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	<title>Simona Siri</title>
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	<description>Vive a Milano da dieci anni. Scrive di musica, cinema e costume. Usa la prima persona singolare. Porta (ancora) la 42. Tra Oasis e Blur ha sempre preferito i Blur.</description>
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		<title>La scelta di Angelina</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 21:08:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[angelina jolie]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima volta che ho sentito le parole “tumore al seno” avrò avuto tredici anni. La migliore amica di mia madre, una signora con cui ero praticamente cresciuta, che mi ha portato in vacanza, con cui ho condiviso cene, pranzi, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/2013/05/14/la-scelta-di-angelina/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La prima volta che ho sentito le parole “tumore al seno” avrò avuto tredici anni. La migliore amica di mia madre, una signora con cui ero praticamente cresciuta, che mi ha portato in vacanza, con cui ho condiviso cene, pranzi, estati, viaggi, insomma la vita,  ecco a questa signora era stata asportata la mammella sinistra a causa di un tumore. La sua vita, ma anche la mia, non fu più la stessa. La poverina cadde in depressione e non ci furono più vacanze, soprattutto al mare, per l’imbarazzo di doversi mettere in costume. Non ci furono però più neanche cene o pranzi in cui lei, ad un certo punto, non si chiudesse in bagno a piangere disperata, inconsolabile, una donna completamente diversa – fisicamente e psicologicamente – da quella bella e allegra che mi aveva fatto da vice mamma. L’ultima volta in cui ho sentito le parole “tumore al seno” è stato un anno esatto fa, in un sms in cui mi si annunciava la scomparsa di una collega a cui tutti, nessuno escluso, avevamo voluto un mondo di bene e ancora gliene vogliamo. In mezzo anni in cui tutti i ginecologi da cui sono stata hanno sempre insistito affinché – a causa della particolare natura dei seni abbondanti come il mio – mi sottoponessi alle pratiche preventive con scrupolo ancor maggiore di quello che tocca a ogni donna. Ovviamente non l&#8217;ho mai fatto: informandomi il giusto, mi sono convinta, troppo ingenuamente e troppo facilmente, che al giorno d’oggi con la prevenzione e le cure e i progressi della medicina di tumore al seno non si muore praticamente più. E lo so che mi sbaglio, lo so. Tutto questo per dire che ieri, dopo aver letto <a href="http://www.nytimes.com/2013/05/14/opinion/my-medical-choice.html?_r=0">l’articolo del New York Times</a> in cui Angelina Jolie racconta di essersi fatta asportare entrambi i seni per prevenire il rischio di ammalarsi di tumore, mi sono bastati 75 secondi per articolare il mio giudizio: ha fatto bene. Ha fatto bene a parlarne, non a farsi operare. Quella è una scelta troppo personale: non può e non deve essere giudicata. Il corpo è suo, il rischio è il suo (nel caso della Jolie alto: 87% di probabilità di ammalarsi dovuta a una alternazione del gene BRCA1), le conseguenze sono le sue. La diagnosi genetica preventiva è un’opzione, ognuna decide come crede. Parlare di come si può e si deve vivere normalmente dopo un tumore e una mastectomia però sì, è una cosa importante, e se lo fa una donna che di mestiere usa il corpo diventa ancora più importante. In una società ossessionata dalle tette, in un ambiente in cui le donne e le loro parti anatomiche sono continuamente analizzate, giudicate, ritoccate, photoshoppate per farle sembrare senza difetti, Jolie parla di cicatrici, di tubi, di ferite, di sangue. Le sue parole raccontano un corpo vivo e umano, non quello bidimensionale e falso dei giornali. Un corpo che si può ammalare, che è imperfetto, segnato, sfregiato, ma non per questo meno amabile o attraente. Sono affermazioni potenti. È come se un calciatore si fosse fatto tagliare un piede e stesse lì ad affermare: sono sempre uno sportivo. E infatti lo dice: «Non mi sento meno donna. Questa scelta non ha diminuito la mia femminilità». Se poi le parole non bastano ecco le foto. Dal 2 febbraio 2013 &#8211; giorno in cui racconta di essersi sottoposta al primo pre intervento &#8211; fino al 20 aprile &#8211; giorno in cui ha completato la ricostruzione &#8211; Jolie si è fatta vedere ufficialmente in pubblico tre volte, senza contare le paparazzate. La prima <a href="http://www.justjared.com/2013/03/26/angelina-jolie-visits-rescue-camp-for-women/">il 26 marzo, in Congo</a>, dove si reca in quanto ambasciatrice Onu.  La seconda volta, il 4 aprile, <a href="http://youtu.be/W_qYi7WWo_s">parla a New York al Women in the World Summit</a>. A questo stadio le sono già stati asportati entrambi i seni.  La terza l’11 aprile: è <a href="http://www.elleuk.com/star-style/news/angelina-jolie-london-g8-summit#image=1">al G8 di Londra</a>. Tre occasioni in cui Jolie appare come sempre meravigliosa e perfetta. Tre occasioni in cui – ignari di tutto – i media parlano della sua eleganza, di quanto è glamour, la analizzano per quello che è &#8211;  un sex symbol mondiale &#8211; ne giudicano l’eleganza, la magrezza, ne apprezzano la bellezza. Siccome niente di quello che fa Jolie è frutto del caso, credo che la vera prova di coraggio, il messaggio a tutte le donne che hanno la sfortuna di andare incontro a un tumore al seno sia qui, in queste foto: sentitevi femmine e femminili quanto e come prima, perché potete esserlo. Anzi, lo siete.</p>
