio maggiore è però che le due leadership si trovino ben presto a scontrarsi: differenze culturali, sociali e valoriali profonde separano infatti le due sponde del Pacifico. Difficilmente gli Stati Uniti e la Cina riusciranno a trovare nei prossimi anni una visione condivisa del futuro, elemento fondamentale se ci si propone di guidare insieme un sistema complesso come quello internazionale. Per questo è probabile che quello che viene da molti definito come il prossimo governo mondiale non resti in realtà null’altro che un duopolio economico, circoscritto a settori ben precisi e non in grado di determinare grandi mutamenti né per quanto riguarda la struttura del sistema internazionale né su questioni di minor impatto ma ugualmente importanti.

Fin dal giorno del suo insediamento Barack Obama sta cercando di gestire il ridimensionamento della leadership statunitense, corrosa da un decennio di scelte ideologiche in campo internazionale e da una presidenza per nulla incline ad ascoltare i consigli degli alleati o le parole di coloro che venivano definiti, a volte un po’ semplicisticamente, nemici. Negli Stati Uniti sono in molti a chiedersi se Obama non abbia concesso fin troppo, nella forma diplomatica e nell’approccio, a quello che viene considerato il primo concorrente globale anche sul piano politico. La Cina è ancora dipinta a Washington, ma non solo, come una versione economicamente riveduta e corretta dell’Unione Sovietica, sovrapposizione rischiosa che è rimasta probabilmente davanti agli occhi dell’opinione pubblica statunitense per almeno un decennio.”

L’incapacità delle due leadership di trovare posizioni condivise su temi rilevanti per la comunità internazionale intera, come possono essere la proliferazione nucleare, l’energia e l’ambiente, sembra essere al momento l’ostacolo maggiore verso futuri rapporti pacifici tra Stati Uniti e Cina. Se è assurdo pensare ad un confronto militare tra i due paesi, non si può escludere a priori la possibilità che giunga ad instaurarsi un nuovo equilibrio bipolare nel sistema internazionale.
In questo senso, quello che stiamo vivendo potrebbe essere un periodo caratterizzato da “prove tecniche di Guerra Fredda”, preludio ad una situazione di forte contrapposizione tra grandi potenze, realtà che gli Stati Uniti e la Cina hanno già vissuto, in maniera del tutto diversa seppur accomunati dall’avere lo stesso competitor, nel secolo scorso.

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  • enzreale

    Hu Jintao non è il “premier” cinese. Il premier è Wen Jiabao. Dai che ce la fate.

    Saluti.

    Enzo Reale

  • simonecomi

    La ringrazio per avermi fatto notare la svista in apertura del pezzo, di cui mi prendo la piena responsabilità e che ho già provveduto a correggere. Nel caso in cui volesse discutere di questioni più rilevanti, rimango a sua disposizione.
    Saluti,
    Simone Comi

  • Roberto

    Un blog di politica internazionale ci voleva proprio. Ben fatto!

    Quanto al post, mi pare che ci sia un salto logico tra quanto scritto per buona parte del pezzo e quanto affermato nel titolo e nell’ultimo paragrafo. Ossia: dall’ascesa della Cina alla nuova Guerra Fredda io vedo molta piu’ distanza di quanta ne veda tu (ti do del tu: a giudicare dalla foto dovremmo essere piu’ o meno coetanei).

    Innanzitutto perche’ le posizioni economiche di Cina oggi e URSS allora non sono neppure lontanamente comparabili. Ne’ tanto meno quelle degli Stati Uniti nel 1945 e nel 2011. Il sempre piu’ difficilmente sostenibile deficit americano e’ finanziato dalla Cina da almeno due decenni (circa due terzi del deficit totale, a sentire Fed e Tesoro). Dall’altro lato, la Cina ha avuto bisogno degli Stati Uniti come mercato per l’esportazione dei propri manufatti, ed e’ monetariamente vulnerabile poiche’ gran parte delle sue riserve (si stima circa il 70%) sono denominate in dollari. La crisi attuale ha pero’ riconfigurato questa interdipendenza in un rapporto sbilanciato: gli Stati Uniti hanno ancora maggior bisogno della Cina, per finanziare bail outs, schemi sociali e altri programmi per stimolare la domanda interna ed evitare il collasso del sistema, mentre la Cina – attraverso una politica commerciale sempre piu’ aggressiva – si muove alla ricerca di mercati alternativi per i propri prodotti, e sta presumibilmente (qui si tratta di speculazioni) iniziando a diversificare maggiormente le proprie riserve monetarie.

