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E io che volevo solo riascoltare Cara

2 marzo 2012

Fosse stato per me, ieri me ne sarei stata volentieri in casa a piagnucolare, sola come certe occasioni richiedono. Invece no. Ero al tredicesimo ascolto di Cara e per la tredicesima volta mi stava venendo da piangere proprio su «quanti capelli che hai non si riesce a contare sposta la bottiglia e lasciami guardare se di tanti capelli ci si può fidare», quando un amico mi manda un messaggio con queste parole: «e in mezzo a questo mare cercherò di scoprire quale stella sei perché mi perderei se dovessi capire che stanotte non ci sei». La sera dei miracoli. Giusto, c’è anche questa. Ma come ho fatto a dimenticarmene? Mi asciugo il moccolo e la metto su. Venti minuti e un altro messaggio, da un altro amico: «Banana Republic: avevo vent’anni». Faccio il calcolo: no, ne avevo molti meno. Però ha ragione: Banana Republic era il disco che all’epoca ascoltavano quelli più grandi, quelli che in spiaggia facevano cose chiusi dentro le cabine che noi piccoli avremmo capito solo qualche anno più tardi. Mezz’ora e suona il telefono. È un’ex compagna di scuola: «Ma ti ricordi in gita a Parigi quanto abbiamo consumato quella cassetta che ci aveva prestato Massimo di quinta C e dove c’era Disperato Erotico Stomp?». No, non me lo ricordavo, ma adesso che lei mi ci fa pensare sì, mi ricordo di Parigi e di Massimo e di me e Massimo che ci baciamo a Parigi. E mi ricordo quella sua vecchia cassetta consumata e mi ricordo che se anche non è che noi minorenni capissimo benissimo di cosa si stava parlando ci piaceva comunque cantare quel verso «te ne sei andata via con la tua amica, quella alta grande fica»  perché intuivamo che ci fosse una piccola rivoluzione, dentro quella canzone. Mentre penso questo mi arriva un messaggio da un altro amico «e non sai lo sdoganamento con quel “è partita la mia mano”». Ecco, appunto. Altro squillo: questa volta è un ex fidanzato. Mi ricorda che Anna e Marco è stata brevemente la nostra canzone. Non rispondo, perché dovei confessargli che in realtà io Anna e Marco già la sapevo: l’avevo imparata a memoria a forza di sentirla suonata dagli amici dei miei genitori, d’estate, sulla spiaggia, davanti al fuoco a mangiare pesce appena pescato. È  forse uno dei ricordi più belli della mia infanzia, e quella è probabilmente la prima canzone che io abbia mai imparato a memoria, la prima in assoluto.  Metto giù, controllo la mail. «Ti prego metti ad alto volume Anidride Solforosa: fa tanto male che fa bene». Cavolo, questa non me la ricordavo: ecco qui un bel ricordo nuovo di zecca, fatto all’istante ché adesso tutte le volte che ascolterò Anidride Solforosa mi verrà in mente chi me l’ha fatta ricordare. Vado su twitter: cinque messaggi privati. In uno c’è un verso di Telefonami tra vent’anni. In un altro uno di L’anno che verrà. In un altro c’è un verso di Henna, negli ultimi due la stessa frase di Quale allegria: «se ti ho cercato per una vita senza trovarti senza nemmeno avere la soddisfazione di averti per vederti andare via». Ad ogni canzone, ad ogni parola, è appiccicato un ricordo, sia esso un bacio, un volto, un posto, una sbronza. È lì che improvvisamente realizzo: gran parte delle canzoni con cui sono cresciuta sono sue. E io che volevo solo riascoltare Cara.

 

  • jackzz

    La mattina, ancora a letto, leggo un po’ di feed per svegliarmi. Con il lettore che uso non vedo l’autore dell’articolo a meno di fare un paio di passaggi. L’inutile premesse per dire che questo finto coccodrillo da becchino citazionista, questo articolo così insulso che dice nulla del presunto oggetto dello scritto, ma elenca solo memorie photoshoppate dell’autore, insomma una cosa così ego-riferita pensavo che solo scalfarotto fosse in grado di scriverla. invece siete in due.