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		<title>I grillini e il teorema Alba Parietti</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 11:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È appena terminata la diretta streaming dell’incontro tra Pierluigi Bersani e i rappresentanti del Movimento 5 Stelle e la mia timeline è piena zeppa di tweet che vanno dal sarcastico al risentito al livore puro.  Ovviamente tutti contro i grillini, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/2013/03/27/i-grillini-e-il-teorema-alba-parietti/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È appena terminata la diretta streaming dell’incontro tra Pierluigi Bersani e i rappresentanti del Movimento 5 Stelle e la mia timeline è piena zeppa di tweet che vanno dal sarcastico al risentito al livore puro.  Ovviamente tutti contro i grillini, colpevoli  &#8211; sempre secondo la mia timeline  &#8211; di cocciutaggine, di ignoranza e di cialtroneria, non necessariamente in questo ordine. Ora, non mi interessa qui né difendere né accusare i grillini politicamente, quello che mi interessa è il processo psicologico che porta persone intelligenti – sì, sto parlando di quelli che seguo su twitter – a sfogare rabbia e ironia contro gli ultimi arrivati e quindi, a rigor di logica, i meno responsabili di tutti del disastro in cui ci troviamo. Ripeto, indipendentemente da qualsiasi ragionamento politico, c’è un gusto nel dare addosso ai grillini che mi stupisce e un po’ mi sorprende, anche al netto della loro indubitabile poca esperienza e poca simpatia. Negli ultimi quindi anni abbiamo avuto il peggior parlamento possibile, con gente che a malapena sapeva l’italiano, gente che si tirava la mortadella, che esibiva il cappio, che dormiva e che guardava il porno mentre in aula si discutevano le sorti del Paese, e non ricordo un’indignazione così forte. Forse perché non c&#8217;era twitter? Può essere. Comunque,  ero lì che mi interrogavo su questa sproporzione quando mi è venuta in mente Alba Parietti. Sì, proprio lei. L’Alba Parietti dei tempi d’oro era una che faceva televisione pur non sapendo fare oggettivamente niente. Non sapeva ballare, non sapeva cantare, non sapeva presentare. Eppure faceva, era lì, ci provava, si buttava, pretendeva di essere presa sul serio come cantante e ballerina. L’esempio più clamoroso fu la sua indimenticabile performance quando, chiamata a condurre il programma La piscina su rai3, cantò e ballò Etienne (<a href="http://youtu.be/xgs2fdErtVE">qui </a>un estratto). Non eccellendo in nulla, non essendo più brava di noi né a cantare né a ballare, ma anzi, essendo forse pure peggio di qualunque spettatore a casa , il giudizio su Alba Parietti non poteva che essere: vabbè, ma se lo fa lei allora posso farlo anche io. Di più: ma perché lo fa lei visto che non è comunque più brava di me? Più la vicinanza tra quello che sei costretto a subire passivamente e quello che sai fare tu o che credi di saper fare è ridotta, più i commenti saranno spietati e caustici, sulla base del principio: allora tanto valeva che ci andassi io. Vale per Alba Parietti, ma anche per i grillini. Quello che infatti temo irriti veramente dei grillini in quelli che non li hanno votati, è che non sono né meglio né peggio. Epperò sono lì. A cantare Etienne in prima serata. E noi qui, costretti a guardare.</p>
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		<title>Don&#8217;t try this at home (ovvero del perché di Justin Timberlake ce n&#8217;è solo uno)</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 19:38:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sembra un secolo fa, ma era solo il 2006. Le case discografiche avevano ancora soldi con cui promuovere i dischi e per l’uscita del nuovo di Justin Timberlake un giorno di inizio luglio imbarcarono una manciata di giornalisti su un &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/2013/03/17/dont-try-this-at-home-ovvero-del-perche-di-justin-timberlake-ce-ne-solo-uno/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sembra un secolo fa, ma era solo il 2006. Le case discografiche avevano ancora soldi con cui promuovere i dischi e per l’uscita del nuovo di Justin Timberlake un giorno di inizio luglio imbarcarono una manciata di giornalisti su un volo per Parigi dove si fermarono per ben tre giorni. Io ero tra quelli.</p>
<p>Il primo giorno ci fu l‘ascolto del disco. In una stanza di non ricordo più quale lussuoso albergo, seduti per terra, circondati da gigantesche guardie del corpo di colore, senza cellulari e con la sola possibilità di prendere appunti a matita. Suonarono il disco una sola volta, dall’inizio alla fine e poi stop. Ricordo la prima impressione, istintiva, all’attacco di <em>Sexyback</em>, riassumibile con l’esclamazione: minchia. Sottointeso: accipicchia che disco, non credo alle mie orecchie, questo è un mostro e altre confuse considerazioni contenenti stupore e meraviglia. Va detto che all’epoca su Justin Timberlake ancora pesava, soprattutto in Italia, il marchio di ex ragazzetto da boy band nonché ex fidanzato di Britney Spears, di prodotto di Mtv nella sua accezione negativa di commerciale, leggerino, buono per ragazzini. Poco importava che già con l’album solista precedente, <em>Justified</em>, Timberlake avesse dimostrato non solo di saper cantare, di conoscere profondamente l’R&amp;B e di essere cresciuto ascoltando musica nera, ma anche la capacità di sapersi scegliere la gente giusta con cui lavorare (Timbaland e i The Neptunes, ad esempio).</p>