    Inoltre, agli albori della Guerra Fredda l’economia americana era in pieno boom, e si poteva pertanto permettere una politica di chiusura nei confronti dell’altra superpotenza (a maggior ragione dopo l’avvio del piano Marshall). Oggi, l’economia americana sta messa com’e’ (male), e deve rimanere agganciata alla locomotiva cinese per sperare di rilanciarsi. La lista degli imprenditori americani che hanno chiesto di incontrare Hu Jintao oggi lascia pochi dubbi a riguardo. Ergo: da una nuova Guerra Fredda l’economia americana avrebbe solo da perderci.

    La Guerra Fredda poi era anche – e alcuni direbbero soprattutto – conflitto ideologico. Erano due modelli alternativi di societa’, dal punto di vista economico, ma anche politico e sociale. La Cina non ha di queste ambizioni. Al punto da dimostrare di non avere alcuna intenzione di esportare il proprio sistema altrove. Ed infatti quando ne parlano lo fanno in difetto, rivendicando semplicemente il principio di autodeterminazione, e non la superiorita’ del loro modo di governarsi in senso lato, come accadeva con l’URSS. Questo ci dovrebbe rincuorare, perche’ significa che almeno l’argomento “normativo” la democrazia l’ha portato a casa.

    Insomma: concentrarsi sul numero delle superpotenze (da due a uno, adesso di nuovo da uno a due) e da li’ far derivare un sistema internazionale spaccato in due e necessariamente conflittuale mi pare fuorviante. Anche perche’ le cose si muovono pure altrove: India, Brasile, Sudafrica, Russia. Nessuna diventera’ una superpotenza, seguendo il tuo schema, ma tutte ad un certo punto pretenderanno delle “competenze regionali”, diciamo cosi’. La Russia se le prende gia’, che ci piaccia o meno (Ucraina et Georgia docent). E nessuna di queste “potenze regionali” avra’ un grosso interesse ad allinearsi con Cina o US. Tanto piu’ che l’integrazione finanziaria a cui siamo arrivati mi pare difficilmente reversibile, visti i costi che comporterebbe, soprattutto per il capitale (pensa a Marchionne senza l’arma della delocalizzazione: chi glielo farebbe fare?).

    La Guerra Fredda era una pacchia per gli analisti politici. Cio’ che non e’ mio e’ tuo, o presto lo sara’. Ho la sensazione che quanto ci aspetta sara’ parecchio piu’ complesso.

  • enzreale

    Grazie dell’invito, non mancherò.
    E grazie anche della risposta e della correzione. Normalmente al Post né rispondono né correggono, a cominciare dal direttore in su.

    Saluti.

    Enzo Reale

  • simonecomi

    Caro Roberto,

    innanzitutto ti ringrazio per le puntuali osservazioni.

    Il titolo dell’intervento è chiaramente una provocazione. Mi sembra inutile ribadire, dopo la tua analisi, che la Guerra Fredda è nata in un contesto politico, sociale ed economico completamente differente rispetto a quello che viviamo nel presente. Pur senza dimenticare il mutato contesto internazionale di riferimento, penso sia chiaro anche ai lettori meno esperti della materia che la Cina attuale non sia neanche lontanamente paragonabile a quella che fu l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

    Ma veniamo al primo punto da te sollevato, la questione economica. Sebbene sia sbilanciato, il rapporto d’interdipendenza tra Stati Uniti e Cina esiste ed è difficilmente modificabile. Per quanto Pechino possa cercare di muoversi alla ricerca di mercati alternativi, sempre che esistano mercati in grado di sostituire quello statunitense per volume di scambi, le aziende cinesi non potranno fare a meno dei consumatori che si trovano dall’altra parte del Pacifico. La Cina, quindi, non può permettersi di far crollare l’economia statunitense, così come gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina per evitare il collasso del sistema.

