Ci pensavo ieri mattina quando, appena alzata, come prima cosa mi sono messa a cercare un link, un video, qualsiasi cosa per vedere l’esibizione di Adele ai Grammy Awards. Il fatto è che neanche il più fantasioso e brillante degli sceneggiatori avrebbe potuto architettare una trama così perfetta: la vecchia diva che muore proprio il giorno prima del gran ritorno della cantante giovane, quella che ha subito un’operazione alle corde vocali e sono sei mesi che non si esibisce e tutti si chiedono: ma sarà tornata come prima? C’erano davvero tutti gli ingredienti per far sì che Whitney Houston con la sua uscita di scena spettacolare e perfetta almeno in tempismo (ieri sera ho sentito una tizia, sul red carpet, dirsi sicura che no, non è un incidente, è suicidio: Whitney l’ha fatto apposta perché sapeva che i suoi amici il giorno dopo sarebbero stati tutti nello stesso luogo e avrebbero potuto celebrarla tutti insieme) rubasse la scena al ritorno di Adele. C’erano tutti gli ingredienti e infatti per la giornata di sabato e anche quella di domenica così è stato. Tutti a piangere e a twittare della morte della povera Whitney, di quanto fosse speciale e straordinaria, di quanto ci sarebbe mancata. Esattamente fino alle 6.15 ora di Los Angeles, quando sul palco è salito LL Cool J e ha recitato il commosso tributo del music business a Whitney Houston. Fine, stop. Certo, poi c’è stato l’omaggio di Jennifer Hudson con la lacrimuccia e Rihanna che durante la sua esibizione ha urlato “make some noise for Whitney”, ma la sensazione era fossero tributi obbligati, doverosi, ma che ormai testa e cuore fossero oltre. E poi è arrivata lei, Adele. Erano sei mesi che non cantava, da quando era stata operata alle corde vocali. Sul palco, al buio, ha attaccato Rolling in the deep a cappella, senza musica. Era per dire: sono tormata. E sto benissimo. E ho una voce ancora più pazzesca di prima, se possibile. Adele, che ha 23 anni e una carriera ancora tutta da inventare. Adele, che con quella voce lì potrebbe cantare per altri 50 anni. Adele, che è già un classico senza essere vecchia, che è tradizionale senza essere noiosa, che è, quindi, il ponte perfetto tra passato e futuro. Adele, che domenica sera si è portata a casa sei premi e qualche record. Il giorno dopo, i commenti sulla sua esibizione superavano quelli sulla morte di Whitney. Persino la notizia del Grammy postumo a Amy Winehouse per il duetto con Tony Bennett è passato senza destare troppo clamore né interesse. Amy Winehouse, eh, mica una qualsiasi. E ci dispiace per Whitney e per Amy, certo che ci dispiace, però è così: ai Grammy, così come nella vita, alla fine a vincere sono i vivi, mica i morti.
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Simona Siri
Vive a Milano da dieci anni. Scrive di musica, cinema e costume. Usa la prima persona singolare. Porta (ancora) la 42. Tra Oasis e Blur ha sempre preferito i Blur.