<p>Il pomeriggio del secondo giorno intervistai Justin Timberlake per<a href="http://xl.repubblica.it/dettaglio/28201"> XL di Repubblica</a>. Ricordo che mi parlò molto della mamma, del suo non aver mai cercato la fama, di meditazione e di amici d’infanzia. Non una gran intervista, lo ammetto, ma a mia discolpa va detto che non lo avevo ancora visto dal vivo, cosa che successe il giorno dopo. La sera del terzo giorno, infatti, ci fu il concerto. In un minuscolo club di Pigalle, Timberlake e la sua band presentarono alla stampa e ad alcuni selezionatissimi invitati <em>FutureSex/LoveSounds</em>: lo suonarono tutto, di fila. Ricordo che la band era composta esclusivamente di musicisti e coristi neri. Pur essendo l’unico bianco Timberlake su quel palco sembrava anche lui nero. Fu un concerto straordinario, per l’eccezionalità dell’evento e per la bravura di tutti quelli coinvolti. Siccome all’epoca si parlava di rivalità tra Robbie Williams e Justin Timberlake circa il ruolo di king of pop lasciato vacante da Michael Jackson, ricordo di aver pensato: «Povero Robbie, per te si mette molto, molto male». In realtà ricordo di aver stabilito una mia personale classifica dei migliori performer mai visti in vita mia e di averlo messo a pari merito nientemeno che con Prince (visto secoli prima a Milano, non ricordo neanche l’anno). Ricordo, ancora, di aver pensato che bisognava smetterla di fare gli snob e di avere pregiudizi: per quanto mi riguardava Timberlake era un signor musicista.</p>
<p>Ora, la notizia, qui, non è che negli anni la storia mi ha dato ragione, chi se ne frega. La notizia, qui, è che Justin Timberlake è diventato molto di più di quello che poteva lasciar intendere nel 2006. Lo dimostra tutto quello che ha fatto in questi anni, anche senza avere dischi nuovi: collaborazioni, film, ospitate. Tutto eccellente, tutto che gronda intelligenza, senso dello spettacolo, versatilità, talento. Sa fare tutto, fa tutto, e fa tutto bene. Non mi ricordo un artista così, da boh, non so neanche io a chi paragonarlo. Il disco nuovo, <em>The 20/20 Experience</em>, che esce il 19 marzo, non l&#8217;ho ancora sentito, ma non ho difficoltà a credere che non farà che confermare tutto quello che di buono c&#8217;è già. Che poi, quello che in realtà volevo davvero segnalare è ciò che in questi anni Justin Timberlake si è inventato insieme a Jimmy Fallon. Si chiama History of Rap ed è una delle cose più belle che abbia mai visto in vita mia: un medley di pezzi rap cantati dal vivo con l’accompagnamento dei The Roots, nientemeno. La prima parte si trova <a href="http://youtu.be/y9EKunCS_As">qui </a>(purtroppo si vede male). La seconda e la terza <a href="http://youtu.be/2EPl0OGz2Cg">qui</a>. L’altra sera Justin e Jimmy hanno fatto anche la <a href="http://youtu.be/B8wfWO06yp8">quarta parte</a>, annunciando: «Questa è l’ultima volta che lo facciamo, fino a quando non lo faremo di nuovo». History of Rap è la tipica cosa che la vedi fare a loro, gli americani, e pensi subito che non c’è niente d fare, il senso dello spettacolo come ce l’hanno loro non ce l’ha nessuno. Pensare a una versione nostrana (con chi, poi? boh) è solo farsi del male. Tra l&#8217;altro, mentre da noi andava in onda l’omaggio a Dalla, quella stessa sera Timberlake era sia ospite musicale che presentatore del Saturday Night Live, dove prima si rendeva ridicolo come concorrente del <a href="http://youtu.be/pgcYP3EKBKA">Date Game</a>, poi <a href="http://youtu.be/GyGGg7lOCAY">imitava Elton John</a> cantando Goodbye Hugo C in memoria di Hugo Chavez  e poi, come se fosse la cosa meno importante di tutte, promuoveva <em>Suit &amp; Tie</em> <a href="http://youtu.be/0umrvtA_pNc">esibendosi con tanto di orchestra e special guest Jay Z</a>. Insomma, quello che credo di voler dire alla fine di tutto è che ogni volta che vedo Justin Timberlake fare una qualunque delle diecimila cose che fa, penso che sia un tale concentrato di talento, spettacolo, classe, e ironia che penso che sotto dovrebbe passare la scritta “Don’t try this at home”. Così, nel caso a qualche sciagurato venisse in mente di provarci, a fare quello che fa lui.</p>
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		<title>È grande la confusione sotto questo pop cielo</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2013 14:48:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo ammetto: sono confusa. Ed è tutta colpa di Fabio Fazio. Di lui e del suo Festival. Intanto gli ascolti pazzeschi, un successo incredibile, numeri da partita di calcio. Ma non doveva essere un festival snobbissimo, altissimo, con numeri piccolissimi? &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/2013/02/18/e-grande-la-confusione-sotto-questo-pop-cielo/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo ammetto: sono confusa. Ed è tutta colpa di Fabio Fazio. Di lui e del suo Festival. Intanto gli ascolti pazzeschi, un successo incredibile, numeri da partita di calcio. Ma non doveva essere un festival snobbissimo, altissimo, con numeri piccolissimi? Tutto sbagliato. Vabbè, ma i numeri non vogliono dire niente, dirà qualcuno. I numeri significano che Sanremo è un contenitore che si mangia anche il contenuto e che la gente guarda a prescindere da quello che c’è dentro. Ammesso che sia vero, la confusione rimane. Il problema è che con il suo discorso iniziale sul volere restituire dignità al pop inteso come popolare Fazio ha fatto una dichiarazione d’intenti che poi non ha mantenuto, o ha mantenuto solo a metà. Credo. La verità è che non ci capisco più niente. La canzone di Silvestri è pop? Elio è pop? Bollani no, ok. O forse sì? Annalisa sì, dai, Annalisa sì. Mengoni? E se Mengoni non è pop, ma non è neanche nicchia perché nella nicchia ci sta Antony &amp; the Johnsons e su questo siamo tutti d’accordo, allora Mengoni cos’è? Boh. Anche Verdi, ad esempio: cioè per me Verdi è pop, molto pop. O no? Oppure Verdi è pop se lo suonano alla Scala, ma cambiandogli contesto non è più pop? Giuro che non ci capisco più nulla. Forse il pop non esiste più, forse non è mai esistito, forse dobbiamo semplicemente smetterla di dividere in alto e basso, forse alto e basso come dimensioni non bastano e dobbiamo aggiungerne delle altre. E comunque il problema non è neanche quello. Il problema è che mi sono annoiata. Io che in curriculum ho estati passate alle feste di Cuore, concerti di Guccini e di Conte, film di Nanni Moretti, insomma io che come consumi culturali sto da quella parte lì. Era un Festival che doveva essere fatto per me e per quelli come me, no? Invece niente, una noia mortale. Senza trottolini amorosi e maledette