    Giustissimo quello che dici, la Guerra Fredda è stata anche, forse soprattutto, un conflitto ideologico. USA e URSS erano due modelli alternativi di società. La Cina sembra non avere, al momento, di queste ambizioni. Forse perché, per dirlo con le parole di Francis Fukuyama, “il modello cinese, è del tutto sui generis: definirne e descriverne la modalità precisa di governance è difficile, e ancor più difficile è imitarla, motivo per il quale non si presta a essere esportato altrove.”
    La Cina ha di fronte a sé sfide economiche e politiche importanti, il modo in cui queste verranno affrontate definirà in maniera sostanziale il “modello cinese”, che al momento si rivela ancora troppo poco delineato. È comunque verosimile ritenere che una “China way of life” esisterà in futuro, soprattutto se la Cina non dovesse più nascondere l’ambizione di assurgere al rango di superpotenza. Da quel momento in poi, è lecito pensare che la Cina tenterà di trasformare l’attuale sistema internazionale che, come sappiamo, si è sviluppato su basi ideologiche strettamente occidentali.

    A questo punto, bisogna ammettere quello che sarà probabilmente il problema fondamentale delle relazioni sino-americane: la Cina non ha ancora compiuto, e forse mai compirà, un processo di transizione verso la democrazia come noi la conosciamo. Il processo di crescita e definizione del modello cinese è stato finora contraddistinto dall’unicità e la stessa Cina ha questa percezione di sé stessa. Come ha commentato Kissinger in un articolo sul Washington Post ripreso dal Sole24ore, “Il problema non è semplice, giacché implica di subordinare le aspirazioni nazionali a una visione dell’ordine globale. Né Washington né Pechino hanno esperienza alcuna, da questo punto di vista.(…) La più grande sfida delle relazioni sino-americane, pertanto, sarà proprio riconciliare queste due versioni di eccezionalità assoluta”.

    Per quanto tra Stati Uniti e Cina vi sia interdipendenza economica e la collaborazione rispetto ad alcuni temi delicati, questo potrebbe non essere sufficiente. Riprendendo ancora le parole di Kissinger “a mancare loro è il concetto notevolmente superiore d’interazione”. A mio avviso non è affatto scontato che riescano ad elaborare tale concetto. Il “carattere” nazionale dei due attori, basato sul forte senso di unicità storica, e la mancanza di un orizzonte valoriale condiviso sono ostacoli difficili da superare perfino nel lungo periodo, figurarsi in pochi anni.
    Per questo motivo, se contrapposizione bipolare dovesse esserci, questa potrebbe riaprire il contenzioso ideologico che è stato una degli assi portanti della Guerra Fredda. E’ la dimensione ideologica a costituire la vera incognita sull’ “ascesa pacifica” della Cina. In questo senso, potrebbe proporsi un conflitto ideologico tra gli Stati Uniti e la Cina. La semplice cooperazione economica potrebbe non rivelarsi sufficiente per gettare le basi di una vera e propria interazione capace di generare una visione condivisa sui principali temi dell’agenda internazionale. Non bisogna inoltre dimenticare che, a livello politico, Washington e Pechino si sono trovati spesso distanti, basti pensare alla questione dello sviluppo di programmi nucleari in Iran e Corea del Nord. O, per rimanere su un tema di più stretta attualità, il rispetto dei diritti umani. Punti d’attrito che potrebbero causare più di una disputa e scatenare tensioni forti tra le due leadership.