  • signaleleven

    Forse era meglio stare a dormire eh, Jackzz?
    Che voglia di iniziare la giornata con 4 righe di cattiveria.

    Grazie Simona :)

  • http://www.china-files.com Matteo Miavaldi

    Come Signaleleven. La prossima volta meglio prendersi un caffè prima di mettersi a commentare, Jackzz.

  • pifo

    Jackzz, non ti lascio solo.
    Sugli ego-riferimenti che nulla dicono dell’oggetto e sulle personali memorie “photoshoppate” (disfemismo assai efficace!) si possono costruire mestieri, brillanti carriere, discrete autorevolezze.
    Prodigi della rete che tu ed io abbiamo sottovalutato.
    Due? Beh, almeno il doppio, dimentichi infatti il padre di tutti gli auto-citazionisti compulsivi (Fabio Fazio) e … prova a indovinare!
    Non e’ difficile, se rimani in zona.
    Saluti.

  • zuckerman

    @jackzz @pifo. Concordo. C’è poi un altro elemento oltre agli egoriferimenti: l’acidità rancorosa (no, non anidride solforosa!)e molto sfigata.
    In questo la Siri se la gioca, perdendo, con la Soncini.
    Vale un pò quanto detto sul discorso di Celentano a Sanremo: fanno accimmare, ma alla fine sono lette, le followano, hanno dei fans.

  • minolla

    Una volta ci dicevano: i dolori del cronista non fanno notizia

  • jackalltrade

    Suggerisco a @jackzz @pifo @zuckerman @minolla di leggersi anche
    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41: è possibile che lo stile “ricordi personali”, non piaccia, e del resto dei gusti non è lecito sindacare, ma forse se sono in tanti ad utilizzarlo, e tanti a leggere articoli scritti con questo registro, significa semplicemente che funziona. Ed allora le cose che vi consglio di fare sono due a) aggiornare i vostri testi sacri di giornalismo, b) cambiare letture…
    Personalmente se mi capita di scrivere qualche cosa con più di due lettori ho sempre lo spettro della rubrica “ecchisse ne frega” di Cuore (chi ha qualche anno se la ricorderà) a bloccarmi dalla tentazione di indulgere nei ricordi, ma ognuno ha il suo stile, ed è bene che sia così.

  • alrigazzi

    Un pezzo veramente ben scritto.

  • http://trentasei.tumblr.com/ trentasei

    @jackzz : forse è sbagliato ciò che ti aspetti: un coccodrillo.questo non lo è. è autoriferito, sì, ma ci ritroviamo in molti, penso, nell’ appendere i ricordi alle canzoni, e a lasciarci andare al ricordo che certe poesie ci rimandano, e in questo modo dire un grazie infinite a chi quelle poesie ce le ha cantate. io l’ho letto così, come un grande grazie, un grazie per aver legato con un nodo profondo e bello la nostra vita a una canzone, dieci canzoni, cento canzoni. il coccodrillo è solo retorica autobiografia del nulla, ti basta andare su wikipedia. se vuoi un’analisi critica, ne è pieno. queste sono le emozioni, in cui mi ci ritrovo anch’io, che spesso l’ascolto di Dalla regalava. Io odio questi momenti in cui tutti riempiono di articoli, link e canzoni le canzoni del mio cuore. Lo detesto proprio, quell’ inutile sipario di retorica che mercifica il morto famoso. non ascolto Dalla in questi giorni, non mi piace per nulla, farlo ora che lo fanno tutti: è un momento intimo, mio, che mi piace quando non c’è questo clima da ascolto stile foie gras, ma mi è caduto l’occhio su questo articolo, che invece mi ha incuriosito, proprio perchè non è andato a mercificare il morto ma si è soffermato sulle emozioni, personali, che ha regalato. E in questo, io l’ho trovato gradevole. De gustibus, e pace.

  • whiteyes

    @trentasei
    Non dovresti perdere i servizi di apertura/intermezzo/chiusura di “Studio Aperto” sull’argomento, almeno fino a domenica: delle vere chicche… ;)