primavere, senza neanche un intuttiiluoghiintuttiilaghi, a me il Festival ha annoiato. Non mi ricordo una canzone che sia una, non sono in grado di fischiettare un motivetto che sia uno, a parte forse la <em>Canzone Mononota</em>, che però dai, non è una vera canzone nel senso che finito Sanremo, chi avrà più voglia di ascoltarla? Io no di certo. L’anno scorso, dopo una sola serata, avevo già imparato a memoria <em>La notte</em> di Arisa, ero in grado di cantare il ritornello di  <em>Per sempre</em> di Nina Zilli, mi svegliavo con in testa <em>Sono solo parole</em> di Noemi. Senza contare le litigate su twitter per difendere la dignità artistica di <em>Ninì</em> di Pierdavide Carone. Quelle dell’anno scorso erano più pop di quest’anno? Non lo so, ditemelo voi. Poi giovedì sera mentre con un occhio guardavo il Festival, con l’altro mi sono imbattuta in un giochino pre elettorale: rispondi a una serie di domande e scopri per chi votare. Ovviamente l’ho fatto. Il risultato è che sono molto vicina al PD, sospiro di sollievo, ma neanche troppo distante da Giannino. Aiuto. Poi mi è venuto in mente il confronto tra i candidati alle Primarie del Centro Sinistra &#8211; ricordate? sembra passato un secolo – e quella domanda su chi c’è nel tuo Pantheon e il fatto che l’uomo che dovrei votare nel suo Pantheon ci aveva messo un Papa (e all’epoca neanche si potevano ancora dimettere, sembra davvero passato un secolo). Insomma, sono andata ancora più in confusione e ho pensato: ma se io vi dico chi c’è nel mio Pantheon e che musica ascolto e chi trovo divertente e chi invece noioso, ecco se io vi fornisco queste informazioni voi potreste gentilmente dirmi per chi votare? Intanto per chiarirmi le idee ho fatto questo. Magari aiuta, vai a sapere.</p>
<p>(in progress: i nomi li aggiungo man mano che mi vengono in mente)</p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/files/2013/02/pop1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-405" src="http://www.ilpost.it/simonasiri/files/2013/02/pop1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>La canzone di Natale più bella di sempre</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2012 05:32:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[It was christmas eve babe In the drunk tank An old man said to me: won&#8217;t see another one And then they sang a song The rare old mountain dew I turned my face away and dreamed about you Got &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/2012/12/20/la-canzone-di-natale-piu-bella-di-sempre/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/files/2012/12/ShaneMacGowan.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-342" src="http://www.ilpost.it/simonasiri/files/2012/12/ShaneMacGowan-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a>It was christmas eve babe</em><br />
<em> In the drunk tank</em><br />
<em> An old man said to me: won&#8217;t see another one</em><br />
<em> And then they sang a song</em><br />
<em> The rare old mountain dew</em><br />
<em> I turned my face away and dreamed about you</em><br />
<em> Got on a lucky one</em><br />
<em> Came in eighteen to one</em><br />
<em> I´ve got a feeling</em><br />
<em> This year´s for me and you</em><br />
<em> So Happy Christmas</em><br />
<em> I love you baby</em><br />
<em> I can see a better time</em><br />
<em> Where all our dreams come true</em></p>
<p>La canzone di Natale più bella di sempre non parla di neve, di amore, di pace e di Babbi Natale con le slitte. Non parla neanche di renne, né di regali, né di maglioni a collo alto, né  di simpatiche compagnie di amici che si riuniscono davanti al camino. La canzone di Natale più bella di sempre parla di miseria, di alcool, di puttane e di tossici, di sogni infranti e di recriminazioni. La canzone di Natale più bella di sempre si intitola <em>Fairytale of New York</em> ed è una canzone dei Pogues. Shane MacGowan l’ha scritta 25 anni fa. Anzi, per essere precisi 27. Come tutte le cose che alla lunga distanza si rivelano epiche, anche questa ha una nascita sofferta e tormentata. Vuole la leggenda che ci abbia messo due anni a finirla e che per farlo si sia ispirato al film <em>C’era una volta in America</em> di Sergio Leone. Si dice anche che sia stato Elvis Costello – produttore di <em>Rum, Sodomy &amp; the Lash</em> e all’epoca fidanzato con quella che diventerà la sua prima moglie, la bassista dei Pogues Cait O&#8217;Riordan – a sfidarlo: «Vediamo se sei in grado di scrivere una canzone di Natale a forma di duetto». Lui lo fa, solo che ci mette una vita e quando finisce Cait O&#8217;Riordan se n’è andata dal gruppo, quindi manca la voce femminile. Alla fine, dopo ancora un anno, la canta Kirsty MacColl, all’epoca moglie del produttore Steve Lillywhite. È un successo immediato, ed è così da 25 anni: ogni Natale, da quel dicembre 1987, <em>Fairytale of New York</em> fa la sua comparsa nella top 20 della classifica inglese. Quest’anno, grazie a una riedizione speciale per il venticinquesimo, potrebbe addirittura arrivare al numero uno.</p>
<p><em>They got cars big as bars</em><br />
<em>They got rivers of gold</em><br />
<em>But the wind goes right through you</em><br />
<em>It´s no place for the old</em><br />
<em>When you first took my hand on a cold christmas eve</em><br />
<em>You promised me broadway was waiting for me</em><br />
<em>You were handsome you were pretty</em><br />
<em>Queen of new york city when the band finished playing they yelled out for more</em><br />
<em>Sinatra was swinging all the drunks they were singing</em><br />
<em>We kissed on a corner</em><br />
<em>Then danced through the night</em></p>