    Hai giustamente citato India, Brasile, Sudafrica e Russia tra le potenze che pretenderanno “competenze regionali”. In realtà non sono le sole, basti pensare al ruolo della Turchia nell’area mediorientale. In ogni caso, queste potenze regionali dovranno fare i conti con eventuali superpotenze. Concentrarsi sul numero delle superpotenze presenti nell’arena internazionale è, dal punto di vista geopolitico e delle relazioni internazionali, fondamentale. Questo perché, soprattutto in un sistema anarchico, le superpotenze sono quegli attori in grado di generare stabilità e garantire un equilibrio più o meno duraturo, proponendo, se in numero superiore ad una, differenti visioni di quello che viene comunemente definito come l’ordine internazionale.

    S.C.

  • Roberto

    Grazie per aver passato parte del tuo tempo a rispondere. Nei tuoi panni, vista la lunghezza del primo commento, io probabilmente avrei gettato la spugna.

    Continuo peraltro a non essere convinto dalla tesi che un nuovo scenario in stile Guerra Fredda e’ nel medio-lungo periodo l’ipotesi piu’ probabile. Mi soffermo solo sul punto che conosco meglio, per pigrizia mia e per non rubarti troppo tempo: mi sembra ancora che tu dia troppo peso all’aspetto strategico a scapito di quello economico. Nonostante la accetti in linea di principio, l’interdipendenza economica diventa poi accessoria nel resto della tua analisi, nella quale conflitti geostrategici finirebbero per accendere tensioni ideologiche e alla fine anche economiche. A me pare che ci sia un grosso incentivo, per entrambi i paesi e per le loro classi dirigenti (economiche prima ancora che politiche) affinche’ questo non accada.

    A maggior ragione per gli Stati Uniti, la cui crescita economica, vista la progressiva terziarizzazione e finanziarizzazione dell’economia (e l’indebitamento ormai fuori controllo), dipende ormai in larga parte dai rapporti con l’esterno, sia commerciali che finanziari. La Cina invece ha dalla propria parte un enorme potenziale di crescita endogeno a cui attingere, dato che del suo mercato interno effettivo ad oggi fanno parte meno di 300 milioni di persone (meno di un quarto della popolazione totale). Ossia: la Cina ha l’opzione dello sviluppo del mercato interno, che gli Stati Uniti non hanno, o non hanno piu’ nella medesima misura.

    Per cui, gia’ oggi, da un approccio conflittuale gli Stati Uniti rischiano di perderci molto piu’ della Cina. Che a sua volta evita lo scontro (a meno che non si interferisca con quelle che reputa faccende interne) perche’ consapevole che il tempo gioca chiaramente dalla sua parte.

    Forse anche per via di questo aspetto che trascuri il tuo ultimo paragrafo sulla polarita’ del sistema mi lascia la sensazione di un enunciato di principio che descrive una teoria ma non la sua utilita’. Tanto piu’ in un mondo dove flussi produttivi e comunicativi sono sempre piu’ transnazionali e pertanto difficilmente gestibili dallo stato-nazione.

    Il realismo, nella sua versione classica e poi in quella strutturale, ha contribuito anche – come tutte le teorie di grande successo – a strutturare il mondo a sua immagine e somiglianza (nella fattispecie mettendo le due superpotenze irrimediabilmente l’una contro l’altra: ti ricordi Kennan, the long telegram, l’articolo X e poi in vecchiaia “oops, ma sai che forse mi ero sbagliato?”), e poi ovviamente ce lo ha spiegato. Ho i miei dubbi che in un mondo in cui il volume delle transazioni finanziarie non e’ stato granche’ scosso neppure dalla piu’ grande crisi economica del dopoguerra, una teoria del genere, che vede gli stati come compartimenti stagni con interessi perloppiu’ predefiniti, ci aiuti a capire cio’ che accade in giro per il mondo. A meno non si abbia l’intenzione di ridisegnare il mondo per fare in modo che quella teoria funzioni. Il che e’ anche legittimo, per carita’. Ma pure parecchio pericoloso.

    Essendo il blog il tuo, ovviamente hai l’ultima parola. Y yo me callo. Buon lavoro e buon weekend