<p>La canzone di Natale più bella di sempre sono in realtà due canzoni in una. C’è un inizio, solo piano e voce, e una melodia che ricorda davvero la musica scritta da Ennio Morricone per <em>C’era una volta in America</em>. Poi c’è il duetto, quello in cui lui e lei – due immigrati irlandesi arrivati a New York in cerca di fortuna &#8211; si rinfacciano tutto il rinfacciabile. «Buon Natale, stronzo. E spero sia il tuo ultimo», dice lei a lui dopo che lui le ha dato della vecchia tossica. E pensare che all’inizio si amano, arrivano in America inseguendo il sogno del successo, Broadway sembra aspettare loro, si baciano in un angolo la sera di Natale e poi ballano tutta la notte. Sullo sfondo c’è New York, descritta da uno che all’epoca – era il 1985 – ancora non c’era mai stato. Quando poi finalmente ci arriva, nel 1986, MacGowen la trova ancora più eccitante di quanto se l’era immaginata grazie ai film. E siccome niente succede per caso, nel backstage del primo concerto americano, incontra, nell’ordine, il futuro regista del <a href="http://www.youtube.com/watch?v=j9jbdgZidu8">video di <em>Fairytale of New York</em> </a>e Matt Dillon, fan dei Pogues, che in quel video finirà per fare la parte del poliziotto che lo mette in galera.</p>
<p><em>And the boys from the NYPD choir were singing Galway Bay</em><br />
<em>And the bells were ringing out for Christmas day</em></p>
<p>La canzone di Natale più bella di sempre è una meravigliosa confusione tra finzione e realtà. Senti Shane MacGowen cantare di galera e di ubriacatura e non puoi fare a meno di pensare che sia tutto vero, che sia la sua storia, o quella di qualche suo antenato. Alcolista dall’età di undici anni e eroinomane da poco dopo, lui è la voce di quelli per cui Natale è un giorno come un altro, tanto non hanno una casa a cui tornare, e la galera non è poi neanche male come alternativa. È il Natale degli altri, dei disperati, dei poveracci, di quelli che nelle pubblicità dei panettoni non si vedono mai, paradossalmente quelli &#8211; gli unici, forse &#8211; per cui Natale spogliato delle luci, del cibo, dei regali e degli sprechi e ridotto al suo significato originario avrebbe ancora un senso.  Il fatto, poi, che MacGowen sia nato il 25 dicembre del 1957 rende tutto ancora più simbolico.</p>
<p><em>You´re a bum you´re a punk</em><br />
<em> You´re an old slut on junk</em><br />
<em> Lying there almost dead on a drip in that bed</em><br />
<em> You scumbag you maggot</em><br />
<em> You cheap lousy faggot</em><br />
<em> Happy Christmas your arse I pray God it´s our last</em></p>
<p>La canzone di Natale più bella di sempre è tale perché è vero che è una canzone di immigrazione e di povertà, ma è anche un po’ la nostra storia, quella di chiunque abbia avuto dei sogni. «Sarei potuto diventare qualcuno», dice ad un certo punto della litigata lui a lei, sottintendendo che se non lo è diventato è tutta colpa sua. Lei lo guarda e risponde: «Tutti sarebbero potuti diventare qualcuno», sottintendendo che la gestione della frustrazione è una cosa che ci riguarda tutti, nessuno escluso. Il finale, però, è aperto: potrebbero tornare insieme, fare pace, vivere felici e contenti. Oppure ammazzarsi reciprocamente. Tutto è possibile. Comunque vada sarà passato un giorno e finalmente non sarà più Natale.</p>
<p><em>I could have been someone<br />
Well so could anyone<br />
You took my dreams from me<br />
When I first found you<br />
I kept them with me babe<br />
I put them with my own<br />
Can´t make it out alone<br />
I´ve built my dreams around you</em></p>
<p><iframe width="610" height="440" src="http://www.youtube.com/embed/j9jbdgZidu8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Taylor non è la nuova Britney</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Nov 2012 03:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dire che li ho guardati è eccessivo: diciamo che, mentre facevo altro, avevo un orecchio rivolto verso la televisione accesa. Comunque abbastanza per capire che agli European Music Awards che si sono tenuti ieri sera a Francoforte ha trionfato Taylor &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/2012/11/12/taylor-non-e-la-nuova-britney/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dire che li ho guardati è eccessivo: diciamo che, mentre facevo altro, avevo un orecchio rivolto verso la televisione accesa. Comunque abbastanza per capire che agli European Music Awards che si sono tenuti ieri sera a Francoforte ha trionfato Taylor Swift.  Siccome le uniche cose che so su di lei sono – a parte saper canticchiare il ritornello we are never ever ever getting back together, dicevo l’unica cosa che so su di lei è che è stata brevemente fidanzata con Jake Gyllenhaal, sono andata a controllare e ho scoperto che il suo ultimo disco, uscito un mese fa, ha venduto più di un milione di copie. Più precisamente: un milione e duecento mila copie in sette giorni. La fonte è questo articolo di <a href="http://www.salon.com/2012/11/11/is_taylor_swift_being_taken_too_seriously/">Slate</a> in cui vengono spiegati i meccanismi del suo successo. Semplificando: Swift possiede le due caratteristiche principali richieste a una popstar in tempi di crisi economica ovvero modestia e austerità. Io ci avrei aggiunto asessualità. Basta guardarla: Taylor Swift ha 22 anni e ne dimostra 15. In lei non c’è nulla – nel look, ma neanche nei testi delle canzoni – che richiami al sesso. Diversamente dalle Britney Spears e dalle Cristina Aguilera che l’hanno preceduta, Taylor Swift non ammicca, non seduce, non sculetta, non tira fuori la lingua quando canta. Tutte attività in cui le due sopra erano campionesse assolute. Taylor Swift no, lei non turba. Se mai il contrario: rassicura. E lo stesso vale per gli altri due idoli indiscussi degli adolescenti Justin Bieber e One Direction. Se a diciassette anni Britney Spears sconvolgeva i sogni di adulti e bambini vestita da Lolita in <em>Baby One more time</em>, qui siamo all’opposto, siamo alla infantilizzazione del pop. Non che sia meglio o peggio, però è diverso. Resta da capire perché. Per dilatare all’infinito il periodo della fanciullezza? Perché di fronte a questi idoli eternamente bambini i genitori non si preoccupano e anzi incoraggiano i figli a comprare i dischi o li comprano direttamente loro? Chissà. L’altra cosa che resta da capire che cosa ne sarà di una generazione venuta su a latte, biscotti e Justin Bieber. Mentre ci pensavo, ieri, mi è anche venuto in mente che noi femmine della mia generazione non è fossimo messe tanto meglio: avevamo come sex symbol dei gay. Ok, all’epoca non lo sapevamo, ma rimane il fatto che avere i primi turbamenti per uno come George Michael qualche effetto sulla formazione della nostra sessualità deve averlo avuto. Ne sono così convinta che un mese fa, intervistando al telefono Miguel Bosè, gliene ho chiesto conto. Per chi adesso ha 40 anni, Miguel Bosè è stato un sex symbol, non c’è discussione. Avevamo il suo poster in cameretta, sognavamo di averlo come fidanzato, sospiravamo quando lo vedevamo in televisione. E poco importava allora, che ballasse con gli scaldamuscoli rosa, un dettaglio che, analizzato a posteriori, qualche sospetto avrebbe dovuto crearcelo. Eppure no, niente: lo amavamo. E quindi un mese fa, parlandogli al telefono, ho cercato di inchiodarlo alle sue responsabilità di idolo per adolescenti ricordandogli che io, come tante mie coetanee, avevo il suo poster in cameretta e insomma adesso come la mettiamo con la faccenda che lui è gay e ha pure avuto due bambini da una madre surrogata. La sua risposta è stata: «Vabbe’, non siete venute su mica così male, dai». L’ho amato ancora di più.</p>
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		<title>Chiedi chi erano i Duran Duran</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Nov 2012 11:26:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Premetto che fino all’altra sera sapevo vagamente chi fossero gli One Direction dove per vagamente si intende che quelle due volte in cui li ho dovuti nominare in una conversazione ne ho storpiato il nome in One Dimensional. Comunque, premesso questo e aggiungendo che ho un’età per cui potrei comodamente avere una figlia fan dei One Direction, l’altra sera, davanti alla televisione e alle scene di ordinaria follia di ragazzine urlanti e piangenti, l’unica domanda sensata che mi è venuta in mente di chiedermi e chiedere non è stato quanto gli One Direction siano diversi da tutte le boy band precedenti, quanto piuttosto perché mai dovrebbero essere differenti. È banale, ma forse ogni tanto ce lo dimentichiamo: non c’è stata boy band che nel momento in cui suscitava pianti e grida dalle adolescenti non sia stata accolta con scetticismo o con la sprezzante etichetta “roba da ragazzine”. È successo, tra gli altri, anche ai Take That, e ci abbiamo messo 20 anni, un disco, un tour e due reunion per renderci conto che quei cinque (o, almeno, non tutti) non erano solo delle belle facce. È altrettanto banale che la cosa che ci ha fatto cambiare idea sui Take That sia stata la tenuta sulla lunga distanza e che quindi qualsiasi giudizio sui One Direction al netto del valore musicale (che ignoro, ma magari poi recupero, eh) è frutto di un atteggiamento un po’ bacchettone e poco condiscendente e che ci vuole mente fresca e visione pulita per giudicare serenamente fenomeni culturali che per ragioni anagrafiche non ci appartengono. Insomma, pensavo questo (e ne discutevo su twitter, là dove ormai si discute tutto il discutibile), quando sullo schermo è comparsa Romina, una delle concorrenti di Morgan. Come non hanno mancato di ricordarci più e più volte, cioè tutte le volte in cui Morgan ha voluto insistere – con un’enfasi esagerata &#8211; sul percorso e sulla trasformazione che sta facendo all’interno del programma, Romina è stata per molti anni corista di Eros Ramazzotti e ha partecipato a un Sanremo nel 2007. Il che significa che Romina è l’unica professionista tra tutti i concorrenti. Ecco proprio Romina, una che presumibilmente fino a due settimanae fa si pagava l’affitto cantando canzoni di altri, ecco proprio lei ha serenamente dichiarato – senza neanche vergognarsene un po’ – di non conoscere <em>Rio</em> dei Duran Duran e quindi, immagino, di ignorare che i Duran Duran sono stati, negli Anni 80, quello che gli One Direction sono oggi per le sedicenni, urla e pianti e attese infinite sotto la finestra d&#8217;albergo comprese, con la differenza che <em>Rio</em> la si canta ancora adesso, cara Romina. È stato in quel momento che tutti i buoni propositi e le aperture mentali e il non voler essere prevenuta su fenomeni anagraficamente a me lontani mi sono crollati. E ho pensato: ve li meritate gli One Drection.</p>
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		<title>E io che volevo solo riascoltare Cara</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 02:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fosse stato per me, ieri me ne sarei stata volentieri in casa a piagnucolare, sola come certe occasioni richiedono. Invece no. Ero al tredicesimo ascolto di Cara e per la tredicesima volta mi stava venendo da piangere proprio su «quanti &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/2012/03/02/e-io-che-volevo-solo-riascoltare-cara-ricordo-molto-personale-di-un-uomo-a-cui-posso-solo-dire-grazie/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fosse stato per me, ieri me ne sarei stata volentieri in casa a piagnucolare, sola come certe occasioni richiedono. Invece no. Ero al tredicesimo ascolto di <em>Cara</em> e per la tredicesima volta mi stava venendo da piangere proprio su «quanti capelli che hai non si riesce a contare sposta la bottiglia e lasciami guardare se di tanti capelli ci si può fidare», quando un amico mi manda un messaggio con queste parole: «e in mezzo a questo mare cercherò di scoprire quale stella sei perché mi perderei se dovessi capire che stanotte non ci sei». <em>La sera dei miracoli</em>. Giusto, c’è anche questa. Ma come ho fatto a dimenticarmene? Mi asciugo il moccolo e la metto su. Venti minuti e un altro messaggio, da un altro amico: «<em>Banana Republic</em>: avevo vent’anni». Faccio il calcolo: no, ne avevo molti meno. Però ha ragione: <em>Banana Republic</em> era il disco che all’epoca ascoltavano quelli più grandi, quelli che in spiaggia facevano cose chiusi dentro le cabine che noi piccoli avremmo capito solo qualche anno più tardi. Mezz’ora e suona il telefono. È un’ex compagna di scuola: «Ma ti ricordi in gita a Parigi quanto abbiamo consumato quella cassetta che ci aveva prestato Massimo di quinta C e dove c’era <em>Disperato Erotico Stomp?</em>». No, non me lo ricordavo, ma adesso che lei mi ci fa pensare sì, mi ricordo di Parigi e di Massimo e di me e Massimo che ci baciamo a Parigi. E mi ricordo quella sua vecchia cassetta consumata e mi ricordo che se anche non è che noi minorenni capissimo benissimo di cosa si stava parlando ci piaceva comunque cantare quel verso «te ne sei andata via con la tua amica, quella alta grande fica»  perché intuivamo che ci fosse una piccola rivoluzione, dentro quella canzone. Mentre penso questo mi arriva un messaggio da un altro amico «e non sai lo sdoganamento con quel “è partita la mia mano”». Ecco, appunto. Altro squillo: questa volta è un ex fidanzato. Mi ricorda che <em>Anna e Marco</em> è stata brevemente la nostra canzone. Non rispondo, perché dovei confessargli che in realtà io <em>Anna e Marco</em> già la sapevo: l’avevo imparata a memoria a forza di sentirla suonata dagli amici dei miei genitori, d’estate, sulla spiaggia, davanti al fuoco a mangiare pesce appena pescato. È  forse uno dei ricordi più belli della mia infanzia, e quella è probabilmente la prima canzone che io abbia mai imparato a memoria, la prima in assoluto.  Metto giù, controllo la mail. «Ti prego metti ad alto volume <em>Anidride Solforosa</em>: fa tanto male che fa bene». Cavolo, questa non me la ricordavo: ecco qui un bel ricordo nuovo di zecca, fatto all&#8217;istante ché adesso tutte le volte che ascolterò <em>Anidride Solforosa </em>mi verrà in mente chi me l&#8217;ha fatta ricordare. Vado su twitter: cinque messaggi privati. In uno c’è un verso di <em>Telefonami tra vent’anni</em>. In un altro uno di <em>L’anno che verrà</em>. In un altro c’è un verso di <em>Henna,</em> negli ultimi due la stessa frase di <em>Quale allegria</em>: «se ti ho cercato per una vita senza trovarti senza nemmeno avere la soddisfazione di averti per vederti andare via». Ad ogni canzone, ad ogni parola, è appiccicato un ricordo, sia esso un bacio, un volto, un posto, una sbronza. È lì che improvvisamente realizzo: gran parte delle canzoni con cui sono cresciuta sono sue. E io che volevo solo riascoltare <em>Cara</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ai Grammy, come nella vita, vincono sempre i vivi</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 00:27:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci pensavo ieri mattina quando, appena alzata, come prima cosa mi sono messa a cercare un link, un video, qualsiasi cosa per vedere l&#8217;esibizione di Adele ai Grammy Awards. Il fatto è che neanche il più fantasioso e brillante degli &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/2012/02/14/ai-grammy-come-nella-vita-vincono-sempre-i-vivi/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci pensavo ieri mattina quando, appena alzata, come prima cosa mi sono messa a cercare un link, un video, qualsiasi cosa per vedere l&#8217;esibizione di Adele ai Grammy Awards. Il fatto è che neanche il più fantasioso e brillante degli sceneggiatori avrebbe potuto architettare una trama così perfetta: la vecchia diva che muore proprio il giorno prima del gran ritorno della cantante giovane, quella che ha subito un&#8217;operazione alle corde vocali e sono sei mesi che non si esibisce e tutti si chiedono: ma sarà tornata come prima? C&#8217;erano davvero tutti gli ingredienti per far sì che Whitney Houston con la sua uscita di scena spettacolare e perfetta almeno in tempismo (ieri sera ho sentito una tizia, sul red carpet, dirsi sicura che no, non è un incidente, è suicidio: Whitney l&#8217;ha fatto apposta perché sapeva che i suoi amici il giorno dopo sarebbero stati tutti nello stesso luogo e avrebbero potuto celebrarla tutti insieme) rubasse la scena al ritorno di Adele. C&#8217;erano tutti gli ingredienti e infatti per la giornata di sabato e anche quella di domenica  così è stato. Tutti a piangere e a twittare della morte della povera Whitney, di quanto fosse speciale e straordinaria, di quanto ci sarebbe mancata. Esattamente fino alle 6.15 ora di Los Angeles, quando sul palco è salito LL Cool J e ha recitato il commosso tributo del music business a Whitney Houston. Fine, stop. Certo, poi c&#8217;è stato l&#8217;omaggio di Jennifer Hudson con la lacrimuccia e Rihanna che durante la sua esibizione ha urlato &#8220;make some noise for Whitney&#8221;, ma la sensazione era fossero tributi obbligati, doverosi, ma che ormai testa e cuore fossero oltre. E poi è arrivata lei, Adele. Erano sei mesi che non cantava, da quando era stata operata alle corde vocali. Sul palco, al buio, ha attaccato <a href="http://www.vulture.com/2012/02/adele-triumphant-onstage-return-at-the-grammys.html">Rolling in the deep a cappella</a>, senza musica. Era per dire: sono tormata. E sto benissimo. E ho una voce ancora più pazzesca di prima, se possibile. Adele, che ha 23 anni e una carriera ancora tutta da inventare. Adele, che con quella voce lì potrebbe cantare per altri 50 anni. Adele, che è già un classico senza essere vecchia, che è tradizionale senza essere noiosa, che è, quindi, il ponte perfetto tra passato e futuro. Adele, che domenica sera si è portata a casa sei premi e qualche record. Il giorno dopo, i commenti sulla sua esibizione superavano quelli sulla morte di Whitney. Persino la notizia del Grammy postumo a Amy Winehouse per il duetto con Tony Bennett è passato senza destare troppo clamore né interesse. Amy Winehouse, eh, mica una qualsiasi. E ci dispiace per Whitney e per Amy, certo che ci dispiace, però è così: ai Grammy, così come nella vita, alla fine a vincere sono i vivi, mica i morti.</p>
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		<title>E quindi, ci dica: ma com&#8217;è da vicino questa Lana Del Rey?</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 00:57:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simonasiri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ebbene sì, l&#8217;ho incontrata. E l&#8217;ho anche sentita cantare dal vivo, quattro canzoni voce e solo un pianoforte ad accompagnarla. Sì, l&#8217;ho vista da vicino e siccome adesso tutti gli amici &#8211; gay, ma anche etero &#8211; son lì  a chiedermi &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/2012/02/08/e-quindi-ci-dica-ma-come-da-vicino-questa-lana-del-rey/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/simonasiri/files/2012/02/lana-del-rey.jpg"><br />
<img class="aligncenter size-medium wp-image-143" src="http://www.ilpost.it/simonasiri/files/2012/02/lana-del-rey-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a></p>
<p>Ebbene sì, <a href="http://www.vanityfair.it/people/mondo/2012/02/07/lana-del-rey">l&#8217;ho incontrata</a>. E l&#8217;ho anche sentita cantare dal vivo, quattro canzoni voce e solo un pianoforte ad accompagnarla. Sì, l&#8217;ho vista da vicino e siccome adesso tutti gli amici &#8211; gay, ma anche etero &#8211; son lì  a chiedermi com&#8217;è e  se le labbra sono rifatte oppure no e se è stonata oppure canta bene, insomma siccome tutti vogliono saper qualcosa, ho deciso di rilasciare in esclusiva al Post.it la mia prima e unica intervista.</p>
<p><strong>Quindi, ci dica: &#8216;sta Lana Del Rey è stonata oppure no?</strong></p>
<p>«No, non è stonata. Oddio, non è neanche intonatissima, eh. È strana, ecco. Però affascinante. Il modo migliore per descrivere il suo modo di cantare è pensare a qualcuno che cammina sul bordo di un precipizio: lo guardi e trattieni il respiro perché basta un nulla e potrebbe cadere giù, nel vuoto. Ogni metro è una conquista, ogni passo è un avvicinarsi alla salvezza. Lana Del Rey canta così: nervosa, impaurita, costantemente in bilico tra la meraviglia e il disastro, tra la nota perfetta e la stecca clamorosa».</p>
<p><strong>Ah ma se non canta così bene allora hanno ragione quelli che pensano che sia finta.</strong></p>
<p><strong> </strong>«E perché? Nervosismo e agitazione sono di solito sintomi di verità, non di finzione. E poi, scusi, se le avessi detto che aveva cantato benissimo, che era stata perfetta, che non aveva sbagliato nulla, che era stata lucida e fredda, che cosa avrebbe pensato?».</p>
<p><strong>Che è finta, studiata a tavolino, un prodotto pre confezionato dell&#8217;industria discografica.</strong></p>
<p>«Appunto. Vede? Non se ne esce».</p>
<p><strong>E quindi?</strong></p>
<p>«Quindi bisogna smettere di chiederselo. Chi se ne frega. Concentriamoci sulle canzoni».</p>
<p><strong>E quelle come sono?</strong></p>
<p><strong> </strong>«Ma ce le ha le orecchie? Ecco, quindi le avrà sentite: sono belle. Ottime, anzi. Può bastare?».</p>
<p><strong>Sì, cioè no. Mica bastano più le canzoni no?</strong></p>
<p>«No, infatti chiunque si sia inventato Lana Del rey è un genio: non solo ha costruito un prodotto musicalmente valido, ma intorno ci ha costruito un caso tale da avere una copertura stampa che con vie nornali si sarebbe sognato».</p>
<p><strong>Eh ma allora vede, siamo da capo: anche lei pensa che dietro ci sia qualcuno.</strong></p>
<p>«Ma perché, scusi, non c&#8217;è sempre dietro qualcuno? Cosa significa? Caso mai dimostra che è una ragazza intelligente, che ha le idee chiare, che si è saputa circondare di persone che l&#8217;hanno consigliata bene. Qualsiasi musicista, cantante, artista non esiste come prodotto di solo marketing. È lo stesso discorso di quando di una canzone pop si dice: è stata pensata per fare successo. Come se programmare una cosa affinché abbia successo fosse la cosa più facile del mondo. Non lo è. Se così fosse avremmo successi uno dietro l&#8217;altro, non avremmo dischi su cui si sono investiti un sacco di soldi che poi non funzionano e non avremmo, al contrario, dischi su cui nessuno ha scommesso mezza lira che diventano grandi successi. Non esiste la formula perfetta. E meno male. È questo che rende la musica quella meravigliosa, emozionante invenzione che è».</p>
<p><strong>Vabbè sta cadendo nel melodramma. Parliamo d&#8217;altro. Com&#8217;era vestita?</strong></p>
<p>«Avevo una camicia verde a pois bianchi e&#8230;. ».</p>
<p><strong>Ma non lei, cretina. Lana Del Rey!</strong></p>
<p>«Ah giusto. Aveva un tubino di pizzo nero. Ha detto che era un omaggio a Sofia Loren. Paracula».</p>
<p><strong>E le labbra? Rifatte, vero?</strong></p>
<p>«Ma sa che da vicino non sembrano neanche così finte? Forse le ha solo gonfiate un po&#8217;. Però sono fatte bene. Sicuramente più di quelle di Nina Moric, ecco».</p>
<p><strong>Ma lei alla fine ha capito perché si sono scatenati tutti contro la povera Lana? </strong></p>
<p>«Non lo so, però c&#8217;è una domanda che mi faccio da qualche giorno: se si fosse trattato di un uomo sarebbe successo tutto &#8216;sto casino? Esiste il corrispettivo maschile del caso Lana Del Rey? Qualcuno si è preoccupato di andare a controllare che &#8211; che so &#8211; Bon Iver non sia in realtà figlio di genitori ricchi? Temo che la risposta sia no in entrambi i casi».</p>
<p><strong>Stiamo parlando di sessismo?</strong></p>
<p>«Rispondo con un&#8217;ulteriore domanda: se si fosse trattato sì di una donna, ma brutta, sarebbe stata trattata allo stesso modo? Che cos&#8217;è che davvero non perdoniamo a Lana Del Rey?».</p>
<p>&nbsp;</p>
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